ARRESTI DELLA GDF PER IL GRUPPO UBI BANCA: GESTIONE FRAUDOLENTA DEL CREDITO

DI ELIO LANNUTTI
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Come dimostrato dalle intercettazioni telefoniche e dalle richieste della Guardia di Finanza, che dopo l’ennesima denuncia Adusbef alle Procure, aveva aperto una inchiesta giudiziaria sulla gestione fraudolenta del credito e del risparmio di UBI e richiesto di arrestare Giovanni Bazoli, la figlia Francesca ‘per spiccata attività delinquenziale’, e altre 14 persone di primo piano del gruppo Ubi Banca, la quarta banca italiana, corredata da un’informativa di 181 pagine ed inoltrata il 23 dicembre 2015 alla procura della Repubblica di Bergamo dalla GDF a firma congiunta del generale Giuseppe Bottillo, comandante Nucleo speciale polizia valutaria, e del colonnello Gabriele Procucci, responsabile del Terzo gruppo Sezione tutela del risparmio, i banchieri hanno condizionato i giudici, aggiungendo di fatto, ai poteri che regolano l’ordinamento dello Stato di diritto, ‘esecutivo’, ‘legislativo’, ‘giudiziario’ il più subdolo e potente potere ‘bancario’.
La misura della custodia cautelare, chiesta ai sensi dell’articolo 274 del codice di procedura penale per il pericolo di reiterazione del reato e, nel caso di Bazoli (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), per un’indole delinquenziale particolarmente accentuata nell’inchiesta condotta dalla procura di Bergamo che il 17 novembre 2016 ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a 39 persone fra amministratori e dirigenti di Ubi Banca, della controllata Ubi Leasing, di due associazioni di azionisti e altri soggetti esterni al gruppo, coi magistrati che non ritennero di procedere con l’arresto delle 16 persone indicate dalla Guardia di Finanza, per l’effetto dirompente e le ripercussioni imprevedibili nei confronti del mercato, oltre a dimostrare la funzione di questo subdolo potere nell’ordinamento, getta una luce nuove sulle molteplici archiviazioni dei magistrati, in merito alle denunce penali effettuate dall’Adusbef negli ultimi anni in particolare sul metodo ‘Zalesky’ nel novembre 2008.
Romain Zaleski finanziere franco polacco e speculatore in borsa, nel 2007 aveva debiti fino a 9 miliardi di euro, 2 dei quali dati da Giovanni Bazoli di Banca Intesa, sodali nella finanziaria Mittel, (Zaleski azionista nel 1996 con Bazoli presidente), nel 2007 quando Intesa si fonde con San Paolo Imi, la Tassara di Zaleski arriva al 5,9% della nuova banca, diventandone il secondo azionista. Dopo il crollo dei mercati finanziari del 2008, le banche, da Intesa a UniCredit, gli ristrutturano il debito, offrendo quella liquidità negata a piccoli imprenditori, con prestiti allegri che finiscono in sofferenza ad alimentare i buchi neri del sistema bancario.
In particolare la denuncia del novembre 2008 di Adusbef alle Procure, sulla gestione scriteriata del credito e gli allegri fidi elargiti col metodo ‘Zalesky’ alla Carlo Tassara, che possedeva il 5% delle azioni di Intesa, il 2% di Mediobanca ed il 2% di Generali, con Zaleski vecchio amico di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, che offrirono un generoso soccorso, spacciato per ordinaria ristrutturazione, che era invece un puntello per occultare l’erogazione di prestiti allegri elargiti dagli istituti di credito, che non possono erogare prestiti per finanziare acquisti di azioni proprie, che vengono poi prese in pegno a garanzia di quei prestiti stessi, nel silenzio complice della Consob e di Bankitalia.
Nell’esposto che generò l’apertura di una indagine della Procura di Milano, successivamente archiviata sul “metodo Zaleski” di allegre erogazioni dei crediti bancari con criteri “amicali”, Adusbef chiedeva di accertare se i comportamenti dei banchieri e le allegre concessioni del credito e della raccolta del pubblico risparmio, tanto per cambiare a loro fiduciari, amici e compari, negandolo al contrario alle attività imprenditoriali, che da quel credito riescono a creare posti di lavoro, non avesse concretizzato aperte violazioni penali, come quelle evidenziate dall’indagine della Procura di Bergamo con operazioni illecite.
Adusbef, che dopo centinaia di denunce sui comportamenti fraudolenti dei banchieri, in combutta con le autorità vigilanti, si è vista archiviare il 95% degli esposti, dopo le intercettazioni sullo scandalo Ubi, andrà a rileggere le archiviazioni più irragionevoli, rifiutando di essere complice di un sistema truffaldino del credito.

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