Il dilemma dell’Ilva

di Pasquale Vitagliano

La sfida di Nichi di cambiare la Puglia e l’Italia non sarà affossata da una risata. Per giunta, la sua, inattesa e irriconoscibile, risata. Ma certo i fumi dell’Ilva di Taranto hanno alla fine offuscato l’immagine del presidente della Regione Puglia. Ed hanno fatto balbettare la narrazione che un altro mondo è possibile. “L’unica cosa di cui mi vergogno davvero è di aver riso in quel modo di un giornalista che faceva il suo mestiere, e a cui chiedo scusa”. Questo è l’unico commento che Nichi Vendola ha voluto rilasciare alla stampa sullo scivolone della telefonata con l’ex responsabile della comunicazione e dei rapporti istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archinà. Ho ascoltato più volte l’audio della telefonata. E devo ammetterlo, quella risata è davvero di cattivo gusto, sguaiata, nervosa e interminabile. Addirittura oscena. Non riesco a collegarla a Nichi, alla sua passione sensibile, anche alla sua ingenua, talvolta incontenibile leggerezza, che pochi conoscono, ma che l’inesorabile gogna della pubblicazione delle intercettazioni ha messo in bocca a tutti. In realtà, ad essere fuori scena, appunto, è colui che ascolta. Ed è davvero impietoso ascoltare “la vita degli altri”. E’ come guardare dal buco della serratura la vita privata altrui, nemmeno in una camera da letto, bensì nel bagno. Provate ad immaginare su voi stessi. Eppure non si tratta di una telefonata qualsiasi, tra due persone chiunque, su cose sceme, come è scema la maggior parte delle cose di cui si parla al telefono, anzi al cellulare.
Resta il dramma dell’Ilva. Anzi, il dilemma. Prima che la situazione precipitasse, prima che Nichi partecipasse alle primarie nel 2012, ne avevo parlato con lui a lungo, dietro il corteo istituzionale della nostra santa patrona cittadina. A Taranto si scontrano tre valori, lavoro, giustizia, ambiente (e salute dunque), tradizionalmente di sinistra o più generalmente progressisti, conciliabili retoricamente ed invece drammaticamente in conflitto reciproco. Come si può fare a conciliare questi valori, che si pensava condivisi, e si è scoperti contraddittori? Chi riuscirà a trovare la risposta a questo dilemma, chi riuscirà a trovare la sintesi di chiusura di questo triangolo, si sarà meritata la guida per portare il Mezzogiorno e l’Italia intera in una nuova epoca di civiltà. Oggi il triangolo è ancora aperto. Predomina la retorica senza risposte. E quello che è accaduto dopo quella chiacchierata è sotto i nostri occhi.
Il peso di questo dilemma sta tutto in quella frase che si ascolta nell’intercettazione, dove la Fiom viene definita come “migliore alleato dell’Ilva”. Credo alla spiegazione che Nichi ha dato come un invito “ad avere relazioni industriali proprio con chi, in quel momento, loro ritenevano essere il nemico numero uno”. Mi ero fatto l’idea, infatti, che Nichi propendesse per la tutela dell’ambiente e della salute, che i morti di tumore di Taranto allineassero l’ipotenusa del nostro immaginario triangolo. Ma che questa inclinazione fosse motivo di sofferenza interiore per il grande leader dell’ultima sinistra italiana, per l’ultimo capo della classe operaia italiana. Chi pesa di più nell’agenda politica delle forze progressiste i morti di tumore o le 20 mila famiglie che vivono grazia ai fumi dell’Ilva.
Alla fine si è messa di mezzo anche la giustizia. Il lato oscuro del triangolo. Giustizia santa. Giustizia dannata. Se non ci fosse stata la procura e il gip di Taranto chi avrebbe difeso la salute dei tarantini? D’altra parte, mi domando se sia proprio giusto che l’ordinanza di un gip possa decidere la politica industriale di un paese civile e moderno. Giustizia sola. Strumentalmente, c’è stato qualcuno, come al solito, che ha additato il protagonismo dei giudici. Invece, sono sicuro che il g.i.p. Patrizia Todissco, pur facendosi carico della responsabilità ricevuta, abbia “tremato” di fronte alle conseguenze delle sue scelte. Lavoro, ambiente, giustizia. Il dilemma resta insoluto.
Il triangolo è tutt’altro che chiuso. Resta tuttavia la scommessa che rigiro alla classe politica italiana. Chi risolverà questo dilemma, porterà l’Italia fuori della crisi. Ma ad oggi, malgrado Grillo e Renzi, non si vede alcuno all’orizzonte capace per visione e forza di realizzare questo traguardo. Almeno in modo non provvisorio. Perché non abbiamo più bisogno di una crescita economica gonfia e illusoria. Spero almeno che questa lezione sia stata imparata in questi tragici anni. Il modello industriale che l’Ilva rappresenta è il simbolo più pesante di quanto possa essere nel tempo deleteria una crescita indotta, anabolizzata per ottenere il massimo risultato nel minore tempo possibile, socializzando i danni e privatizzando tutti i profitti. Quando Bari perse l’Ilva, Taranto, tutta Taranto, sorrise. Oggi la storia, come si è visto, è cambiata.
Sinceramente mi auguro che Nichi Vendola possa ancora svolgere un importante ruolo nazionale. Non mi ha mai appassionato il successo del suo brand, tale da interessare anche comici ed imitatori. Mi affido alla sua biografia che può ancora dire qualcosa per la storia del Sud d’Italia. Ma spero che riesca al più presto a farci dimenticare la sua interminabile risata, lasciandoci in tasca un frammento dei “dolori e delle ferite che lo hanno stordito”. Solo da queste sofferenze tangibili possiamo ripartire con qualche briciolo di speranza.

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