Atteggiamenti dannosi

Non so se mi piacciano gli estremi.
Sono posti pericolosi e al tempo stesso tremendamente accattivanti; sono posizioni accoglienti, come una poltrona che qualcuno ha preparato per averti accanto, aspettando solo che ti accomodi pensando di essertelo meritato. In linea di massima, gli estremi sono punti dichiaratamente inflessibili in cui stabilirsi dà un brivido di soddisfazione.
Penso di esserne quasi affascinata tanta è la curiosità di scoprire cosa li renda tanto stabili, ma non si tratta di un interesse acritico, anzi. È proprio quel fascino che mi permette di prendere una posizione, una volta giunta ad una discreta comprensione, che personalmente ritengo indispensabile per potersi pronunciare circa un qualsiasi argomento. Mai e poi mai oserei imporre con arroganza le mie idee senza una conoscenza più che superficiale alle spalle, con la quale si può (e si deve) solo avviare una discussione costruttiva, per uscirne con un qualche guadagno.
Esprimere un proprio parere senza l’intenzione e la disponibilità di discuterne è il modo perfetto per permettere all’ignoranza, ai pregiudizi e alle generalizzazioni di prender piede.
Non so se mi piacciono gli estremi.
So che degli estremi mi piace interrogarmi sulla loro essenza perché è mio desiderio voler capire, almeno un po’, ciò che mi circonda, che mi coinvolge, che mi tocca anche minimamente.

Non so se mi piacciono gli estremisti.
[Prima di procedere, non volendo intrappolarmi da sola in una riflessione politica da cui non saprei neanche tirarmi fuori, voglio precisare che qui per estremismo intendo, in senso più generico, l’atteggiamento di chi tende ad accentuare le proprie opinioni, esagerate, in modo radicale e irremovibile.]
Anche gli estremisti producono una sorta di fascino per la solidità delle idee di cui tengono alta la bandiera, ma in questo caso la curiosità non è rivolta ad una serie di principi, bensì a esseri umani, a individui con una capacità cognitiva, comunicativa, intellettiva e selettiva. È evidente come la questione assuma concretezza, poiché prendere una posizione nei confronti di persone in carne e ossa ha delle conseguenze più dirette, così come gli stessi estremisti devono aver fatto i conti con i potenziali effetti della loro dedizione completa.
È molto semplice essere estremisti, e tutti lo siamo nella piccolezza della quotidianità e dell’ordinario: quanto ci piace dire che adoriamo qualcosa? Quanto ci fa sentire responsabili e pieni di ego dire che faremmo, che daremmo di tutto per qualcuno?
Mi piace da impazzire.            Lo A M O.
Potessi fare qualcosa per ottener x, lo farei senza pensaci su
Quanto ci fa sentire nel legittimo una rigida dichiarazione di odio?
Lo detesto.                      Non me ne frega un cazzo.
Non lo farei mai e poi mai, neanche se mi pagassero.
Ma soprattutto, quanto ci appaga sapere che altri condividono idee di questo tipo?

Finché si tratta di affermazioni disinteressate, pronunciate senza serietà, soltanto per il piacere di parlare e per mostrare di esser in grado di prendere una posizione, la questione può essere degna di una chiacchierata. Ma quando si tratta di un sistema di valori con concreti risvolti sociali, politici, culturali, umani, penso di non esser l’unica a sapere quanto sia fondamentale dedicarcisi. Eppure ripeterlo non è mai uno spreco di energie.
Non so se mi piacciano gli estremisti.
So che non mi piacciono quando lo sono al punto di non volersi mettere in gioco.
So che non mi piacciono quando non sono disposti a discutere.
So che non mi piacciono quando non sanno spiegare il perché della loro posizione.
So che non mi piacciono quando si credono e si dichiarano intoccabili, inarrivabili, inarrestabili.
Gli estremisti hanno un loro credo e, indipendentemente da quanto sia fondato, vi investono ogni risorsa possibile.
A questo proposito, leggendo un saggio per l’università, ho potuto riflettere sulla definizione di tradizione. Oggi, insieme a popolo e autoctonia, è una delle parole più usate da movimenti localistici e dai partiti politici xenofobi per accrescere le convinzioni di stampo (più o meno consapevolmente) razzista delle persone che li appoggiano. Rifarsi alla tradizione è un modo per legittimare il proprio credo. Ma cos’è questa tradizione? Beh, spesso altro non è che un insieme di eventi, personaggi, elementi e valori accuratamente selezionati dal passato per rispondere alle esigenze del presente. È il presente a definire il passato, quando dovrebbe essere il contrario da un punto di vista meramente logico.

Non so se mi piacciono gli estremisti. Sanno di ipocrisia, ignoranza, di osannazione, di impossibilità.

Sono contraria alle generalizzazioni, e per questo non so se gli estremisti mi piacciano. Di sicuro, posso dire che non mi piacciano tutti, e ho spiegato di quali si tratta.
Non mi piacciono quegli estremisti perché non sono disponibili a un cambiamento, e chi è chiuso nei confronti di uno scambio di idee produttivo, che non sia una misera competizione oratoria dedita all’esibizionismo, è a parer mio da considerarsi intellettualmente morto, culturalmente sterile.

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