IL NOSTRO 11 SETTEMBRE

Questo articolo è stato scritto nel pomeriggio del 14 agosto, dopo le notizie sul crollo del Viadotto Polcevera (“Ponte Morandi”), per il giornale AlgaNews, che lo ha pubblicato circa 24 ore dopo.

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Non mi unirò al coro: non mi piccherò di ragionare da ingegnere, non essendolo. Ma certo da anni sentivamo dire che quel ponte era un pericolo. Da anni abbiamo avuto le prove, più in generale, che il boom degli anni Sessanta, che certamente ha fatto salire il reddito medio degli italiani, ha prodotto disastri: un demenziale abuso del suolo, una terrificante modificazione del paesaggio, una violenza sistemica alla natura, abusivismo diffuso quanto irrefrenabile, e edifici spesso a rischio, in un’orgia irresponsabile di cemento, asfalto, calcestruzzo, tradotta in autostrade, ponti, viadotti, dighe, edifici costruiti fuori da ogni norma (e regolarmente condonati), e spesso non terminati e mai utilizzati…: colpevole, sistematica aggressione alla terra, al mare, alle spiagge, ai fiumi, alle montagne. Tutto questo al netto della corruzione, delle infiltrazioni mafiose, della collusione tra amministratori locali, ceto politico nazionale, grandi imprese: in definitiva, dietro il decollo dell’Italia democristiana abbiamo visto il trionfo del blocco edilizio. Le mani sulla città, meravigliosa pellicola di Francesco Rosi, che è soltanto del 1963, quando il boom sembrò fermarsi, seguito da una fase recessiva, poi superata in una nuova ondata di cemento specialmente autostradale. I boiardi di Stato si comportavano come se non peggio dei capitalisti vecchio stile, e la Fiat dettava legge ai governi, secondo la vecchia, immarcescibile norma della privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
Abbiamo avuto troppe prove, nel corso degli anni, delle tremende conseguenze di questa Italia scempiata dal malgoverno, dalla criminalità grande e piccola, dalle “regole” sregolate del mercato e del profitto come unica strada da seguire. E abbiamo troppe volte dovuto piegare la testa davanti alle innumerevoli disgrazie annunciate: annunciate da esperti autentici, quelli di solito tenuti ai margini, o semplicemente inascoltati. Disgrazie annunciate, e ovviamente temute, anche dalle popolazioni locali, le quali, va detto, spesso oltre che vittime, complici dello scempio: salvo poi essere pronte, ovviamente, a bussare alla porta dei governi e dei comuni e delle regioni, per chiedere risarcimenti. La Liguria devastata dall’edilizia delle seconde case, la Liguria resa una bomba dall’interramento di fiumi e torrenti, la Liguria cementificata senza criterio e senza scrupolo, è da anni una osservata speciale: non c’è città, non c’è borgo, che non siano a rischio. Né c’è strada, ponte, viadotto che siano “sicuri”. Il “ponte di Brooklyn” appena crollato, ha avuto un grande ideatore, ma certo la sua progettazione, la sua realizzazione e la sua manutenzione sono una infinita catena di proteste, discussioni aspre, ricorsi, e via seguitando.
E quella frase che abbiamo letto e sentito immediatamente dopo le prime notizie del crollo, sulla “disgrazia annunciata”, non è altro che il seguito di quelle polemiche: insomma, come ha detto qualcuno, un’opera nata male e finita peggio. E potremmo aggiungere varie divagazioni in proposito, specialmente sul gigantismo che non è automaticamente segno di progresso autentico, sui limiti delle “grandi opere”, che sempre più ci si palesano come strumenti di consenso per i politici e di profitto per i costruttori, che come mezzi che aiutano le popolazioni e valorizzano i territori. Infatti, a dispetto degli studi scientifici, e persino contro l’inesorabile conto dei costi e benefici, e infine contro la volontà della “gente” o più nobilmente del “popolo” a cui con tanto gusto tutti ormai gli schieramenti politici fanno riferimento, si procede sulla strada già sconfessata, duramente, dalla realtà: Tav, Terzo Valico, Mosè, Muos, persino il famigerato Ponte sullo Stretto non vengono accantonati, mai definitivamente, anche quando, come ora è al governo un movimento che della battaglia contro le Grandi opere aveva fatto un suo cavallo di battaglia.
