Frenesia politica americana. I repubblicani nel panico a pochi mesi dalle elezioni.

Ad un anno e mezzo dalle rocambolesche elezioni presidenziali del novembre 2016 la macchina politica ed amministrativa di Trump sta clamorosamente e sonoramente iniziando a perdere pezzi e , soprattutto, energia. La campagna elettorale si è basata sulla spinta propulsiva del più becero populismo di destra creando un mix di razzismo, conservatorismo delle tradizioni cristiane e rinnovamento dell’establishment e della classe dirigente: una sorta di testa d’ariete contro la politica americana di Wall Street e Washington. Adesso l’energia creata dalla promessa di cambiamento sostenuta dalla pancia degli americani impoveriti ed arrabbiati si sta esaurendo e Trump si ritrova ora a dover gestire quella macchina amministrativa contro cui ha inizialmente combattuto ma che con il tempo è ritornata inesorabilmente regista unica dell’agenda politica nazionale. Insomma, colui che si era proclamato come il più grande rottamatore dai tempi di Roosevelt si è dovuto infine plasmare secondo i dettami dei protocolli, dei ritmi e delle esigenze dell’universo politico del Campidoglio. trumpTrump da un anno a questa parte ha raccolto una serie preoccupante (per lui) di sconfitte cocenti, il ché fa pensare che l’elettorato americano stia rivalutando il miliardario newyorkese: dalla promessa “Make America great again” si è passati al più italico “io speriamo che me la cavo”. La maschera sta cadendo e sotto si vede Trump per quello che è sempre stato: un bruto ed incapace, almeno a fare il presidente. Ha perso le elezioni senatoriali e governative in Alabama, in New Jersey, nello Stato di New York e soprattutto, come ultime, nello stato che l’aveva incoronato presidente nella corsa contro la Clinton, ovvero la Pennsylvania. Tutti i suoi candidati sono stati battuti sonoramente da un Partito Democratico sempre più consapevole di se stesso e pronto ad affrontare Trump nelle elezioni mid-term di novembre per il parziale rinnovo della Camera e del Senato. In quest’occasione Trump potrebbe far perdere ai repubblicani la maggioranza al Senato, e non sono pochi, tra deputati e giornalisti, quelli pronti a scommettere sull’avvio delle pratiche per il famigerato impeachement.

Infatti, oltre che aver perso il controllo del partito, Trump ha anche smarrito il comando del suo entourage. Così come Nixon venne travolto dal Watergate, anche Donald potrebbe essere investito da un altro scandalo politico, chiamato ormai da tutti Russiagate. Dai tempi della Guerra Fredda, così come oggi, gli americani non riescono ancora a digerire eventuali ed evidenti contatti diretti con Mosca, la notizia che il presidente in carica sia stato eletto grazie all’intervento del Cremlino di Putin in diversi fronti della campagna elettorale e anche in tempi successivi, rischierebbe di far calare nella mani del presidente una vera e propria bomba mediatica ad orologeria. I sospetti di una spinta data dalla mano di Mosca cominciano a nascere dopo che il manager della campagna elettorale trumpista, Paul Manafort, ed il suo consulente Carter Page furono costretti alle dimissioni con l’accusa di aver ricevuto grossi finanziamenti provenienti dalle casse statali russe. La miccia che ha fatto esplodere lo scandalo è però successiva. Trump riconferma al vertice dell’FBI James Comey, già nominato da Obama, diventato famoso al grande pubblico per aver permesso la prolificazione mediatica delle mail della ex first lady Hillary Clinton, successivamente al vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale viene nominato un fedelissimo di Trump, l’ex generale Michael Flynn, che ad un’interrogazione parlamentare omette diverse informazioni a riguardo delle sanzioni economiche alla Russia e soprattutto di aver partecipato a numerosi incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. L’omissione diventa scandalo e la prima testa a rotolare dalle scalinate della Casa Bianca è proprio quella di Flynn. Il tentativo di insabbiare il caso però non ha effetto e l’FBI di Comey inizia le indagini.russia gateIl caso esplode dopo che un ex agente segreto britannico fa rinvenire un dossier russo sul presidente Trump con l’obiettivo di minacciarlo. I legami tra il tycoon di New York e Mosca appaiono ora evidenti. La seconda vittima illustre è il ministro della giustizia Jeff Sessions, costretto alle dimissioni dopo aver nascosto ancora una volta incontri di natura politica occulta sempre con l’ambasciatore Kislyak. Dopo questo fatto sono partite le indagini delle commissioni congressuali e Trump, in evidente difficoltà, decide di licenziare il suo uomo di fiducia James Comey alla guida dell’FBI. L’opinione pubblica interpreta la decisione di Trump come un tentativo di insabbiare definitivamente l’inchiesta. A complicare ulteriormente la situazione si aggiunge l’indagine contro Jared Kushner, senior advisor del presidente nonché marito di Ivanka, figlia di Trump, sospettato di aver favorito l’intervento russo nel meccanismo politico della campagna elettorale americana. A rendere il caso davvero pericolo per il presidente è stata l’ultima testimonianza a sorpresa dell’ex capo dell’FBI Comey, licenziato da Trump, che davanti alle commissioni del Congresso ha affermato di aver avuto pressioni presidenziali per affossare il caso Flynn e ha concluso dicendo che «non ci sono dubbi sul fatto che la Russia abbia interferito nelle elezioni presidenziali». In sostanza, se Trump a novembre dovesse perdere le elezioni mid-term la valanga Russiagate potrebbe davvero risultare devastante per il presidente più controverso di sempre.

