Angelus interruptus (Marco Travaglio)

panebianco-contestatoDa antichi e ferventi cultori – ma che dico cultori: collezionisti – degli scritti del professor Angelo Panebianco, abbiamo sempre rivolto un pensiero commosso e solidale ai suoi allievi dell’Università di Bologna costretti, così giovani, a sorbirsi le sue lezioni di “Sistemi internazionali comparati”: un trauma da cui difficilmente uno poi si risolleva nella vita. Da qualche giorno, nella sua aula, accade ciò che era forse prevedibile: alcuni studenti contestano il professore per un suo articolo sul Corriere, ovviamente a favore della guerra (non si sa bene dove né contro chi, ma quando ci vuole ci vuole). Hanno addirittura interrotto tre o quattro sue lectio magistralis, spettinandogli la chioma e la barba, forse addirittura stropicciandogli il panciotto. Il che ha fatto gridare al ritorno delle Br. Perdindirindina, signora mia, qui tornano gli anni di piombo. Perdincibacco, non s’interrompe un’emozione, tantomeno una lezione. Noi, che da anni seguiamo con passione il noto “politologo” bolognese, non arriveremmo a tanto.

Ma ci siamo sempre domandati in che senso egli sia considerato un “politologo” nonché – citiamo da Wikipedia in cui intravediamo il suo zampino – “saggista italiano di impostazione teoretica liberale influenzata dal realismo politico e dall’elitismo” (da non confondere con l’etilismo). Anche perché il “realismo”, se non andiamo errati, ha qualche attinenza con la realtà, a cui il nostro eroe è sempre parso piuttosto allergico.

Tipo quando scrisse che “fino al 1992 in Italia regnava l’anticapitalismo, poi arrivò Berlusconi e per la prima volta riscattò il capitalismo”: fu così che Agnelli, Pirelli, De Benedetti & C., con le barbe lunghe e i volti emaciati, poterono finalmente rientrare dal lungo esilio cui li avevano confinati per mezzo secolo i governi comunisti di Moro, Fanfani, Andreotti, Forlani & C., previo esproprio proletario. Nel 1998, il nostro esperto di nonsisachè teorizzò che la Procura di Milano, troppo occupata appresso alla corruzione, trascurava la microcriminalità. Borrelli dovette rammentargli un piccolo dettaglio: la microcriminalità era di competenza della Procura presso la Pretura, mentre la corruzione lo era di quella presso il Tribunale. Un’altra volta Panebianco invocò la separazione delle carriere dei magistrati: “la regola nelle democrazie liberali… in tutti i paesi civili dell’Occidente… Non è vero che chi vuole separare le carriere vuol mettere i pm sotto il controllo del governo: vuole liberare il giudice dal controllo del pm”.

Qualche ingenuo pensò che un luminare di “Sistemi internazionali comparati” sapesse il fatto suo. Invece era una balla: in Europa i paesi che consentono al pm di diventare giudice e viceversa superano ampiamente quelli che lo proibiscono. E quelli con le carriere separate hanno tutti il pm al servizio del governo. Belle “democrazie liberali”, nevvero? Indro Montanelli, lasciato solo dal fronte liberale (Giovanni Sartori a parte) a combattere il berlusconismo, si sfogò in un’intervista a chi scrive contro “i nostri liberaloni”, “impasto nauseante di conformismo e codardia”, “parodie di liberali”, “anticomunisti senza comunismo” che “non levano mai una sola voce a contestare le corbellerie e le fandonie berlusconiane”. Ce l’aveva pure con Ernesto Galli della Loggia, che di Panebianco è l’alter ego: viaggiano sempre in coppia, come Starsky e Hutch, o come Ric e Gian. Quando uno ha da fare, sta poco bene o magari è alla toilette, interviene l’altro.

Nel 2005 un’assistente di Bruno Vespa, tale Antonella, chiamò il portavoce di Gianfranco Fini, Salvatore Sottile, per fargli scegliere gli intervistatori: “Come giornalisti pensavamo Lucio Caracciolo da una parte e Galli della Loggia o Panebianco dall’altra”. Sottile: “E quale sarebbe l’amico?”. Antonella, ridendo: “Sarebbe Galli della Loggia o Panebianco”. S: “Sì, sì…”. A: “Io proverei Caracciolo e Galli della Loggia. Se Galli della Loggia dice no, vado su Panebianco”. S: “Galli della Loggia mi sembra fumoso. Invita Panebianco, è più concreto”. Sono soddisfazioni. Infatti, concreto com’è, nel 2003 Panebianco scomunica papa Wojtyla che si oppone alla guerra in Iraq: “La Chiesa deve riconoscere quanto di giusto c’è nella convinzione dell’Occidente: solo mettendo fuori gioco i tiranni e aiutando il mondo islamico a scoprire la… democrazia, lo scontro fra civiltà potrà essere disinnescato”. Infatti, via Saddam, abbiamo al Qaeda e l’Isis. Non contento, nel 2006 Panebianco propone, per combattere il terrorismo islamico, di consentire alle democrazie una modica quantità di tortura.

Siccome il talento va premiato, collabora alle due peggiori riforme dell’università che la storia ricordi: la Berlinguer e la Gelmini.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 03/03£2016.

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