“CICCIONE”, SALA CONSILIARE STRAPIENA PER IL LIBRO DI ANTONIO D’AMORE. PACE FATTA (ANZI NO) CON IL SINDACO

Sala consiliare delle grandi occasioni per la presentazione dell’ultimo libro del direttore di Certastampa.it, Antonio D’Amore: “Ciccione”. Un libro brillante e che racconta la vita da overzise tra gioie, dolori, nebbie e colori. Tante risate durante la presentazione a TERAMO, nell’ambito di Aspettando il premio Borsellino. Tanti teramani e non, amici, lettori, amministratori locali e regionali (dall’ assessore Dino Pepe al presidente della Provincia, Renzo Di Sabatino), compagni di vita, sindaci curiosi e già col libro in mano: da Quaresimale di Campli alla Di Pietro di Civitella del Tronto a Palumbi di Torricella Sicura. E poi il padrone di casa, Maurizio Brucchi, che non ha esitato a ricordare tutti i Veritalia “contro” che subisce dal direttore:”Vinicio mi aveva portato la fascia tricolore per l’occasione ma come dice Antonio la fascia la metto solo all’inaugurazione dei frantoi…”. D’Amore replica: “Visto che sei venuto proverò a essere più buono con i Veritalia ma non prometto nulla”. E giu risate. A presentare il libro, edito dalla Leonardo NODARI Editori, l’avvocato Tommaso Navarra e l’avvocato Luigi Guerrieri. E poi l’autore che è riuscito a calamitare in sala consiliare decine di amici e già…lettori di “Ciccione”, anticipando alcuni strepitosi passaggi del libro. Aneddoti e storie vere, autobiografiche. Da non perdere.

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San Grobian e i folli in barca.Mito, metafora ed iconografica realtà.

6275930183_6855b4b695_o-durerLa nave dei folli è una metafora che attraversa la storia dell’umanità come una filigrana oscura a partire dai primi secoli in Grecia come figura della stoltezza volgare, attraversando il medio evo come emblema  di stramberie eretiche  e galera galleggiante, dalle navicelle spaziali agli shuttle esplosi in decollo,  fino alla marea umana che straripa in imbarcazioni di fortuna che scompaiono e ricompaiono nel Mediterraneo sovrastate da mastodonti del mare che rigurgitano di quei folli prima relegati su bagnarole medievali, che ora gozzovigliano paganti e riveriti. Ship of fool, Narrenschiff, stultifera navis, immagine che ha la forza “ della facoltà compiutamente poetica – profetica – di volgere la realtà in figura, vale a dire in destino“ come direbbe la Campo.

Come figura dell’immaginario di allontanamento dalla ragione e dalla virtù del giusto,  la nave giunge a noi carica di suggestioni distrattive verso il mezzo ed i naviganti, dall’intenzionalità politica alla disfunzionalità sociale, dall’aretè (ἀρετή) alla technè (τέχνη), dalla virtù del reggitore alla tecnica del potere,  cifra di un tempo di tragica povertà e misera bruttezza.

Nel Libro VI della Repubblica Paltone introduce per la prima volta la metafora della nave governata da falsi marinai, timonieri squinternati, pazzi e ammutinati; il filosofo ne tratta a proposito del valore delle virtù filosofiche e del ruolo dei filosofi nella società e anche del discredito che essi scontano agli occhi del popolo. Su tale nave i rappresentanti della gente incolta non riconoscono il valore del meritevole capitano ma tra loro i più stupidi, ebbri, malvagi e corrotti contendono al valoroso la guida della nave, che necessita invece delle virtù e delle competenze di un vero esperto di venti, di stagioni, del cielo. L’intero passo platonico è improntato ad una critica della democrazia ateniese e della sua degenerazione nella demagogia, avvertibile soprattutto nelle adunanze pubbliche: oltre a condannare il popolo, primo responsabile della propria corruzione, Platone assimila i sofisti e i retori ai demagoghi che con la loro poca arte illusoria ammaliano i creduloni.

“Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l’equipaggio, ma è un po’ sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall’altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, (…)  Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l’ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, (…) e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell’anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest’arte nel momento in cui si prende in mano il timone. Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall’equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?”

Nell’Europa del Rinascimento ritorna l’immagine forte della nave dei pazzi: nella visone satirica di Sebastian Brandt, nella pittura di Bosch omonima e si riaffaccia la questione della follia nell’elogio di Erasmo da Rotterdam.

Das Narrenschiff  “composta da una serie di 112 satire brevi (con l’aggiunta di due capitoli nell’edizione del 1495), illustrata con xilografie, è degna di nota anche perché molte di esse sono state eseguite da Albrecht Dürer, già attivo a Basilea negli anni precedenti. Buona parte del libro ha un contenuto di critica verso la società dell’epoca. Brant in effetti fustiga con vigore e senza posa la debolezza e i vizi del suo tempo.”

“Non pensare che noi soli siamo folli,. Abbiamo ancora fratelli grandi e piccoli in ogni paese da tutte le parti. Senza fine è il numero dei folli. Andiamo in giro per tutti i paesi, da Narbona al paese di Cuccagna. Poi vogliamo andare a Montefiascone, e pure nel paese di Narragonia. Visitiamo ogni porto ed ogni riviera. Andiamo in giro con grave danno, per non possiamo trovare la riviera, dove si deve prendere terra. Il nostro vagare è senza fine, perchè nessuno sa dove approdare. E non trova quiete di giorno e di notte; nessuno dei nostri presta attenzione alla saggezza…”

Bosch dipinse La nave dei folli ( opera restaurata tra il 2013 ed il 2015, oggi al Louvre), probabilmente nel 1494, nel suo stile solitamente allegorico e ricco di simbologie mistiche e teologiche atte a deprecare vizi e illuminare miserie morali e corruttele sociali; una pittura  visionaria, allucinata, mostruosa, simbolica,  la sua tecnica sbalorditiva per uso di colori e cura del dettaglio, i suoi personaggi inquietanti e caratterizzati da deformità, metamorfosi, pose e atti surreali; il dipinto in questione rappresenta un piccolo gruppo di fannulloni sfaccendati ebbri e dissoluti, raccolti una piccola imbarcazione fluviale. ( cfr. https://fareondeblog.wordpress.com/2016/06/19/visioni-dellal-di-la-bosch-a-venezia/)

“La Nave dei folli mostra una folla di personaggi stretti su una piccola imbarcazione, intenti a sprecare la propria vita nei vizi. La condanna del peccato, tema ricorrente nelle opere dell’artista fiammingo, si può accostare a quest’opera per la presenza di più elementi topici: si scorgono ad esempio tra i personaggi gesti e movenze poi ripresentate in altre opere simili, oltre alla presenza di simboli quali il gufo, in cima all’albero, e la ciliegia sul tavolo, entrambi icone del peccato, nonché la mezzaluna musulmana sul vessillo attaccato all’albero, che è un vero “albero”, a cui sono legati dei polli spennati, che un uomo, simbolo probabilmente della gola, si appresta a prendere.”

Poco più tardi Erasmo pubblicò, nel 1511, scritto mentre valicava le Alpi, il testo per cui è universalmente riconosciuto: l’Elogio della Follia dedicata a Tommaso Moro ( Moriae encomium ) , operetta di grande successo in seguito sopravvalutata e iper citata quanto mal capita e manipolata soprattutto nel ‘900, forse per quell’allure chic anni ’70, tempi di antipsichiatria e basagliane liberazioni, in cui la pazzia fu equiparata alla causa effetto di liberazioni dei vincoli sociali di un supposto oscurantismo borghese proto fascistoide,  o all’opposto in una teoria molto liberal che intende celebrare i vizi fingendo di criticarli, che li ritiene maggiormente tollerabili se cantati da autori del passato di cui nasconde la finta facezia sentendosi assolta nella personale ignoranza e dissolutezza.