Avanti insomma così, serenamente, verso la catastrofe. Il Ponte Morandi, comunque progettato per un traffico enormemente inferiore a quello che si è andato determinando nel corso degli anni, un’opera in manutenzione perenne, anche con interventi sostanziosi, tanto da raggiungere un costo non troppo lontano da quello della realizzazione a suo tempo dell’opera (1963-67), oggi crollato, diventa inevitabilmente un simbolo e una metafora. Un simbolo innanzi tutto della cialtroneria di una intera classe dirigente, della miopia del suo ceto politico (incapace di ragionare in termini prospettici: nessuno poteva prevedere che il traffico sarebbe cresciuto, tanto per fare una domanda banale?), e della sua disonestà di fondo, pronto cioè letteralmente a farsi comprare, ossia a far prevalere, in cambio di benefici, voti, denaro, gli interessi di gruppi, lobbies, potentati. Il Ponte Morandi, crollato, è il nostro 11 settembre, e richiederebbe ben altra classe politica, per gestire una situazione di gravità inaudita. Le vittime umane, le distruzioni immani, i danni economici per ora incalcolabili, la prospettiva di una ricostruzione che richiederà decenni e sarà foriera di altra corruzione, mostra di altra inefficienza, esempio di altro pressapochismo, la Liguria divisa in due, e larga parte della Penisola con essa…: tutto questo è la metafora di un Paese allo sbando.
Detto altrimenti, il collasso del ponte di Genova, è, come ha scritto Francesco Sisci da Pechino (su Settimananews.it), l’annuncio di un collasso della politica a Roma. Un piccolo indizio è stato un tweet dell’ineffabile, onnipresente, tonitruante vero capo di questo governo, il ministro Matteo Salvini, che ha osato scrivere, andando oltre l’indecenza e il ridicolo: “In una giornata così triste, una notizia positiva. La nave Ong Aquarius andrà a Malta e gli immigrati a bordo verranno distribuiti tra Spagna, Francia, Lussemburgo, Portogallo e Germania. Come promesso, non in Italia, abbiamo già fatto abbastanza. Dalle parole ai fatti!”.
Per fortuna a Salvini e ai suoi “fatti” fantasmatici, stanno rispondendo i veri fatti, nel lavoro di uomini e donne, che dentro e fuori le istituzioni, cercano con abnegazione di salvare quanto è ancora da salvare. Quello che difficilmente si potrà salvare è questa Italia, se davvero non proviamo a rovesciare gli assetti di potere, a cominciare dal rapporto tra politica ed economia. Cosa ha da dire, oggi, la Società Autostrade? Ossia la famiglia Benetton, a cui lo Stato, improvvidamente, ha ceduto l’intera rete autostradale in cambio di un canone ridicolo? Invocheranno l’imponderabile, l’imprevedibile, deprecheranno Giove Pluvio o Zeus che lancia fulmini?
Per ora, mentre piangiamo i morti, pronti a sostenere in ogni modo i vivi, mentre ci abbandoniamo alla nostalgia, ricordando le tante e tante volte in cui abbiamo percorso quel ponte, quell’accesso all’amata città di Genova, quel collegamento tra Est e Ovest del Mar Ligure, per ora, fissiamo nella nostra mente, come un rabbioso memento, ma insieme come un freddo monito per il presente e per il futuro, quella immagine del camion fermo a pochi metri dal baratro, dove il viadotto ha ceduto: icona di un Paese spezzato.

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