“Non ha più i numeri per fare le riforme” minoranza all’attacco (GOFFREDO DE MARCHIS)

SperanzaLa sinistra accoglie le aperture di Renzi su scuola e Senato. Speranza: “Ora Matteo sta capendo”.

ROMA – «Non ha più la forza dei numeri». La sinistra accoglie le aperture di Renzi sulla scuola e sulla riforma del Senato come il segnale di un cambio di equilibrio dentro il Partito democratico. Al Senato, dove i provvedimenti più importanti sono attesi alle prove della commissione e dell’aula, la maggioranza non c’è. Non c’è senza il sostegno di una ventina di senatori della minoranza o il soccorso di Forza Italia. «Prima delle regionali sembrava che esistesse soltanto il Pd. Ora si è capito che non è così e che per contrastare la destra occorre una forza politica unita», dice il leader di Area riformista Roberto Speranza.
Renzi dunque è costretto a correggere la direzione di marcia, secondo i dissidenti. Che però sono cauti. Aspettano i fatti dopo le parole del premier. Ovvero dove e come cambierà la riforma della scuola che questa settimana affronta la commissione di Palazzo Madama. «Proviamo a cambiare — spiega la renziana Francesca Puglisi — ma se qualcuno usa la legge come grimaldello politico troveremo le contromisure». Come dire: possono esserci altri cambi di membri in commissione.

Una dichiarazione di guerra. Ma la frenata di Renzi rimane una novità per i rapporti dentro il Pd e domani la direzione dovrà confermarla o smentirla. Con la minoranza pronta a infilarsi nel cuneo, anche stretto, che il segretario le concederà. Il clima di sfiducia reciproca non cambia in un giorno. Secondo Alfredo D’Attorre «girano anche strane voci su un accordo con Berlusconi per far andare avanti la riforma così com’è. In fondo assomiglia molto a un loro vecchio progetto sull’istruzione». Però è un passo avanti che da Largo del Nazareno non arrivino diktat o la minaccia del voto di fiducia. Lo scontro è rimandato alla riunione di domani sera dunque. «A me piacerebbe un leader del Pd che attacca più la destra che la sinistra. Non è ancora così — ragiona Speranza — . Lo si vede anche in queste ore». La sua componente lancia un tweet minaccioso dove si mettono assieme scuola, legge costituzionale e problemi del partito per annunciare che «ci stiamo preparando alla sfida congressuale ». Il 2017 è veramente lontano, l’eventuale partita interna si giocherà molto prima e persino quel tweet dimostra che la minoranza spera in un profondo cambio di rotta del premier. In poche parole, in una rivincita.
A Bologna Gianni Cuperlo riunisce la sua corrente. Non usa toni ultimativi, lascia spazio al dialogo, parla di un confronto «sereno ma franco». Allo stesso tempo tuttavia rilancia il tema più generale dell’identità. Perché le regionali hanno demolito il progetto di Partito della Nazione e su questo le varie minoranze possono provare a ricompattarsi guadagnando persino qualche consenso nella maggioranza. «Non penso che si vince facendo il mestiere degli altri. Si vince facendo e costruendo una sinistra profondamente rinnovata», osserva Cuperlo. Dall’ex presidente del Pd arriva l’invito ad affrontare insieme il passaggio del dopo regionali. «Sarebbe più saggio, nessuno vuole una resa dei conti».
La sinistra vuole allargare subito il discorso. Andare oltre la scuola e le riforme. «Che abbia riconosciuto la responsabilità della sconfitta in Liguria è un buon segno — dice il bersaniano Alfredo D’Attorre — . A questo punto c’è da ricostruire il centrosinistra e da andare in Europa con una posizione chiara per allentare i vincoli». Non sarà forse il reddito di cittadinanza il banco di prova anche se è un punto su cui Speranza cerca punti di contatto con i grillini. È invece il Partito della Nazione che può essere usato per indebolire le fondamenta della politica renziana. Ritrovando persino i “responsabili” gli ex della minoranza che votarono l’Itali- cum. La componente che fa capo al ministro Maurizio Martina considera il profilo del partito un tema chiave. Ma i rapporti tra i ribelli rimangono tesi. «La sfida del Pd è solo una: quella per il futuro dell’Italia attraverso il governo. Non è certo il congresso », avverte Matteo Mauri.
Da La Repubblica del 07/06/2015.

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