Come si crea un Presidente 

cliny eastwood

Come si crea un Presidente
L’inganno di Obama è stato presto svelato al mondo, a chi ha avuto gli occhi per vedere, le orecchie per sentire, la perspicacia di guardare oltre le immagini che scorrono identiche, vuote, ogni giorno in tv.
L’imbroglio è stato scoperto. Non da giornalisti, detrattori o repubblicani: da Obama stesso. Le elezioni di MidTerm hanno confermato soltanto il crollo dei consensi a livello pubblico, perché l’altra faccia del Presidente si era già palesata, prima, a pochi mesi dal suo insediamento.
A poco servono le biografie o i saggi dei suoi sostenitori, di coloro che sono rimasti aggrappati alla speranza del cambiamento sbandierata in campagna elettorale. Di un “mondo nuovo”.

«Mr Cool»,[1] com’è stato ribattezzato, passerà alla storia per la sua abilità affabulatoria, per la sua scalata sociale e politica, per il teatrino di menzogne che è riuscito a imbastire. Gli si deve attribuire il merito di aver ingannato mezzo mondo, di aver esportato il suo modello populista post-razziale in tutti i Paesi democratici, dove la frenesia dell’Obama-mania è serpeggiata come un morbo tra cittadini e dirigenti politici, riappacificando per un po’ di mesi la base con i vertici di partito.

Svenimenti, acclamazioni, spillette, striscioni: tutti a emulare il nuovo fenomeno mediatico. Il desiderio mimetico di riempire il vuoto della politica si è cibato dell’aura salvifica che emanava dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Fascino, carisma, promesse, belle parole, famigliola solare: un mix letale per qualsiasi elettorato esasperato da anni di amministrazioni scellerate tra guerre inutili, attacchi terroristici, crisi. La capacità di rassicurare le masse e strizzare l’occhio alle lobby finanziarie.
Obama doveva essere l’agente non solo del cambiamento, ma della post-politica in generale, avrebbe dovuto rappresentare gli interessi di tutti i cittadini americani, al di là del credo politico, o del ceto sociale.
Se è vero che le cose devono cambiare per rimanere sempre le stesse, il suo approdo fulmineo sulla scena politica ha dimostrato che le barriere che separano repubblicani e democratici sono solo etichette vuote: a un certo livello sono tutti uguali, tutti controllati dai soldi e dal potere.

In questo senso Obama si è dimostrato non solo un prodotto del Partito Democratico, ma soprattutto un burattino di quella che il giornalista americano John R. MacArthur, nel suo ultimo saggio, ha battezzato la «casta americana»: le lobby di Wall Street[2].
I poteri forti della finanza hanno creato e indirizzato questo giovane, dal passato esotico, a mirare all’insediamento alla Casa Bianca. Ma a differenza di un JFK, Obama non ha avuto – almeno per ora – la forza di emanciparsi da quei poteri forti che ne hanno guidato il destino.
È lo stesso Obama a svelare i mezzi per conquistarsi la vittoria: «In assenza di potenti mezzi personali, c’è fondamentalmente una sola maniera di ottenere la quantità di denaro che serve nella corsa al Senato degli Stati Uniti. Bisogna chiederlo alle persone ricche». Forse che a corteggiare e a farsi corteggiare dall’establishment politico e finanziario americano l’ex senatore dell’Illinois sia rimasto invischiato in promesse di ben altro genere e in scambi di favori da aver dovuto o voluto dimenticare i bisogni dei cittadini? Scendendo necessariamente a patti con il potere per diventare Presidente, ne è forse rimasto contagiato?

Oppure dietro questa scalata sociale e politica senza precedenti nella storia è da ravvisare un destino segnato fin dall’infanzia da coloro che stanno “dietro il trono”, che manovrano il potere e i soldi che si celano dietro di esso?
Obama è forse il prodotto di qualcuno che ha individuato in questo giovane brillante, esotico, una possibilità di “investimento” per creare un simbolo politico post-razziale che muovesse le masse infondendo fiducia nell’elettorato?

