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Barbacetto e il Sanfedismo: mamma Santa, che svista storico-dialettica!

gianni-barbacetto

Nella fretta di accusare la sinistra di non essere a sinistra, ennesima contraddizione “spaccacapello” di una fazione politico-filosofica ormai orfana della propria identità, ieri è toccato a Gianni Barbacetto, prima firma della testata a 5 Stelle Il Fatto Quotidiano, un errore marchiano, tanto più grave in quanto proveniente da un filosofo.
In un editoriale a sua firma, infatti, provocatoriamente intitolato Il “Sanfedismo” di sinistra e gli spot gratis per Benetton, il salottiero opinionista televisivo condanna giustamente ed in maniera più che condivisibile l’atteggiamento di amici e parenti “sistemici” di sinistra, schieratisi apertamente con la famiglia parassita dei Benetton, e contro le dichiarazioni di Luigi Di Maio e Danilo Toninelli.

D’accordo per il contenuto, lo condivido, ripeto. Ma il suo articolo nella chiusura finale presta il fianco anche a due dubbi/considerazione. Ecco la parte finale dell’editoriale:

“Sanfedismo, malattia finale della sinistra: difendere i poteri e lo status quo, come fece, un paio di secoli fa, il popolo che si schierò in difesa dei Borbone che lo avevano impoverito e sottomesso”.

sanfedistiInnanzitutto, sul ruolo della Real Casa di Borbone.
All’epoca delle “insorgenze” contro l’invasione dei giacobini francesi, culminate con la ridicola repubblica partenopea del 1799, creata ad opera di pochi nobili annoiati, che ne scimmiottavano le idee parigine per un radicalismo-chic ante litteram, ma senza avere la spinta modernizzatrice di una borghesia in evoluzione.
E, dunque, senza avere alle spalle l’appoggio e la spinta di un popolo che crescesse nella volontà di un riconoscimento del proprio diritto ad una rappresentanza sociale.
Il popolo napolitano, i Sanfedisti, non si schierarono con i Borbone, come erroneamente sostiene Barbacetto: non ne avevano bisogno.

Benetton-autostradePer i Sanfedisti, infatti, quei “Controrivoluzionari” che risalirono dalle Calabrie agli ordini del Cardinale Ruffo per riprendersi quello che gli era stato scippato dai Giacobini francesi, i valori di riferimento erano tre: Dio, Patria, Re.
Ecco perchè non si schierarono con i Borbone: ne riconoscevano automaticamente uno “status”, quello della legittima guida e riferimento della propria Patria in pericolo.
Erano -al contrario- i giacobini partenopei a rappresentare, come oggi le famiglie del capitalismo italiano servo-assistito alla Benetton o Agnelli, le storture e le umiliazioni inflitte a un popolo che le élite vendute e corrotte stavano impoverendo e cercando di sottomettere.

Infine, secondo ed ultimo dubbio: ma come fa un filosofo a definire “Sanfedisti di Sinistra” un manipolo di veri “Giacobini” (anche per appartenenza e discendenza storico-politica), come sempre al servizio dell’invasore e del potente di turno, senza accorgersi che i veri “Controrivoluzionari” o “Sanfedisti” appunto, ribelli alle usurpazioni dei poteri forti a danno del popolo, sono -al contrario- da indicare proprio nei Di Maio e nei Toninelli?

Gino Giammarino

Vivi, ama e non rimandare mai a domani

La vita può finire in un istante… in questi giorni ne abbiamo sotto gli occhi un esempio lampa

SIMONE BILLI (LEGA) “AGRICOLTURA E TURISMO PATRIMONIO PER LO SVILUPPO DELLA CALABRIA”

Comunicato-stampa dell’On. Simone Billi (Lega)

“Ieri, giovedì 16 Agosto, durante la permanenza in Calabria, ho visitato l’azienda agricola Corasaniti di Squillace, a Catanzaro” dichiara l’on. Simone Billi, unico eletto nella coalizione di Centro Destra per la Lega Salvini Premier in Europa “una eccellenza in Calabria per l’olio extravergine d’oliva e gli agrumi con propensione per l’internazionalizzazione”. “L’azienda si compone di 110 ettari suddivisi in 10.000 piante di olivi e altrettante di agrumi” spiega l’ing.Luigi Corasaniti, titolare dell’omonima azienda “abbiamo inoltre un progetto in corso per la costruzione di 100 alloggi a Soverato sul fronte mare nel Golfo di Squillace, una delle zone più belle della Calabria, la Rimini del sud.” Luigi Corasaniti è un giovane ingegnere imprenditore che ha lavorato 20 anni nel Veneto ed ha poi portato la sua esperienza in Calabria per gestire al meglio l’azienda di famiglia. “I problemi principali che abbiamo avuto nel corso di questi anni sono la burocrazia e la mancanza di servizi adeguati” afferma l’ing.Corasaniti “con il supporto delle istituzioni sarebbe invece possibile rendere la Calabria una regione molto migliore.” “Se vogliamo creare lavoro e far tornare i nostri emigrati qui a casa in Calabria” concludono Billi e Corasaniti “bisogna incentivare il turismo e l’agricoltura nella regione.”

