Avicii e le onde interne

A quasi un mese dalla drammatica e prematura scomparsa di Tim Bergling, il Dj Avicii, alcune riflessioni prendono forma. Sul mondo secolare che fagocita le sue creature di successo, e sui nomi “consequentia rerum”.

Tim adolescente scrive e remixa canzoni nella sua cameretta, pubblicandole in un blog e poi nel suo profilo. Viene scoperto e messo sotto contratto. Nonché sotto pressione. E lo pseudonimo adottato, Avicii, detta il nuovo passo del ragazzo di talento.

In sanscrito “Avicii” significa “senza onde”, per il buddismo l’ultimo livello dell’inferno. Quello in cui comincia a scendere Tim, tra alcool, droghe e crisi d’ansia. Al punto da dover abbandonare palchi, pubblico e tour.

In tempi non sospetti, ma solo per noi, Tim faceva ballare il mondo, già gridando il suo malessere al mondo. Inascoltato. Così nel suo “Wake me up“:

Cerco di portare il peso del mondo
ma ho solo due mani
spero di avere la possibilità di viaggiare per il mondo
ma non ho altri piani
spero di restare così giovane
senza paura di chiudere gli occhi
la vita è un sogno fatto per tutti
e l’amore è il premio

allora svegliatemi quando è finita
quando sarò più saggio e più vecchio
tutto questo tempo mi stavo trovando
e non sapevo che mi ero perso“.

Tragicamente predittivo nelle sue onde interne.

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