Il Sudafrica delle gang e dell’apartheid mai sconfitta

 

[Post scritto per il blog “i Mille” e pubblicato in data 18 Aprile 2014; consultabile al link: http://www.imille.org/2014/04/il-sudafrica-delle-gang-dellapartheid-mai-sconfitta/ ]

 

E’ il 2010 ed un evento sportivo cattura l’attenzione mediatica di tutto il mondo. In Sudafrica si svolgono i mondiali di calcio ed i collegamenti con la storia di questo Paese sono inevitabili, così come è inevitabile la visita continua dei più noti campioni e di molti capi di stato a colui che è considerato l’eroe per i diritti umani non solo del Sudafrica, ma di tutto il mondo: Nelson Mandela, il simbolo della più determinata lotta alla discriminazione razziale. Questo evento sportivo caratterizza, per l’economia del Paese noto come una fabbrica inesauribile di diamanti e di campioni del rugby, anche un aspetto economico di primaria importanza: un vasto programma di investimenti pubblici stimola il settore delle costruzioni, che da allora non conosce crisi. Nello stesso anno, pochi mesi prima dell’inizio di questa manifestazione sportiva, in una azienda agricola situata nel nord-ovest del Paese viene assassinato nel sonno a colpi di bastone e machete Eugène Ney Terre’Blanche. La vittima non è un uomo qualunque, bensì un acceso sostenitore dell’apartheid e fondatore del movimento boero di estrema destra “Afrikaner Weerstandsbeweging”, AWB, la cui ideologia è di matrice separatista bianca, iper-nazionalista e segregazionista. Il movente ufficiale del delitto sembrerebbe essere nel mancato pagamento del salario a due suoi dipendenti di etnia Xhosa, la più numerosa del Sudafrica dopo quella Zulu; ma questo delitto si colloca in un momento di forte tensione sociale tra i Boeri e i seguaci di Julius Malema, leader e fondatore del partito di estrema sinistra “Economic Freedom Fighters”, vale a dire il prossimo avversario del partito progressista dell’attuale presidente Zuma e del compianto Nelson Mandela “African National Congress”, ANC. Malema era stato definito il naturale successore di Zuma, prima di venire espulso dal Partito per le sue posizioni fortemente provocatorie e razziste verso i bianchi: una sorta di volontà di instaurare un’apartheid al contrario.

Un’apartheid che, nonostante l’opera grandiosa di Mandela, sembra non essere ancora sconfitta e le motivazioni di tutto ciò sembrano tanto logiche quanto agghiaccianti: coloro che venivano educati all’odio razziale e che sono cresciuti con questa forma mentis, purtroppo, avranno questo lurido bagaglio insito nella loro mentalità vita natural durante; inoltre, ogni processo evolutivo ha bisogno di tempo, tanto tempo, perché sia effettivamente realizzato. La popolazione bianca rappresenta meno del dieci per cento, eppure continua a rappresentare l’élite culturale ed economica del Paese. Negli anni immediatamente successivi alla fine dell’apartheid, i bianchi si trasferirono all’estero, ma dopo la crescita economica che ha caratterizzato il Paese, la comunità bianca ha iniziato di nuovo a espandersi, concentrandosi essenzialmente a Johannesburg ed a sud-ovest di Città del Capo, aree circondate da veri e propri ghetti di baracche nelle periferie più difficili, in cui, guarda caso, vivono solo persone di colore. Questo è il Sudafrica, una terra stupenda che ospita meraviglie della natura e dell’architettura, bagnata da tre oceani, ma al contempo una terra di contrasti tra ricchezza e povertà, tra progresso ed eterne discriminazioni. Insieme al Brasile, alla Russia, all’India ed alla Cina è uno dei paesi BRICS, ovvero il gruppo delle potenze economiche emergenti. La sua è l’economia più grande di tutto il continente africano, qui si investe moltissimo nell’innovazione e nella ricerca. Sono tante le imprese del vecchio continente che hanno costruito molti plants produttivi in questo Paese: la disponibilità di materie prime e la posizione geografica rappresentano motivazioni decisamente appetibili per gli imprenditori europei. Dal 2009, però, anche il Sudafrica è entrato in una continua fase recessiva, causata principalmente da uno stallo del settore minerario e manifatturiero. Il Sudafrica terra dei diamanti e di tante miniere che forniscono materie prime, proprietà di ricchi boeri che sfruttano lavoratori neri. Accanto alle strutture iper tecnologiche sorgono quelle baraccopoli in cui dimorano famiglie numerose di neri, in cui la disperazione e la violenza diventano le uniche armi per sopravvivere ad ogni costo.
Quella violenza che si tenta di reprimere con la violenza stessa, con un unico risultato: tanto, troppo sangue versato. Un paese giustizialista, che prevede l’ergastolo per chi viene dimostrato essere colpevole di gravi reati fiscali e che dal 25 Maggio 2005 ha ufficialmente abolito la pena di morte: l’ultima esecuzione, nella prigione centrale di Pretoria, risale al 14 Novembre 1989. Qui gli uomini sono i peggiori nemici di se stessi: è questo il Sudafrica che non riesce a contrastare questi fenomeni sociali che portano inevitabilmente alla marginalità di alcune categorie di persone. Una povertà che non si vuole sconfiggere e una frangia del popolo a cui non si vuole concedere il diritto all’istruzione ed alla formazione, che rappresentano “i soli mezzi per essere davvero liberi”, come sosteneva Nelson Mandela in un suo proverbiale aforisma. Una povertà che serve a far distinguere ed emergere sempre più il progresso tecnologico ed economico-finanziario che fa godere i soli pochi privilegiati, come sempre accade. Ed è in tutto questo che si costituiscono quei raggruppamenti di criminali che caratterizzano i paesi più poveri e le categorie maggiormente condannate alla marginalità in tutto il mondo: le gang.

