“Il Vate Sovente” Ecco a voi la vita di uno dei maggiori poeti italiani contemporanei:Michele Sovente

Immensa è la tradizione letteraria italiana: Da Dante a Umberto Eco, tanti grandi scrittori hanno accresciuto il valore della cultura italiana in tutto il mondo. Ed è compito degli autori di oggi continuare a valorizzare questa eredità. Ebbene tra i maggiori scrittori recenti e contemporanei oltre i famosi Saviano,Camilleri…C’è anche un piccolo pezzo della nostra terra: Michele Sovente.

Nato il 28 Marzo 1948 a Cappella(piccola frazione di Monte di Procida), e cresciuto nel medesimo posto, oltre che scrittore fu anche insegnante di Antropologia culturale presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e spesso collaborò col noto quotidiano Il Mattino. Sovente è considerato uno dei maggiori poeti napoletani contemporanei neodialettali insieme ad Achille Serrao e Tommaso Pignatelli. La sua caratteristica principale e l’originale stile di scrittura nella quale mescola latino,italiano e napoletano (cappellese ndr) in modo magistrale. Egli fu amico del pittore Guglielmo Longobardo del quale ne parla in un suo testo critico. Tra le sue opere più importanti c’è il suo libro “Cumae” col quale, nel 1998, vince il Premio Viareggio-Rèpaci che non sarà il suo ultimo premio infatti riceverà da Dacia Maraini, nel 2001, un importante riconoscimento mentre, nel 2008, vince il Premio leopardiano La Ginestra. Da ricordare il radiodramma “In corpore antiquo” tratto dal suo “Per specula aenigmatis” andato in onda su Radiotre nel 1990, inoltre alcuni suoi versi arrivarono anche su importanti testate giornalistiche come il Corriere della Sera. Sovente morì nel 2011 tre giorni prima del suo 63°compleanno, lasciando però un bellissimo ricordo nei cuori dei suoi familiari e del suo paese che amava tanto. Per conoscere meglio la sua personalità abbiamo intervistato Marco Sovente uno dei suo nipoti.

Che persona era tuo zio?

“Una persona molto semplice, infatti a chi lo vedeva da lontano non dava l’apparenza di essere uno scrittore, un poeta, sembrava più uno “straccione” perché si vestiva in modo molto casuale. Non si è mai dato l’aria di sapere le cose, era una persona molto umile a cui piaceva fare il suo lavoro che era quello di insegnante e amava molto leggere”.

Da cosa è nata la sua passione per la poesia?

“Questa sua passione nasce da bambino all’età di 9-10 anni. Lui,che era il fratello più grande, era stato messo in seminario (allora non esistevano i collegi), dove ancora oggi crescono i futuri preti ,poiché gli era morto il padre e  la madre non poteva crescere due figli da sola. Lì doveva seguire regole molto rigide che lo portarono a ribellarsi e ad amare la poesia soprattutto quella latina e greca. Questo portò anche alla sua passione per il nostro territorio, in particolare per Cuma, dove si incontravano la cultura romana e la cultura greca”.

Quali erano le sue abitudini e come si svolgevano le sue giornate?

“La mattina faceva colazione e, nei giorni feriali, si recava all’Accademia di Belle Arti di Napoli a svolgere il suo lavoro di insegnante di antropologia culturale. Se invece non doveva andare a lavorare faceva colazione e saliva all’ultimo piano della nostra casa dove, oggi c’è una biblioteca, mentre prima c’era il suo studio, che era un po’ il suo rifugio, dove trovava le ispirazioni e scriveva. Poi scendeva per andare a fare la spesa e cucinava, poiché dopo la morte della madre, avvenuta nel ‘93, divenne del tutto autonomo. Ogni tanto trascorreva un po’ del suo tempo con noi, ma di solito la sua vita era dedicata allo studio”.

Com’era visto dalla gente?

“In paese era conosciuto come “ ‘o professore” perché insegnava, ma non era mai stato visto come una persona importante, cioè era considerato un professore qualunque. Invece, a Napoli (dove passava gran parte del suo tempo) e al di fuori dalla città era molto considerato. Ti racconto una curiosità: una volta accompagnai mio zio a Viareggio nel 2010 perché era uno dei candidati all’omonimo premio e c’era un tassista che gli chiese un autografo per la moglie e la figlia poiché lo consideravano un vip”.

Ha sempre abitato a Cappella?

“Per due o tre anni ha vissuto a Napoli e anche lì aveva uno studio in cui scriveva e studiava”.

C’è qualche suo aneddoto divertente?

“Ce ne sono tanti. Per esempio di sera non vedeva bene e mi ricordo che, quando ero piccolo, mi accompagnò ad Ischitella, ma al ritorno si perse a Cuma. Ci fermammo, perché non riuscivamo a capire dove ci trovassimo, per chiedere informazioni, ma l’unico che si fermò  fu uno straniero che gli rispose: “io Licòla” che mio zio fraintese con il nome “Nicola” e per questo rispose scherzosamente: “io Pasquale, arrivederci” e se ne andò. Poi fortunatamente capimmo di essere a Cuma e riuscimmo a tornare a casa”.

Che rapporto aveva con la famiglia?