Linguaggio terrorista sui social: l’alleanza tra gli inquietanti puntini di sospensione e il capslock casuale

Sapete, quando apro i social network lo faccio per fare una pausa o semplicemente per passare del tempo serenamente scorrendo tra i vari contenuti delle pagine che seguo. Peccato che la mia quiete molto spesso venga interrotta da quegli annunci o da quei stati che ogni tanto spuntano e quando meno ve lo aspettate vi terrorizzano. In cosa consistono questi messaggi terroristi?

Mi riferisco a stati o a messaggi promozionali scritti interamente in capslock e che, puntualmente, si concludono con i punti di sospensione (che a piacere di chi scrive possono essere 3 o 50, soprattutto se chi scrive è del Sud perché “meglio abbondà che se no la frase è sciupata”). Non so voi, ma questo modo di scrivere l’ho sempre trovato degno di un film Horror: leggere un post con su scritto “VIENI A MANGIARE DA PEPPUZZO ABBIAMO I PREZZI BUONI…” mi sembra quasi come se qualcuno via pc mi puntasse contro una pistola urlandomi di andare in un luogo altrimenti.. Gasp! Insomma, quei puntini sembrano far presumere il peggio e, da consumatore, non andrei mai in un locale che minaccia la gente come metodo per attirare i clienti!
La stessa moda della “minaccia social” l’ho notata anche nei post privati di determinati individui il cui identikit in genere è il seguente: persona oltre gli anta, tendenzialmente donna avente a disposizioni tante gif di bei disegni rovinate da font brutti usati per scrivere frasi esistenziali (rigorosamente in capslock) condite da disegnini glitterati a caso che Blingee levate proprio. Tutti quei “BUONGIORNISSIMO…” pienissimi di like e reactions, vi siete chiesti perché ciò avviene? Semplicemente perché la gente ha terrore che la loro amica li trovi per strada e urli loro qualcosa contro sul perché non ha risposto o messo il cuoricino ad un buongiornissimo. E voi vorreste spezzare un’amicizia? Mai sia, perciò ecco perché i buongiornissimo, i kaffeissimo e qualsiasi cosa a cui viene aggiunto erroneamente issimo sono pieni di like, queste non sono coincidenze, siate furbi!

IL NOSTRO 11 SETTEMBRE

Questo articolo è stato scritto nel pomeriggio del 14 agosto, dopo le notizie sul crollo del Viadotto Polcevera (“Ponte Morandi”), per il giornale AlgaNews, che lo ha pubblicato circa 24 ore dopo.

