Faber

Non ce ne sarà un altro, come Fabrizio De André. Non con la stessa voce, non con le stesse parole, non con lo stesso cuore. Non ce n’è stato un altro, come Fabrizio De André, a 20 anni dalla sua scomparsa.

Il vuoto lasciato da Faber si sente, si vive, si percepisce. Faber manca anche a chi 20 anni fa ancora non c’era. Faber manca anche a chi non lo ama. Faber manca anche a chi non lo conosce. Perché, essenzialmente, oggi, a ognuno di noi manca tutto ciò che lui sapeva raccontare, cantare, dare. Manca la poesia, manca l’utopia, manca l’empatia.

Fabrizio De André aveva il dono di mostrarsi per quello che veramente era. Esaltava gli ultimi, i dimenticati, i più fragili. E non aveva paura di mostrare le proprie, di fragilità. Temeva la morte, come tutti noi, e celebrava la vita, come solo pochissimi sanno fare.

Avremmo un bisogno matto di uno come Fabrizio De André in questa realtà di chiusure, silenzi, e paure. Avremmo bisogno di qualcuno che sappia “leggere il libro del mondo, con parole cangianti e nessuna scrittura”.

Ma Faber era uno solo. È uno solo.

È il bambino che per la prima volta prende in mano una chitarra, è il ragazzo che scrive una poesia sulla ragazza che ha appena incontrato, è l’uomo che beve un bicchiere in più per dimenticare una giornata difficile. È chi ama la campagna, è chi studia la città, è chi cerca la nota giusta, è chi gioca con le parole, è chi cerca l’amore, è chi viaggia, è chi accoglie, è chi cerca di capire, è chi sa ascoltare. È chi “ha un mondo nel cuore, ma non riesce ad esprimerlo con le parole”.

Faber un po’ siamo noi.

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