“Con la madre aveva un rapporto speciale, perché lui era il figlio colto e studioso, anche se per mia nonna entrambi i fratelli erano di uguale importanza. A Cappella, infatti, era conosciuta come “ ‘a mamma r’o latinista”. Invece con mio padre (suo fratello) aveva un rapporto “cane-gatto” però si volevano un gran bene. Con me poi ha avuto un rapporto particolare, infatti con me ha fatto il papà: mi accompagnava a scuola, andava ai colloqui con i professori… era proprio un secondo padre”.

Qual è stata la cosa che lo ha reso più felice durante la sua carriera?

“Credo sia stato il premio Viareggio uno dei premi più importanti per la poesia, che tra l’altro stava per vincere anche una seconda volta, ma gli fu “impedito”, tra virgolette, poiché mai nessun poeta è riuscito a vincere questo premio più volte nel giro di pochi anni. Ha vinto anche altri premi, tra cui il premio Napoli sei mesi prima di morire”.

E’ vero che amava molto Cappella?

Sì, lui ne era molto innamorato. Infatti le sue poesie sono in italiano, latino, dialetto cappellese e a volte anche in francese. Inoltre prendeva ispirazione dalla pietra di tufo vicino casa nostra, in particolare quella nella piazza dedicata a lui e di via Petrara”.

Qual è la tua opera preferita? E la sua?

“Io ne ho molte di preferite, per esempio quella dedicata ai miei figli, quella dedicata a me e poi “Via Petrara”. Però  credo che la sua poesia più bella, per il modo in cui è strutturata, sia la “Cabaletta”. Invece a mio zio piaceva molto  “Carbones”e  anche a lui “Cabaletta”,siccome ci lavorò  per tanto tempo. Le sue poesie più belle,comunque, sono quelle dedicate alla nostra zona”.

Il ricordo più bello che ti ha lasciato?

“Ehm, tanti. Ancora oggi lo sento vicino a me, forse perché mi ha cresciuto. Io infatti non ho mai fatto distinzione tra mio zio e papà, per me erano, anzi, sono la stessa cosa. Sono cresciuto con loro e spesso dormivo tra le loro braccia, quindi mi ha lasciato un ricordo speciale”.

Per concludere, come definiresti tuo zio in un sola parola?

“Vate, ovvero poeta. Lui stesso nel “Per specula aenigmatis” si definì “Il Vate Sovente””.

Grazie mille

“Di niente”.

La biblioteca:pochi metri quadri ricolmi d’arte

Marco dopo l’intervista ci ha portato a visitare lo studio di Michele Sovente che oggi, per suo stesso volere è diventata una biblioteca, siccome voleva che dopo la sua morte esso diventasse luogo di studio per i suoi nipotini e per tutte le persone che avessero sete di cultura. La prima cosa che salta all’occhio è la grande quantità di quadri che vi sono. Sovente,infatti, oltre che poeta era anche un critico d’arte,ma non voleva alcuna cifra di denaro in cambio, voleva solo farsi fare dei quadri che ,molto spesso, erano suoi ritratti. Inoltre molte delle opere che troviamo sono degli “schizzi” fatti dai suoi alunni dell’Accademia. Tra le opere più importanti ci sono i quadri degli amici Giuseppe Leone, Guglielmo Longobardo, Domenico Spinosa e il ritratto che Franco Silvestro gli dedicò nell’ ‘85.

Di fronte alla porta d’accesso della biblioteca troviamo anche una scultura in bronzo del busto di Sovente realizzata dall’artista Natalino Zullo, mentre fissate alla parete  ci sono,incorniciate, la “Cabaletta”, che tra l’altro è stata musicata e recitata dall’attore Mimmo Borrelli, e la sua laurea. Michele infatti si laureò nel 1973 in lettere e filosofia con 110 e lode e con bacio accademico alla celebre università di Napoli Federico II. Fu un grande risultato contornato anche dalle belle parole che il professore riservò per lui: “Ringrazio Michele Sovente perchè lui ha insegnato qualcosa a me”. Particolare è anche lo stato di conservazione del certificato che appare pieghettato in molte parti perché, come ci dice il nipote, per lui queste cose non erano molto importanti ,infatti buttò anche alcuni dei tanti premi che ha vinto. Comunque le parole del suo professore non sono gli unici attestati di stima che ha ricevuto, infatti dopo la sua morte tante persone importanti come Giuseppe Leonelli, Mimmo Liguoro, Giuseppe Rocca, Pietro Treccagnola, Lucio Allocca, Wanda Marasco, Giovanna Cassese gli dedicarono belle parole.

Inoltre su di lui è stata preparata anche una tesi di laurea che raccoglie tutte le poesie che Sovente scrisse per Il Mattino in particolare per la rubrica “Controluce” con la quale, sembra, vorrebbero fare un libro. Tutto questo testimonia l’importanza di Michele Sovente (il suo libro “Cumae” è uscito anche in America),un uomo piccolo di statura, ma con un grande cuore e anche grande poeta e scrittore, che continua a vivere nell’armoniosità dei suoi versi in Latino, Italiano e Cappellese e nei cuori di chi lo amava e stimava. Un motivo di grande orgoglio per tutta Napoli e in particolare per i Campi Flegrei.

Per concludere vi presentiamo una poesia scritta da Sovente nel 1978, ma che tratta di argomenti molto attuali:

                               L’UOMO AL NATURALE

Ecco: pianificati omogeneizzati

ciberneticamente programmati

riflessi condizionati.

Ecco:via gli stimoli aggressivi

i conflitti sempre e solo regressivi

uno il potere una la scienza:

gli Audiovisivi.

Ecco:sintetico funzionale

l’ uomo al naturale.


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