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Non mi unirò al coro: non mi piccherò di ragionare da ingegnere, non essendolo. Ma certo da anni sentivamo dire che quel ponte era un pericolo. Da anni abbiamo avuto le prove, più in generale, che il boom degli anni Sessanta, che certamente ha fatto salire il reddito medio degli italiani, ha prodotto disastri: un demenziale abuso del suolo, una terrificante modificazione del paesaggio, una violenza sistemica alla natura, abusivismo diffuso quanto irrefrenabile, e edifici spesso a rischio, in un’orgia irresponsabile di cemento, asfalto, calcestruzzo, tradotta in autostrade, ponti, viadotti, dighe, edifici costruiti fuori da ogni norma (e regolarmente condonati), e spesso non terminati e mai utilizzati…: colpevole, sistematica aggressione alla terra, al mare, alle spiagge, ai fiumi, alle montagne. Tutto questo al netto della corruzione, delle infiltrazioni mafiose, della collusione tra amministratori locali, ceto politico nazionale, grandi imprese: in definitiva, dietro il decollo dell’Italia democristiana abbiamo visto il trionfo del blocco edilizio. Le mani sulla città, meravigliosa pellicola di Francesco Rosi, che è soltanto del 1963, quando il boom sembrò fermarsi, seguito da una fase recessiva, poi superata in una nuova ondata di cemento specialmente autostradale. I boiardi di Stato si comportavano come se non peggio dei capitalisti vecchio stile, e la Fiat dettava legge ai governi, secondo la vecchia, immarcescibile norma della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
Abbiamo avuto troppe prove, nel corso degli anni, delle tremende conseguenze di questa Italia scempiata dal malgoverno, dalla criminalità grande e piccola, dalle “regole” sregolate del mercato e del profitto come unica strada da seguire. E abbiamo troppe volte dovuto piegare la testa davanti alle innumerevoli disgrazie annunciate: annunciate da esperti autentici, quelli di solito tenuti ai margini, o semplicemente inascoltati. Disgrazie annunciate, e ovviamente temute, anche dalle popolazioni locali, le quali, va detto, spesso oltre che vittime, complici dello scempio: salvo poi essere pronte, ovviamente, a bussare alla porta dei governi e dei comuni e delle regioni, per chiedere risarcimenti. La Liguria devastata dall’edilizia delle seconde case, la Liguria resa una bomba dall’interramento di fiumi e torrenti, la Liguria cementificata senza criterio e senza scrupolo, è da anni una osservata speciale: non c’è città, non c’è borgo, che non siano a rischio. Né c’è strada, ponte, viadotto che siano “sicuri”. Il “ponte di Brooklyn” appena crollato, ha avuto un grande ideatore, ma certo la sua progettazione, la sua realizzazione e la sua manutenzione sono una infinita catena di proteste, discussioni aspre, ricorsi, e via seguitando.
E quella frase che abbiamo letto e sentito immediatamente dopo le prime notizie del crollo, sulla “disgrazia annunciata”, non è altro che il seguito di quelle polemiche: insomma, come ha detto qualcuno, un’opera nata male e finita peggio. E potremmo aggiungere varie divagazioni in proposito, specialmente sul gigantismo che non è automaticamente segno di progresso autentico, sui limiti delle “grandi opere”, che sempre più ci si palesano come strumenti di consenso per i politici e di profitto per i costruttori, che come mezzi che aiutano le popolazioni e valorizzano i territori. Infatti, a dispetto degli studi scientifici, e persino contro l’inesorabile conto dei costi e benefici, e infine contro la volontà della “gente” o più nobilmente del “popolo” a cui con tanto gusto tutti ormai gli schieramenti politici fanno riferimento, si procede sulla strada già sconfessata, duramente, dalla realtà: Tav, Terzo Valico, Mosè, Muos, persino il famigerato Ponte sullo Stretto non vengono accantonati, mai definitivamente, anche quando, come ora è al governo un movimento che della battaglia contro le Grandi opere aveva fatto un suo cavallo di battaglia.
Avanti insomma così, serenamente, verso la catastrofe. Il Ponte Morandi, comunque progettato per un traffico enormemente inferiore a quello che si è andato determinando nel corso degli anni, un’opera in manutenzione perenne, anche con interventi sostanziosi, tanto da raggiungere un costo non troppo lontano da quello della realizzazione a suo tempo dell’opera (1963-67), oggi crollato, diventa inevitabilmente un simbolo e una metafora. Un simbolo innanzi tutto della cialtroneria di una intera classe dirigente, della miopia del suo ceto politico (incapace di ragionare in termini prospettici: nessuno poteva prevedere che il traffico sarebbe cresciuto, tanto per fare una domanda banale?), e della sua disonestà di fondo, pronto cioè letteralmente a farsi comprare, ossia a far prevalere, in cambio di benefici, voti, denaro, gli interessi di gruppi, lobbies, potentati. Il Ponte Morandi, crollato, è il nostro 11 settembre, e richiederebbe ben altra classe politica, per gestire una situazione di gravità inaudita. Le vittime umane, le distruzioni immani, i danni economici per ora incalcolabili, la prospettiva di una ricostruzione che richiederà decenni e sarà foriera di altra corruzione, mostra di altra inefficienza, esempio di altro pressapochismo, la Liguria divisa in due, e larga parte della Penisola con essa…: tutto questo è la metafora di un Paese allo sbando.
Detto altrimenti, il collasso del ponte di Genova, è, come ha scritto Francesco Sisci da Pechino (su Settimananews.it), l’annuncio di un collasso della politica a Roma. Un piccolo indizio è stato un tweet dell’ineffabile, onnipresente, tonitruante vero capo di questo governo, il ministro Matteo Salvini, che ha osato scrivere, andando oltre l’indecenza e il ridicolo: “In una giornata così triste, una notizia positiva. La nave Ong Aquarius andrà a Malta e gli immigrati a bordo verranno distribuiti tra Spagna, Francia, Lussemburgo, Portogallo e Germania. Come promesso, non in Italia, abbiamo già fatto abbastanza. Dalle parole ai fatti!”.
Per fortuna a Salvini e ai suoi “fatti” fantasmatici, stanno rispondendo i veri fatti, nel lavoro di uomini e donne, che dentro e fuori le istituzioni, cercano con abnegazione di salvare quanto è ancora da salvare. Quello che difficilmente si potrà salvare è questa Italia, se davvero non proviamo a rovesciare gli assetti di potere, a cominciare dal rapporto tra politica ed economia. Cosa ha da dire, oggi, la Società Autostrade? Ossia la famiglia Benetton, a cui lo Stato, improvvidamente, ha ceduto l’intera rete autostradale in cambio di un canone ridicolo? Invocheranno l’imponderabile, l’imprevedibile, deprecheranno Giove Pluvio o Zeus che lancia fulmini?
Per ora, mentre piangiamo i morti, pronti a sostenere in ogni modo i vivi, mentre ci abbandoniamo alla nostalgia, ricordando le tante e tante volte in cui abbiamo percorso quel ponte, quell’accesso all’amata città di Genova, quel collegamento tra Est e Ovest del Mar Ligure, per ora, fissiamo nella nostra mente, come un rabbioso memento, ma insieme come un freddo monito per il presente e per il futuro, quella immagine del camion fermo a pochi metri dal baratro, dove il viadotto ha ceduto: icona di un Paese spezzato.