La più nota e pericolosa di queste gang è quella dei “Numbers”. Per conoscere le loro logiche bisogna recarsi nel distretto 7945 ad ovest di Cape Town, in un’area tra campi da golf e strutture ospedaliere dotate delle più avanzate tecnologie applicate alla medicina. In questo distretto sorge un carcere di massima sicurezza: Pollsmoor, una prigione costruita per ospitare tremila detenuti e che negli ultimi anni ne contiene una media di circa settemila. Un luogo snervante che ogni settimana registra centinaia di nuovi arrivi, per lo più membri di bande ed esponenti della microcriminalità, un luogo che ospita le più alte gerarchie dei Numbers che contano, ovvero coloro che impongono la propria piramide di comando con la violenza ed il terrore, e ovviamente con l’omertà. E’ questa la prima sensazione che trasuda dagli sguardi dei detenuti più giovani e quindi meno rispettati, che conoscono fin troppo bene la legge dei Numbers e che quindi sanno che chi non ne fa parte diventa quasi immediatamente vittima di pestaggi cruenti e di violenze sessuali. Ognuno di loro è pubblicamente sottoposto ad umilianti perquisizioni, la maggior parte di loro sono recidivi, marchiati da tatuaggi incisi con rasoi e che raffigurano il loro grado di appartenenza nei Numbers: il nome di questa gang è stato scelto con una logica fin troppo fredda. Si va dai “26″ ai “28″, in un escalation che indica, in sequenza crescente, il potere di intimorire e di sopraffare chiunque. Un luogo senza futuro e senza sogni, ma solo una triste realtà costruita sulla legge di una giungla di sbarre e cemento. E’ poco fuori dalle recinzioni di Pollsmoor che vidi per la prima un uomo ucciso: aveva circa vent’anni ed una t-shirt imbevuta di sangue e sollevata che ne scopriva il ventre segnato da diversi fendenti. Un giovane accoltellato, uno dei tanti giovani uccisi in questi conflitti che hanno sempre il movente del regolamento dei conti o della faida tra gang. La polizia effettuava i rilievi con la noia di chi è fin troppo abituato a ripetere le stesse azioni, come un alienato operaio costretto a subire i ritmi di un’incessante catena di montaggio. Il dialogo in lingua Afrikaans tra i pochi bianchi che assistevano a tutto ciò parlava di un ragazzo ucciso perché non aveva rispettato l’ordine dettato da uno dei suoi capi: un “27” che aveva disubbidito ad un “28”. La gerarchia è un valore assoluto ed inconfutabile per gli affiliati a questi gruppi, un dogma a cui è assolutamente vietato disubbidire. Trovarsi faccia a faccia con questa dura realtà è un colpo violento ai propri sensi ed ha il sapore nauseabondo di una moneta di rame tenuta in bocca: è il sapore del sangue che permea nell’aria di questa zona ad ovest della bellissima Cape Town. Questo nauseante sapore mi ha fatto capire, più di ogni altra esperienza personale vissuta, quanto la violenza sia il vero male generato dalla povertà.