“Non c’è rapporto sociale, non c’è legame di convivenza che possa essere piacevole o duraturo senza di me (…) Se poi volete sapere il luogo di nascita (…) io non sono nata né sull’isola di Delo errante, né dall’ondoso mare, né nelle profonde caverne, bensì proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto germoglia senza che si debba seminare ed arare, dove non c’è assolutamente fatica né vecchiaia né morte, dove nei campi non si vedono mai asfodeli, malve, cipolle marittime, lupini o fave o altre erbacce del genere, ma dovunque danno piacere alla vista e gusto all’odorato moly, panacea, nepente, maggiorana, ambrosia, loto, rosa, viola, giacinto, giardinetti di Adone. Io, nata tra queste delizie, non ho affatto cominciato a vivere piangendo, bensì  ho subito sorriso carezzevole alla madre. Non la invidio davvero, poi, al sublime figlio di Crono la capra nutrice, essendo stata nutrita alla mammella da due amabilissime ninfe, Ebbrezza figlia di bacco e Incultura figlia di Pan (…)”

Sarà Foucault a riprendere con la Storia della follia – inizialmente concepita come tesi di dottorato dal titolo Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique –   il tema della figura letteraria e leggendaria della Stultifera navis che, come ricorda Foucault, «ha ossessionato l’immaginazione di tutto il primo Rinascimento ».  Pubblicato la prima volta in Francia nel 1961, il libro era stato completato in forma di bozza dal 1958, quando Foucault lasciò la Svezia per un lavoro come addetto culturale a Varsavia, Polonia. Foucault aveva svolto il grosso del lavoro di ricerca mentre viveva a Uppsala.

Secondo la nota teoria dei dispositivi istituzionali di contenimento e controllo anche la nave rappresenta il mezzo attraverso cui la società esclude, isola e allontana la follia dalla società onorata e razionalmente ordinata, non pare interessata alla ragione della virtù platonica quanto ad allontanare uno spettro che teme perché spariglia, disordina, scompiglia. In questa nuova prospettiva, con  Foucault, la follia è destinata a perdere ogni sua dimensione tragica per essere ridotta, come del resto accadrà da lì a breve, a malattia del cervello, a fenomeno fisiologico nell’ottica dei bio potere individuale manipolabile e materiale. La segregazione istituzionale avviene sul principio della disumanizzazione.

«Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri: a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo; nei primi anni del XV secolo un pazzo criminale è spedito nello stesso modo a Magonza. Talvolta i marinai gettano a terra questi passeggeri scomodi ancor prima di quanto avevano promesso; ne è testimone quel fabbro di Fracoforte, due volte partito e due volte ritornato, prima di essere ricondotto definitivamente a Kreuzenach. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli.» (M. Foucault, Storia della follia, )

La navigazione è allo stesso tempo simbolo dell’isolamento e della purificazione, esclusione e prevenzione, preludio dell’internamento e rito misterioso e misericordioso che si riconduce ad antiche tradizioni magiche che nel Medioevo affiancavano costantemente l’immagine del folle. Affidare il folle alle acque significa evitare che si aggiri senza meta e pericolosamente senza scopo sotto le mura della città, assicurarsi che andrà lontano, renderlo prigioniero della sua stessa partenza. La navigazione abbandona l’uomo all’incertezza della sorte. La sua esclusione deve racchiuderlo, lo si trattiene sul luogo del passaggio. L’acqua e la navigazione hanno proprio la funzione di rendere prigioniero il folle in un nave da cui non si evade. Egli è il Passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del Passaggio. Quando poi mette piede a terra, non si sa da quale paese venga. Egli non ha verità né patria se non in questa distesa infeconda fra due terre che non possono appartenergli.

