Facebook ci perseguita oltre la vita

In Thailandia, nell’ultimo albergo, avevo una connessione a singhiozzo: vedevo i titoli di articoli interessanti ma non riuscivo ad aprire i link per leggerli. L’unico che si è aperto subito è stato l’articolo sulla mamma che scriveva usando l’account di Facebook del figlio morto la scorsa estate. Postava a nome del figlio, usando la sua pagina. I risvolti delle ‘leggi’ di Facebook non mi interessano: si può, non si può, cosa dice la legge, non sono questioni sulle quali mi voglio soffermare.
La signora ha anche ‘discusso’ la tesi del figlio, pare su invito dei docenti. E questa è una cosa che ho fatto pure io: non ho discusso la tesi, perché mi dissero che non si poteva e poi mica la volevo discutere. Ho presenziato – piangendo tutto il tempo e anche dopo – e mi hanno mandato a casa un Attestato di Benemerenza che odio e che ho gettato in fondo all’armadio.
Quindi, le fai anche tu le fesserie, vero? Certo. Come no.

Ma presentare una tesi è un evento singolo, dura una volta e stop. È quasi naturale che se un figlio muore pochi giorni dopo averla conclusa a te venga in mente di dire che la vuoi presentare tu stessa al posto suo. Lo choc non ti ha ancora abbandonata e sarà per molti mesi il tuo compagno fedele, facendoti dire e fare cose assurde. Ma bisogna sopportare e andare avanti. Possiamo fare tante cose che non avremmo mai pensato. Cose ‘singole’, però.
Poi è sempre valida la mia affermazione che dice “ognuno faccia ciò che lo fa stare bene” e quindi c’è chi vuole andare al cimitero tutti i giorni e ci sono io che lo odio. Per me andare al cimitero equivale a piantarmi un coltello nel fianco.
“Fare ciò che ci fa stare bene”. Quindi questa mamma che posta con il nome del figlio potrebbe farlo per sempre, visto che dice che la fa stare bene. In questo caso, mi pare, entriamo in un comportamento ripetitivo, reiterato e un po’ morboso.
Qualcuno ha segnalato a Facebook che il ragazzo a cui è intestato il profilo è morto, e Facebook l’ha trasformato in ‘profilo alla memoria’. La mamma è entrata per postare e si è vista l’accesso negato e la pagina ora si chiama “In memoria di”.
Chiunque di noi, per le regole di facebook, potrebbe designare un erede, una persona a cui, invece di un braccialetto di giada o una sciarpa che comprammo insieme a Dublino, possiamo lasciare il nostro profilo. Ma un ragazzo giovane, e anche gli altri, di certo non pensano di designare eredi per la pagina facebook. Magari, se anche lo sapessero, lo riterrebbero poco interessante.
Che dire di tutto ciò?
Difficile articolare in modo chiaro i pensieri: è un argomento tosto e non è facile farsi comprendere. Mi va, però, di tentare.
A me è capitato di vedere post scritti da un conoscente morto (non si può dire in altro modo) e ho provato sgomento. Ed era un conoscente, una persona vista una volta sola. La moglie scriveva con il suo account e ogni tanto vedevi questi messaggi comparire nella home. Tutte le volte era un sussulto.
Mi immagino che gli amici intimi, magari una fidanzata, un cugino, sussultino ben più forte vedendo comparire post scritti in prima persona con il nome del loro amico, cugino, fidanzato, morto. Magari qualcuno si è interrogato e ha pensato che forse la mamma aveva bisogno di aiuto. Dico ‘magari’ ma non lo so. Oppure qualcuno di loro, qualcuno che ama tanto quel ragazzo, ha pensato fosse suo dovere aiutare la madre, proprio in nome dell’affetto che lo legava all’amico/cugino. E ha scritto a facebook per segnalare la faccenda. Facebook ha operato di conseguenza e ha modificato il profilo.
A quel punto la madre è rimasta – naturalmente – molto male e il web si è scaldato con commenti che invocano clemenza. Il punto non è se facebook ha fatto male o non a modificare il profilo. Forse le regole servono a dare una direzione certa e uguale per tutti. Nessuno potrebbe entrare nel profilo di un altro, e ‘mantenere il dialogo con il figlio’ si può fare anche dal proprio profilo, scrivendo con il proprio nome.
Credo che tutto questo discorso non serva a molto. E forse non sono stata chiara. Certo non importa quello che io penso, però in questi anni, in queste evenienze, mi sono interrogata su cosa avrei fatto o voluto se facebook esistesse dal 2001.
Di certo non avrei voluto essere erede e non avrei voluto mantenere un profilo facebook che mi avrebbe causato angoscia. Ma ognuno di noi è diverso, lo ribadisco, e ognuno deve fare ciò che crede lo faccia sentire meglio. “Lo faccia sentire meglio” è la frase chiave; siamo certi che scrivere a nome di, con il nome di, sia una cosa che faccia stare meglio? Le mosse ripetute, diverse dalla ‘discussione’ di una tesi – mossa singola -, non sono mai del tutto sane. Difficile dire se chi si è intromesso denunciando la morte del ragazzo sia stato stronzo o amorevole. Io propendo per la seconda.

  • foto mia, di un ‘cimitero’ thailandese

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