I problemi interni non si limitano però al caso del Russiagate. Già dai tempi delle primarie Trump ha sempre avuto contro l’establishment del proprio partito; dopo le elezioni molti dei detrattori repubblicani di Trump, come Bush, Mitt Romney, Ted Cruz ed altri, si sono silenziosamente allineati per paura di essere lasciati completamente fuori dai giochi. Il silenzio forzato si è rotto in fretta al primo segno di cedimento della corazzata Trump, sollevando una vera e propria protesta politica. È stato infatti emblematico come per le elezioni dei seggi senatoriali per lo Stato dell’Alabama i repubblicani moderati e tradizionalisti abbiano pubblicamente votato contro il candidato scelto dal presidente, facendo innescare una numerosa serie di ammutinamenti al vertice del partito. L’ultima defezione, la più numerosa di tutte, riguarda la decisione dello speaker della Camera, Paul Ryan il più alto repubblicano di grado al Congresso, di andare in pensione anticipata.paul ryan I motivi espressi alla stampa sono di natura strettamente privata, ovvero per passare più tempo con i figli diventati teenagers. Si sa però che in questi casi i politici non dicono proprio tutta la verità e infatti il New York Times ha già definito il rampante Ryan come un politico bollito. Paul Ryan non è un repubblicano qualunque: entrato nel Congresso a ventinove anni quando non aveva ancora figli e riconfermato dal suo stato, il Wisconsin, fino al 2015, anno in cui è stato eletto speaker della Camera. È un politico sia giovane dall’aspetto limpido ma già stagionato, evangelico, ultra-conservatore contro l’aborto e i matrimoni gay e a favore dell’abolizione di numerose tasse come l’imposta sul reddito delle società, educato e politicamente corretto, ex candidato alla vicepresidenza nel 2012 con Mitt Romney, dalla buona parlantina, buca lo schermo dell’emittente Fox News. In sostanza è il classico frontman americano perfetto per conquistare la middle class bianca e non solo. No, Ryan non è un repubblicano qualunque, fino a qualche giorno fa era la persona più indicata dai rumors come il prossimo candidato alla Casa Bianca per il partito repubblicano del post Trump. La ritirata dell’ex-speaker ha destabilizzato ancora di più l’agonizzante entourage repubblicano e la feroce opinione pubblica statunitense ha decifrato la ritirata di Paul Ryan come l’intonazione del de profundis per Trump. Per i giornali di New York e non solo, Ryan si è ritirato perché non vuole perdere in veste di frontman nelle elezioni di mid-term e perché sa che al prossimo giro delle elezioni presidenziali i repubblicani partiranno largamente da sfavoriti. Gli anglosassoni su questo, a contrario nostro, non fanno sconti: se un candidato presidente perde la corsa alla Casa Bianca è semplicemente un politico finito. L’elefantino rosso sembra davvero morente e Ryan ha deciso di defilarsi in tempo per non rimanere schiacciato sotto il peso pachidermico dell’effetto Trump.

Se nell’oceano politico americano la nave repubblicana è in balia delle tempeste allo stesso tempo i democratici si stanno rapidamente mettendo in sesto dopo il naufragio del 2016 con Hillary Clinton al timone. Il partito di Obama aveva già dimostrato una certa solidità durante la corsa alle primarie democratiche; lo scossone di Bernie Sanders ha avuto in realtà il grande merito di ricordare ai democratici che spostarsi troppo al centro è stato un assist politico a Trump che è riuscito a conquistare la classe operai e quei ceti sociali, tradizionalmente di sinistra, colpiti violentemente dalla crisi economica.bernie sanders3 In sostanza i democratici della terza via clintoniana, ad ispirazione blairiana, si sono ritrovati sconfitti perché si sono dimenticati delle radici originarie del partito, e per questo l’elettorato li ha puniti non facendo sconti. Ma dal novembre di due anni fa i dem non sono rimasti del tutto immobili: dopo aver messo da parte la Clinton è iniziato un generale e allargato processo di rinnovamento ideologico del partito. A marzo, nella convention dei democratici dello Stato del Colorado a Denver, sono stati inseriti nel programma politico per la prima volto dopo tanti anni dei punti ad aperta ispirazione socialista; si parla di difesa esplicita della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sulla linea della quarta clausola della costituzione del partito laburista britannico. Gli sponsor di questa prima virata a sinistra sono stati dei giovani membri del gruppo politico dei Socialisti democratici d’America (SDA) i quali, sempre a Denver, hanno affermato che «l’economia dovrebbe essere posseduta e controllata democraticamente per servire i bisogni dei molti e non aiutare i profitti dei pochi». Risuona come un chiaro rimando alla slogan dei laburisti di Jeremy Corbyn For the many, not the few. Quindici membri del SDA, tutti under 30 (anche se abbiamo capito che non è una garanzia di successo),sono stati eletti dal caucus democratico del Colorado come portavoce all’assemblea nazionale generale dei democratici, durante la quale si decideranno le linee guida del programma politico da presentare per le presidenziali del 2020. A rafforzare ancora di più lo slancio a sinistra del Partito Democratico è stata una ricerca del Washington Post che ha sottolineato come i candidati dem per le elezioni mid-term saranno in media i più ideologicamente inseriti a sinistra di sempre. Se come sembra i democratici riusciranno a conquistare la maggioranza dei seggi congressuali in palio, vorrà dire che saranno sempre di più i deputati e senatori democratici dichiaratamente socialisti e, ancora una volta, sarà merito della tenacia e caparbietà del vecchio senatore del Vermont Bernie Sanders. Si preannuncia quindi uno scenario particolare e, in parte, inaspettato: il patriottismo americano si mitiga dinnanzi a un mondo pericolosamente spostato a destra dagli imperi di Russia, Turchia e Cina, tanto da far dimenticare alla patria del maccartismo la paura viscerale verso ciò che guarda con ambizione al socialismo democratico.

Stefano Nangeroni

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