“Confinato sulla nave, da cui non c’è scampo, il pazzo viene consegnato al fiume con le sue mille braccia, il mare con le sue mille strade, a quella grande incertezza esterna a tutto. Lui è un prigioniero nel bel mezzo di quello che è il più libero, crocevia: confine aperto all’infinito. Egli è il Passeggero per eccellenza: cioè, il prigioniero del passaggio. E la terra che raggiungerà è  sconosciuta- come è, una volta che sbarca, la terra da cui proviene. Ha la sua verità e la sua terra solo in quella distesa sterile tra due paesi che non possono appartenere a lui. […] Una cosa almeno è certa: l’acqua e la follia sono stati a lungo legato nei sogni di uomo europeo.”

Negli anni ’60 anche il cinema e la musica rock vedranno una riproposizione del tema nave dei folli.

La nave dei folli (Ship of Fools) è un film del 1965 (  scritto da Abby Mann, ispiratosi al romanzo omonimo  del 1962 di Katherine Anne Porter) ,  diretto da Stanley Kramer con Vivienne Leigh  si svolge in 27 giorni, il tempo che una nave tedesca impiega a fare una traversata da Veracruz a Brema nell’agosto 1931; il nazismo si profila all’orizzonte, i passeggeri della nave vivono le loro storie private  drammatiche, grottesche,  incredibili: Mary vive con l’incubo di rimanere sola; una nobile spagnola, deportata perché fautrice di una rivolta popolare, tenta di avere una storia d’amore con il medico di bordo; Bill, un fallito giocatore di baseball, è costretto a rientrare nell’anonimato; Lowenthal, un ebreo tedesco viene dileggiato dai suoi compatrioti.

Jim Morrison nel 1970 con i Doors inserisce la traccia Ship of fools nell’album “Morrison Hotel – Hard Rock Cafè”  preludio decadente e rock dell’epilogo “LA Woman” e della sua tragica fine, in cui con la sua profonda voce da crooner (che non era) canta lo sbarco lunare del 1969, ultima navigazione folle dell’umanità :  “The human race was diyng out, no one left to scream and shout, people walking on the moon, smog will get you pretty soon. Come on people better climb on board Come on babe we’re not going home Ship of fools – la razza umana stava morendo, nessuno lasciato a urlare e far casino, gente che cammina sulla luna, lo smog presto vi rapirà. Forza gente salite a bordo fareste bene a salire, forza non stiamo andando a casa, la nave dei folli” ( vedi anche: https://fareondeblog.wordpress.com/2016/07/03/ode-a-james-douglas-morrison/)

Non immaginava forse che –  invece che rapito dallo smog – da lì a qualche anno davvero uno shuttle ( navicella spaziale) sarebbe effettivamente esploso in volo nll’atmosfera …

Oggi tra le povere e sfasciate imbarcazioni di “pazzi” in fuga dalla miseria, dalle guerre africane e mediorientali, (anche dalla follia dei loro simili talvolta) da un lato, ed i “pazzi” di consumo e benessere a bordo di enormi navi grattacielo per crociere infinite, l’eterna nave dei folli continua la sua navigazione al largo delle nostre coscienze. La manipolazione del biopotere usurpa i simboli dell’immaginario perchè il biopotere medesimo non ha simboli propri ma vive espropriando archetipi altrui.

E, infine,  come scrive Galimberti: “Se la follia è proprio la “scissione” nell’uomo, la sua “lontananza” dagli altri, la sua “estraneità” al mondo, come si può pensare di guarire applicando una dottrina i cui principi sono l’esatta riproduzione delle componenti della follia?” ( U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia)

(n.d.a. : San Grobian non esiste è un santo immaginario, dal latino medievale  Sanctus Grobianus è il santo patrono delle persone volgari e grossolane. Il suo nome deriva dal tedesco Grob o grop, nel senso di grossolano o volgare. Anche gerob, gerop, grobheit. La parola “grobianism” translata nella lingua inglese è diventata sinonimo di grezzo, sciatto, o buffonesco.)

 

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