Il giornalismo oggi

Assistere al confronto tra un giornalista anglosassone e uno italiano è sempre molto stimolante. Esiste uno scarto sensibile, identificabile non solo nella forma stilistica e di approccio all’inchiesta, ma nel ruolo e nella funzione che si attribuisce a monte alla vocazione giornalistica e che si concretizza in una consapevolezza diversa nell’atteggiamento.

L’inglese Alan Rusbridger, direttore del Guardian dal 1995 al 2015 e ora direttore del Lady Margaret Hall all’Università di Oxford, ha da poco pubblicato il libro “Breaking News: the Remaking of Journalism and Why It Matters Now”. Lo ha presentato durante la giornata di inaugurazione del Master in Giornalismo dell’Università di Torino tenendo una lectio in cui ha ripercorso le tappe della propria analisi dei cambiamenti del giornalismo negli ultimi anni. Il fulcro delle considerazioni di Rusbridger sta nella rivoluzione tecnologica. L’evoluzione dei mezzi di comunicazione, sempre più veloci, ha cambiato il modo di fare giornalismo, di rivolgersi al pubblico e di affrontare la notizia. Il giornalista, spiega, è passato da una posizione di superiorità rispetto al lettore ad una di tipo paritario, grazie soprattutto ai social network. Prima che internet esistesse e prendesse il sopravvento sulla carta stampata, chi aveva il privilegio di stampa, cioè chi ne aveva i mezzi economici, e chi costituiva la redazione di riferimento formava una élite. In una immaginaria struttura verticale con cui schematizzare questa condizione, i giornalisti stavano in alto e i lettori in basso, dipendenti dalle informazioni fornite loro da chi era gerarchicamente superiore. Oggi si assiste ad un appiattimento: lettori e giornalisti hanno le stesse possibilità di espressione e di fruizione della notizia. Grazie all’immediatezza di internet il giornalista è diventato un intermediario, apparentemente superfluo, tra la notizia e il pubblico.

Rusbridger si domanda quindi: sono i giornalisti in fin dei conti meglio di internet? Il giornalismo è ai giorni nostri servizio pubblico o business? Oggi più che mai è difficile muoversi tra la gestione degli interessi economici e politici della testata, il dovere di cronaca e l’onestà intellettuale. Coinvolgere il pubblico in un’analisi più lenta e pensata della notizia sembra quasi anacronistico, ma è proprio sul coinvolgimento del lettore che secondo lui bisogna puntare per rivalutare il giornalismo cartaceo, quello delle inchieste meno veloci ma più complesse. Secondo Rusbridger bisogna correre dei rischi, fare del giornalismo indipendente che sia svolto nell’interesse del pubblico, la cui fiducia va riconquistata. Coinvolgere il pubblico vuol dire sensibilizzare alla necessità di valutare la qualità di ciò che si legge, ma anche renderlo consapevole della struttura economica su cui si fonda il giornale ed eventualmente chiedergli di diventarne parte.

Allo speech era presente tra gli altri anche la giornalista Lucia Annunziata, oggi direttrice dell’Huffington Post, che non nasconde di pensarla diversamente. La rivoluzione del giornalismo per lei non è solo tecnologica ma anche politica. I giornalisti continuano ad essere élite, impossibilitati ad elevarsi al di sopra delle parti politiche e schiavi della velocità. In questo contesto l’unica soluzione è l’adattamento. I lettori del giornalismo alla vecchia maniera continuano ad essere in calo, o meglio sembrano non esistere più, ed è necessario rassegnarsi a questo dato. Annunziata usa una metafora molto eloquente, quella del gladiatore. Bisogna sporcarsi della terra dei social network, usare un linguaggio e un approccio adeguati quando si combatte nel luogo che è quello per eccellenza dello scontro ideologico e politico, senza rinunciare al proprio stile. Il giornalista deve essere anche un gladiatore. Allo stesso modo è corretto e necessario rimanere fedeli al proprio passato, nella lingua, nei contenuti e nell’approccio. La sua soluzione è un giornalismo con due anime che non deve elevarsi ad eroe dell’inchiesta per mantenere il proprio posto nel mondo, ma vivere con una rassegnazione quasi cinica il cambiamento, un cambiamento che non può ancora essere controllato.

La questione è la più attuale di tutte e non è possibile valutarne l’insieme degli aspetti con scientifica obiettività, ma il confronto è sempre produttivo, soprattutto quando un rappresentante dell’Inghilterra post Brexit si confronta con una dell’Italia un po’ confusa del 2018.

Rebecca Sabatini

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