Henry Kissinger e la teoria del domino

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La teoria del domino è una teoria geopolitica statunitense ideata durante la Guerra Fredda. Essa sosteneva che la nascita di uno stato comunista nelle aree d’influenza americane, avrebbe innescato un effetto domino contagiando, quasi come un virus, le nazioni confinanti.

Domino_theory

Sulla base di questa dottrina si fondò l’intervento americano in Vietnam, Laos e Cambogia. Infatti il Pentagono temeva un’escalation comunista che potesse intaccare i loro interessi in Indonesia, paese ricco di risorse minerarie, in cui Stati Uniti e Gran Bretagna appoggiarono la dittatura del generale Suharto.

Ciò poichè tale regime permetteva a Washington di sfruttare le immense risorse minerarie del paese, in primis pozzi petroliferi,  mentre Suharto massacrava un numero compreso tra uno e due milioni di comunisti indonesiani, quest’ultimo fatto assai gradito agli Stati Uniti.
Un altro timore americano era che queste ondate indipendentiste arrivassero in Giappone, e che quest’ultimo potesse scrollarsi di dosso il giogo di Washington,
divenendo nuova potenza egemone nel Pacifico e in Asia.

Sempre a questa famosa teoria del domino e al noto diplomatico Henry Kissinger, è da attribuire il sostegno americano alle dittature militari in Sud America.                         Infatti i regimi dittatoriali in Cile, Argentina e altri stati in America Latina ricevettero il beneplacito e l’appoggio di Washington, ciò è dovuto allo sfruttamento delle immense risorse minerarie di queste nazioni, agli interessi delle multinazionali e al terrore comunista, che in quegli anni impermeava la società occidentale.

Ultimo scenario fondamentale è composto da Medio Oriente e Africa. A causa delle enormi risorse petrolifere e non solo, di cui dispongono le nazioni
di queste aree del mondo, su di esse si gioca una battaglia fondamentale, nella partita per il controllo del globo e delle sue risorse.
Da ciò possiamo comprendere il sostegno americano alla dinastia Saudita e Israele. Quest’ultimo ormai conosciuto come il cane da guardia del Pentagono, mentre
la casa reale di Riyad continua la guerra, dichiarata o meno, con Teheran per la supremazia in questa fetta di mondo.
Proprio riguardo a Teheran, gli incoraggiamenti di Trump nei confronti della popolazione sembrano più una strumentalizzazione, che vere preoccupazioni,
verso un popolo che lo stesso presidente americano poco tempo fa definiva terrorista, il Pentagono potrebbe star pensando a una nuova missione di
“peacekeeping””?

Alla luce di questi fatti possiamo meglio comprendere la politica divide et impera di Washington, persino il più insignificante dei “tasselli” che compongono
lo scenario geopolitico, diventa di cruciale importanza, in quanto se venisse a mancare scatenerebbe un effetto domino dagli effetti inimmaginabili.
Nonostante l’impegno americano, l’influenza del Pentagono a livello globale sta diminuendo, dopo la fine della seconda guerra mondiale è iniziato un lento
e inesorabile declino. In Asia stanno nascendo nuove potenze, seppur minacciate da gravi problematiche interne, prima fra tutte la Cina di Xi Jinping. Il Medio Oriente
continua a pesare sulle spalle dei contribuenti americani. Infine l’America Latina, da sempre considerata “il giardino di Washington” si sta lentamente
liberando dal giogo statuitense, sopratutto grazie alla creazione della CELAC, un blocco regionale che riunisce tutte le nazioni del continente, Stati Uniti e Canada esclusi. Il Pentagono continua a far vedere i muscoli, ma la domanda sorge spontanea, ci stiamo avvicinando alla fine dell’egemonia americana?

-Fabio Bonici

 

 

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