I RAGAZZI SI SONO PRESI GENOVA RICKY, EDO, EMI: SPALANO TUTTI (Ferruccio Sansa).

Genova del fango

SENZA MEZZI E ATTREZZATURE. CENTO MILITARI ARRIVANO SOLO IN TARDA SERATA.

Genova si salva da sola. Mentre perfino il Tricolore diventa striscione di protesta: “Incapaci”, è scritto a pennarello sul bianco della bandiera. Mentre a Staglieno c’è chi recupera i mobili dal fango e alza barricate in mezzo alla strada per bloccare il traffico: “Siamo stati abbandonati. Vergogna”. Un gesto di rabbia. Ma senza violenza. Finora. La città è caduta – si è consegnata – ai giovani. Ragazzi, migliaia di ragazzi, ragazzi ovunque. Genovesi, che neanche pensavi ce ne fossero così tantinellacittàpiùanzianad’Italia. Poi milanesi, torinesi, addirittura qualche francese, gruppi di tedeschi, di inglesi. E immigrati che forse per la prima volta si sentono davvero italiani.   Le auto con la sirena   sfrecciano ma non si fermano   Tutti con gli stivali, le magliette e i pantaloni coperti di fango. Nessuno li ha convocati, sono venuti da soli, richiamati magari da un tam tam su Facebook e Twitter. Sono venuti perché se lo sentivano. “Siamo qui per aiutare a rimettere a posto la città, ma soprattutto per non lasciarla sola”, sorride a mezza bocca Riccardo Pastorino, vent’anni. E non è solo una battuta.

Genova ieri sembrava una città bombardata: fango dappertutto, ti entrava perfino nel respiro. Poi auto accartocciate, cartelli segnaletici scagliati lontano da una forza enorme, cassonetti dell’immondizia. Nell’aria, suono di sirene come impazzite e quel cielo plumbeo che pesa sulle spalle. Le strade coperte di terra sembrano aver perso la direzione. Sono un groviglio senza senso e ordine. Ma per fortuna c’erano loro, i ragazzi. Usciti da chissà dove. Proprio nella città più vecchia d’Italia,doveleviesonosemprepiene di anziani. “Sì, Genova è ancora viva”, si passa una mano sulla faccia Edoardo Maurici, liceale, con un gesto involontariamente solenne. “Siamo solo noi e la gente del quartiere”, aggiunge prima di riprendere la pala. Già, questo corteo di migliaia di ragazzi riempie gli occhi. E quasi non ti accorgi di chi è assente: lo Stato . Dove sono i militari che si sono installati in città alle 16:55 di ieri, quasi quarantotto ore dopo il disastro? Dov’è la Protezionecivile,aparteleautochesfrecciano con la sirena perennemente accesa? Dove sono tutti, a parteivigilichepresidianogliincroci?   Lo striscione: “Sopravvissuti al vostro silenzio”   “Guardi, sembra una città in mano ai ragazzi”, Cinzia Benedetto si affaccia alla finestra di casa sua, al primo piano di un condominio vicino alla stazione di Brignole. Certo, ci sono un paio di ruspe, un camion con l’idrante. Ma è poca roba che si perde nel mare di magliette, di pettorine gialle indossate dai ragazzi. Non hanno bisogno di sale regia, di task force, di grandi paroloni. Spalano. “Sopravvissuti al vostro silenzio”, proprio come è scritto su un lenzuolo trasformato in striscione. Genova ha le mani nel fango. Scava e si libera da sola. “Questi ragazzi sono grandi! Spalano via la merda e il fango. Ma soprattutto la rabbia. Perché qui ieri c’era un’aria che la tagliavi con il coltello”, ti racconta Emilio Tassara. Sì, ci sono voluti i giovani, migliaia, per trasformare l’elettricità delle prime ore in un’energia positiva. Quasi in speranza. Loro che hanno un’aria seria, ma riescono anche a sorridere quando un compagno cade nel fango, quando l’idrante si attorciglia e scola su decine di persone tutto intorno. Una di loro addirittura è punta da un insetto mentre scava nel fango, ricoverata d’urgenza per una crisi allergica, per fortuna si riprende col passare delle ore. Cecilia Cosso non era più uscita di casa dalla notte dell’alluvione: “Stavo dormendo e ho cominciato a sentire delle voci per strada. Mi sono affacciata e ho visto i primi ragazzi. Poi altri e altri ancora. Sembrava una festa. Alla fine sono uscita… per la prima volta dall’alluvione… mi sono messa sulla porta di casa con tre tazzine e ho bevuto un caffè insieme con loro. E ora mi pare che sia di nuovo tutto possibile”. Così pochi fanno caso quando arriva il cardinale Angelo Bagnasco (la Cei ha stanziato un milione di euro per le vittime dell’alluvione).   L’inviato dell’Observer:   ”Mai vista una scena così”   Qualche abitante gli si fa intorno, c’è chi lo contesta: “Ma poi i soldi cheraccoglietedovefiniscono?Li darete davvero a noi?”. C’è tensione nell’aria, ma Bagnasco non faunpassoindietro.Chiede:“Chi altri è venuto a trovarvi?”. Nessuno.Leautoritàfinoalpomeriggio non si sono mostrate. Si sono riunite in Prefettura, hanno preferito visitare i piccoli centri sulle alture. Forse è meglio così. Meglio evitare le contestazioni, ci sono già abbastanza danni da riparare enonsaràcertounavisitainmezzo al fango a ridare lustro a uno Stato assente. È troppo alto il rischio che la situazione degeneri. E soprattutto non si può diventare i simboli, i capri espiatori di questa vergogna. Già il sindaco Marta Vincenzi si è giocata la rielezione dopo l’alluvione del 2011. E il prossimo anno qui si vota per le regionali. Ma in fondo non importa:“Genovaforsecelafaràanche questa volta. Da sola, proprio come era successo per il G8”, sostiene Rita Montini, trent’anni. E davvero l’assenza, quasi il tradimento dello Stato ricorda quei giorni, cento uomini dell’esercito arrivano solo ieri in tarda serata. “Per fortuna ci sono i ragazzi”, sorride Ed Vulliamy, reporter britannico dell’Observer. Uno dei più grandi inviati di guerra al mondo. Lui è stato decine di volte a Sarajevo, Baghdad, Kabul, nei covi dei narcos messicani, “ma una scena così non l’avevo mai vista: i giovani che si sono presi la loro città. Great, grande!”

Da Il Fatto Quotidiano del 12/10/2014.

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