IL BANCO VINCE SEMPRE

DI LUCA BILLI
luca-billi
Ero incerto se scrivere questo articolo, perché ho letto che questa notizia è stata ampiamente commentata da diversi “indignati professionali”e da alcuni polemisti in servizio permanente effettivo, una compagnia di giro di cui non vorrei far parte, neppure per sbaglio.
Non ho motivi per dubitare sulla buona fede di quegli amministratori locali – che peraltro svolgono il loro incarico in condizioni davvero difficili – che hanno deciso di assegnare tramite un sorteggio le prime casette in legno, speriamo provvisorie, a quelle famiglie che hanno perso le proprie case a causa del terremoto che ha colpito a fine agosto diverse realtà dell’Italia centrale. Semmai dovremmo arrabbiarci per il fatto che queste assegnazioni vengano fatte solo ora, a cinque mesi dal sisma, e soprattutto che siano ancora così poche, troppo poche. Occorreva trovare un criterio e a quegli amministratori la sorte è parsa un criterio migliore di altri.
Non so, certo è uno dei modi che potevano scegliere, ma ho l’impressione che questa scelta sia significativa per capire cosa siamo diventati, ovviamente non solo in quelle città colpite dal terremoto. E’ talmente radicata la sfiducia nelle istituzioni, è talmente normale considerare che ogni scelta pubblica sia dettata da criteri opachi, quando non apertamente truffaldini, da far preferire la sorte alla redazione di una graduatoria.
Molti anni fa, quando facevo un altro mestiere, mi è capitato di scrivere i criteri per una graduatoria: non è affatto semplice, perché ci sono cose che sono facilmente misurabili e ce ne sono altre, di più a dire il vero, che sono molto più difficile da confrontare. E poi ci sono elementi che non sono affatto misurabili: perché ci sono cose, anche uguali, che io posso valutare in un modo e tu in modo opposto. Tu ed io possiamo avere lo stesso identico stipendio: io posso considerarmi ricco e tu considerarti povero e ciascuno di noi ha soggettivamente ragione. Perfino la perdita della casa può essere vissuta da due persone in maniera diversa, perché quella casa non è solo un valore immobiliare, un dato catastale, ma anche un insieme di ricordi, di affetti, di sentimenti, che nessuno di noi può quantificare in maniera oggettiva, E inevitabilmente stabilire dei criteri, anche se poi non partecipi più alla definizione della graduatoria, ti impone di fare delle scelte e altrettanto inevitabilmente ti espone al giudizio – e ovviamente alla critica – di chi a quella graduatoria deve accedere. E’ davvero più semplice affidarsi al caso.
E poi dobbiamo sempre ricordarci che abbiamo a che fare con noi italiani, molti dei quali sono naturalmente portati a imbrogliare la pubblica amministrazione. Io, ad esempio, per stabilire una graduatoria delle famiglie a cui assegnare una casa prefabbricata avrei voluto tener conto del reddito di quelle famiglie, ma in questo paese stabilire il reddito pare una missione impossibile, perché non ci sono dati confrontabili. Non voglio urtare la sensibilità dei miei lettori che fanno gli artigiani o i liberi professionisti e pagano tutte le tasse – ce ne sono davvero, non è uno scherzo – e quindi mi spiace di usare quello che ad alcuni di loro può sembrare un vieto luogo comune, eppure se il mio dentista non mi fa la fattura quando mi cura un dente, magari dandomi il contentino di farmi risparmiare in questo modo l’Iva, e se non la fa neppure a molti altri suoi clienti, può finire che, a leggere soltanto le carte, io guadagni di più del mio dentista e quindi che alla sua famiglia tocchi la casetta di legno – o il posto all’asilo nido o qualunque altro beneficio, per assegnare il quale si calcoli anche il reddito – che forse sarebbe stato più giusto toccasse a me o ad un altro. Credo potrei continuare a fare esempi, ma non voglio far arrabbiare i miei lettori che in questi anni hanno trovato sistemi sempre più fantasiosi per pagare meno tasse: i coniugi che dicono di abitare in case diverse per non pagare l’Imu, quelli che non si sposano per non cumulare i redditi e così via, per stare alle cose più semplici e comuni, quelle che richiedono meno sforzo e per cui troviamo sempre una qualche giustificazione autoassolutoria: le tasse sono troppo alte e i servizi sempre meno, rischio che la casa che ho ereditato da povera nonna mi costi di più di quello che posso guadagnarci e cose del genere. E poi la giustificazione delle giustificazioni: ma loro rubano più di me.
Riffa viene dallo spagnolo e significa propriamente violenza, lotta, e solo in un secondo momento ha cominciato a indicare un sorteggio, una decisione demandata al caso. Ecco io in questa scelta degli amministratori di Norcia e di altre città di affidarsi al caso per una decisione così importante sento una forma di violenza, subita da quegli stessi amministratori e dalle loro comunità. E anche una violenza contro tutto il nostro paese. Perché considero quella scelta – o meglio quella non scelta – una forma di resa; è come se quei sindaci ci abbiano voluto dire: non sappiamo come fare a trovare un criterio e quindi rinunciamo, meglio un sorteggio, una lotteria, così che i cittadini non se la prendano con noi. E perché in questo paese non si può fare altro. No, dobbiamo avere il coraggio e la capacità di fare altro.

I Commenti sono chiusi