Cercare di comprendere come non si riesca a sconfiggere tutta questa violenza dilagante è un’impresa estenuante e porta a constatare una realtà ancora più spietata: in Sudafrica, secondo uno studio elaborato dall’ “Institute for Security Studies dell’Africa”, si rileva un numero di violenze carnali elevatissimo. Si legge espressamente nel rapporto che “la percentuale di uomini adulti che hanno violentato una donna varia tra il 28 e il 37 per cento e nel 7-9 per cento dei casi riguarda chi ha già stuprato in passato”. Tutto questo basandosi sui casi denunciati e va detto che gran parte delle violenze vengono tenute nascoste per il timore fondato di serie ripercussioni. A questo orrore si aggiungono anche i tristemente noti “stupri correttivi”: nella sola Cape Town si calcola che oltre dieci donne gay siano stuprate ogni settimana, sia da singoli sia da gruppi. Lo riporta la BBC citando “Luleki Sizwe”, un’organizzazione che si occupa delle donne vittime di ”stupri correttivi”. Secondo l’ Ong, “molti casi non vengono denunciati perché le vittime temono di essere derise dai poliziotti e perseguitate dai loro assalitori”. Un orribile paradosso: il Sudafrica è l’unico Paese africano ed uno dei dieci al mondo ad aver legalizzato il matrimonio omosessuale. Inoltre esiste un quadro normativo che prevede pene detentive ed ammende piuttosto severe per chi commette discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Ma tutto ciò sembra non bastare o non essere adeguato: negli ultimi dieci anni, in Sudafrica, sono state uccise trentuno lesbiche. E questi dati allarmanti combaciano perfettamente con l’opinione che si è fatta strada in me dopo aver visto con i miei occhi il dilagare di questa violenza: i provvedimenti repressivi non risolvono mai il problema, ma lo esasperano fino a farlo esplodere in modo incontrollato. Come l’immoralità genere sempre immoralità, la violenza genere sempre altra violenza: a Cape Town da anni sta imperversando una guerra tra gang. Non le solite gang, ma una faida tra gang “in rosa”: in poche parole, alcune donne fanno violenza sulle donne nelle townships sudafricane, dove le gang al femminile adottano nomi truci e sinistri come “Voora Babes”, “Cagne nere”. Le affiliate sono sempre più giovani. A raccontare tutto è Sheena, una ragazza diciassettenne e già affiliata alle temutissime Voora Babes con un ruolo di rilievo: girano con armi da fuoco, pedinano le appartenente alle gang rivali e combattono con la stessa sfrontatezza dei ragazzi. Spesso vengono perfino sfruttate per attività cardine della criminalità organizzata, come ad esempio nel trasporto di droga da una zona all’altra. “Siamo nate per difenderci dagli stupri e siamo diventate sempre più forti. In tanti hanno paura a sfidarci”, dice Sheena con un accento inglese piuttosto gutturale ed un tono che non ammette repliche.

Sono stati giorni duri e difficili da metabolizzare: ti trovi in Sudafrica per motivi di lavoro e scopri un mondo che ignoravi, anche perché non viene raccontato troppo spesso dai principali media. Forse la causa di tutto questo è da ricercare negli aspetti malsani di una globalizzazione imposta ed ostentata a tutti i costi. Di fatto, non esiste una parità di diritti per quanto riguarda l’istruzione né per tutti gli altri servizi che costituiscono una società evoluta. Finché non si sarà estinto questo clima di discriminazione a tutti i livelli inculcato da più di un secolo, non si può parlare di progresso, neanche in un Paese che vanta realtà di grande avanguardia dal punto di vista tecnologico e che ha avuto, almeno fino a poco tempo fa, un PIL in costante e decisa crescita.

 

 

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