Tratto dal libro “L’altra faccia di Obama: ombre da passato e promesse disattese” di Enrica Perucchietti, ed. Infinito

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cliny eastwood

Come si crea un Presidente
L’inganno di Obama è stato presto svelato al mondo, a chi ha avuto gli occhi per vedere, le orecchie per sentire, la perspicacia di guardare oltre le immagini che scorrono identiche, vuote, ogni giorno in tv.
L’imbroglio è stato scoperto. Non da giornalisti, detrattori o repubblicani: da Obama stesso. Le elezioni di MidTerm hanno confermato soltanto il crollo dei consensi a livello pubblico, perché l’altra faccia del Presidente si era già palesata, prima, a pochi mesi dal suo insediamento.
A poco servono le biografie o i saggi dei suoi sostenitori, di coloro che sono rimasti aggrappati alla speranza del cambiamento sbandierata in campagna elettorale. Di un “mondo nuovo”.

«Mr Cool»,[1] com’è stato ribattezzato, passerà alla storia per la sua abilità affabulatoria, per la sua scalata sociale e politica, per il teatrino di menzogne che è riuscito a imbastire. Gli si deve attribuire il merito di aver ingannato mezzo mondo, di aver esportato il suo modello populista post-razziale in tutti i Paesi democratici, dove la frenesia dell’Obama-mania è serpeggiata come un morbo tra cittadini e dirigenti politici, riappacificando per un po’ di mesi la base con i vertici di partito.

Svenimenti, acclamazioni, spillette, striscioni: tutti a emulare il nuovo fenomeno mediatico. Il desiderio mimetico di riempire il vuoto della politica si è cibato dell’aura salvifica che emanava dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Fascino, carisma, promesse, belle parole, famigliola solare: un mix letale per qualsiasi elettorato esasperato da anni di amministrazioni scellerate tra guerre inutili, attacchi terroristici, crisi. La capacità di rassicurare le masse e strizzare l’occhio alle lobby finanziarie.
Obama doveva essere l’agente non solo del cambiamento, ma della post-politica in generale, avrebbe dovuto rappresentare gli interessi di tutti i cittadini americani, al di là del credo politico, o del ceto sociale.
Se è vero che le cose devono cambiare per rimanere sempre le stesse, il suo approdo fulmineo sulla scena politica ha dimostrato che le barriere che separano repubblicani e democratici sono solo etichette vuote: a un certo livello sono tutti uguali, tutti controllati dai soldi e dal potere.

In questo senso Obama si è dimostrato non solo un prodotto del Partito Democratico, ma soprattutto un burattino di quella che il giornalista americano John R. MacArthur, nel suo ultimo saggio, ha battezzato la «casta americana»: le lobby di Wall Street[2].
I poteri forti della finanza hanno creato e indirizzato questo giovane, dal passato esotico, a mirare all’insediamento alla Casa Bianca. Ma a differenza di un JFK, Obama non ha avuto – almeno per ora – la forza di emanciparsi da quei poteri forti che ne hanno guidato il destino.
È lo stesso Obama a svelare i mezzi per conquistarsi la vittoria: «In assenza di potenti mezzi personali, c’è fondamentalmente una sola maniera di ottenere la quantità di denaro che serve nella corsa al Senato degli Stati Uniti. Bisogna chiederlo alle persone ricche». Forse che a corteggiare e a farsi corteggiare dall’establishment politico e finanziario americano l’ex senatore dell’Illinois sia rimasto invischiato in promesse di ben altro genere e in scambi di favori da aver dovuto o voluto dimenticare i bisogni dei cittadini? Scendendo necessariamente a patti con il potere per diventare Presidente, ne è forse rimasto contagiato?

Oppure dietro questa scalata sociale e politica senza precedenti nella storia è da ravvisare un destino segnato fin dall’infanzia da coloro che stanno “dietro il trono”, che manovrano il potere e i soldi che si celano dietro di esso?
Obama è forse il prodotto di qualcuno che ha individuato in questo giovane brillante, esotico, una possibilità di “investimento” per creare un simbolo politico post-razziale che muovesse le masse infondendo fiducia nell’elettorato?

Tratto dal libro “L’altra faccia di Obama: ombre da passato e promesse disattese” di Enrica Perucchietti, ed. Infinito

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