Fermi in mezzo al nulla

Sono a Torino Porta Susa, esausto. Salgo sul Regionale Veloce per Milano, sprofondo nel sedile. Il treno è diventato da qualche tempo il mio posto preferito per la lettura. Da quando ho iniziato a viaggiare tutti i giorni, ho letto tantissimi libri. Sarà per questo che non mi decido a diventare un fuori sede anche io. Ma stasera non riesco a leggere niente. Sono troppo stanco.

Osservo il paesaggio fuori dal finestrino. Case, persone, cani, automobili che passano a centodieci orari e mi lasciano dentro la sensazione di essere parte di qualcosa di immenso. Vi è mai capitato di pensare – fermi al passaggio a livello – che sul treno che sta scorrendo sui quei binari a tre metri da voi ci sono trecento vite che corrono veloce verso casa, verso la scuola, il lavoro? Verso una madre e un padre, verso l’amore di una vita? O anche verso una brutta giornata.

Perso in questi pensieri rischio di perdere anche la coincidenza. Scendo a Chivasso, il treno per Ivrea delle 17:25 è in perfetto orario. Meno male. Il viaggio riprende, ma a Caluso, dopo un quarto d’ora, il treno si ferma. Non riparte. Il treno è guasto e viene soppresso.

Ora, io non sono un grande appassionato di calcio. Mi piace, come a tutti, ma preferisco passare il mio tempo libero in altri modi. Alcune partite, però, sono qualcosa di più. Trascendono dall’essere semplice sport. Sono occasioni da condividere con persone con cui il tempo libero sembra affievolirsi ogni giorno.

Quel pomeriggio c’è Spagna-Italia, agli europei di Francia 2016. E davanti alla televisione, a casa, mio padre mi sta aspettando.

“I viaggiatori sono pregati di scendere e attendere il treno delle ore 18.43”. Qualcuno scende in silenzio rassegnato, qualcuno se la prende con il capotreno che forse è più arrabbiato di noi. Siamo fermi in mezzo al nulla, il treno si è rotto e non ne passerà un altro se non tra un’ora. Caluso non è un paese piccolo, ma in giro non c’è nessuno. Non un’automobile, non una persona. Neanche un gatto, per dire.

In stazione siamo una trentina di persone, ci sediamo dove c’è posto, pochi sulla panchina, qualcuno su uno scalino, molti per terra. Ci guardiamo negli occhi a vicenda. Tutti lo pensano e nessuno lo dice. Poi una signora prende coraggio e si fa carico del pensiero comune: “Beh, se segniamo almeno sentiremo qualcuno gridare, no? Non c’è nessuno in giro, saranno tutti a casa davanti alla tv…”.

Un bambino, avrà sei anni, indossa orgoglioso la maglia gialla della Romania, ma parla di calciatori italiani con il padre, che sorride e gli carezza la testa. Io propongo di accendere la radio, ma realizzo presto che la sua poesia è utopia di fronte all’esigenza di vedere, anziché immaginare. Le batterie degli smartphone, esauste da un giorno di utilizzo, non tengono.

Ma la signora aveva ragione, e non esita a farlo notare: “M’è sembrato di sentire un urletto…”. Era vero. Era Chiellini. Dal marciapiede uno della stazione di Caluso si alza un grido unanime. Il bambino con la maglia gialla salta in braccio al padre. Il sorriso bianchissimo di un ragazzo africano con la maglietta azzurra mi fa comprendere il significato reale di questa partita.

Sembriamo tifosi d’altri tempi, isolati da tutto e da tutti, in un paese deserto in mezzo alla campagna. Tifosi d’altri tempi, con poche informazioni, ma quante bastano per sognare. La tensione sale, sappiamo che l’Italia sta giocando una grande partita, e siamo ancora tutti fermi a quel quattro a zero di qualche anno fa.

“Ragazzi, non perdiamo il treno adesso, però…” dico.

Il nostro viaggio riparte puntuale alle 18:43. “Sto arrivando, papà. La finiamo assieme”. Arriviamo a Ivrea alle 19:10, la partita è quasi finita. Scendiamo dal treno salutandoci velocemente, sconosciuti con in comune qualcosa da raccontare. Corriamo tutti verso casa, verso la macchina, verso qualcuno.

Mio papà è lì, con la vespa e il casco per me in mano. Salto su, lo allaccio che siamo già partiti. Voliamo sull’asfalto e sui cubetti, rischiamo un paio di incidenti. Ma nonostante questo, nonostante Trenitalia, nonostante la sfiga, nonostante tutto, entriamo in casa che la tv è già accesa, giusto il tempo di toglierci le scarpe e segna Pellè.

Ce l’abbiamo fatta, penso, e mi lascio cadere sul divano.

 


Foto di @jayczack

Per ascoltare la lettura del testo, seguite la puntata dell’ 1/06/2017 del programma Pascal di Radio 2.

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