La classificazione PEGI: guida all’acquisto dei videogames

Quante volte da bambini ci siamo sentiti degli spericolati fuorilegge mentre ci apprestavamo a vedere un film marchiato dal famigerato bollino rosso con l’omino bianco in mezzo, che la Mediaset vuole venga inteso dai minorenni come un “chi guarda muore”? Generalmente, però, ci si accorgeva abbastanza in fretta che un motivo per mettere quel bollino, dopotutto, c’era: non chiediamoci quindi per quale motivo, quando ci rechiamo nel seminterrato, ci mettiamo a correre su per le scale terrorizzati dalla convinzione che un’entità maligna ci voglia divorare…

Come i film, anche i videogames sono da sempre soggetti ad una classificazione basata sui loro contenuti, per aiutare il consumatore a orientarsi nella sempre più affollata giungla videoludica. Dato l’inesorabile sviluppo del settore, è stato necessario definire un sistema di codici univoco  in conformità al pubblico cui è rivolto, proteggendo, contemporaneamente e conseguentemente, i più piccoli, non sufficientemente maturi per valutare qualsiasi tipo di acquisto. Per quanto riguarda noi italiani, la classificazione dei videogiochi in commercio è sottoposta alla classificazione europea  PEGI (acronimo di “Pan-European Game Information” e cioè “Informazioni paneuropee sui giochi”).

La classificazione PEGI fa uso di due tipi diversi di icone, applicate sul retro della custodia di ogni videogame, uno relativo all’età minima per poter giocare al titolo, l’altro riguardante i contenuti. Ogni fascia d’età (3+,7+,12+,16+,18+) è identifica da un numero bianco su uno sfondo la cui colorazione varia dal verde (per tutti) al rosso (solo per adulti). Diversamente da quanto sostengono alcune credenze metropolitane, dunque, il numero non ha nulla a che vedere con la difficoltà del gioco! Per fare un semplice esempio, benché in generale uno sparatutto (Call of Duty, Battlefield…) sia oggettivamente meno complesso di un gioco di ruolo (Age of Empires, Final Fantasy…), quasi sempre ai primi è associata una fascia 18+ (estremo realismo ed estrema violenza), ai secondi una fascia 3+ (ambientazioni fantastiche e violenza moderata). La seconda tipologia di icone identifica eventuali aspetti diseducativi, trasgressivi, volgari, violenti e addirittura sessuali contenuti nel titolo, attraverso l’utilizzo di disegni stilizzati in bianco e nero. Per esempio, tra i più diffusi ci sono “pugno” (violenza più o meno esplicita), “siringa” (droga), “ragno” (paura, terrore – tipico dei survival horror come Resident Evil e Silent Hill) e “dadi” (gioco d’azzardo). Queste e tante altre icone (discriminazione, turpiloquio, sesso,… ) sono dettagliatamente descritte sul sito PEGI ufficiale. Tra tutti, un’icona che merita particolare attenzione, vista la sua notevole diffusione nell’ultimo decennio, è quella del “mondo”: essa evidenzia la possibilità di giocare online. E’ inutile dilungarsi su quali siano i rischi correlati al gioco on-line da parte di utenti inesperti…

Tuttavia, nonostante la classificazione PEGI sia molto rigorosa e altrettanto affidabile, essa è riferita alla psicologia di un “videogiocatore modello” (relativamente a tutte le fasce d’età), frutto di ricerche e sondaggi statistici. Per questo motivo, come per qualsiasi altra classificazione, può accadere che essa sia percepita in modo assai diverso dai singoli giocatori in carne ed ossa, ovvero può essere considerata a volte eccessiva, altre volte insufficiente. Ciò avviene perché la maturità, l’impressionabilità e l’influenzabilità di un videogiocatore possono discostare, anche di molto, da quella del modello a cui sono associate.

Dunque, come bisogna comportarsi quando si acquista un videogame, ma non si è sicuri se chi ci giocherà sia effettivamente adatto ai suoi contenuti? Benché la sola classificazione PEGI sia un criterio di scelta sufficientemente sicuro, la risposta è una sola: usare il buon senso, cercando di capire quali siano i gusti del destinatario e, soprattutto, quale sia la sua maturità, in particolar modo relativamente alla sua capacità di distinguere la finzione dalla realtà. Se ciò non bastasse è buona regola – e in realtà questo è un valido consiglio per qualsiasi altro acquisto – informarsi sul prodotto che si sta per acquistare: internet è certamente il mezzo più pratico e accessibile per reperire informazioni su qualsiasi titolo: youtube pullula di gameplay e videorecensioni a dir poco professionali, anche caricate da utenti amatori, ed esistono decine di siti nati quasi esclusivamente per recensire e parlare di videogames. In questo contesto tornano molto utili vari forum nei quali normalissimi utenti spesso elargiscono preziosi consigli e condividono interessanti esperienze e sensazioni riguardo ai titoli a cui hanno giocato. Infine, con la diffusione di Steam e altri negozi online, recentemente si è assai diffusa la possibilità di provare una demo prima di procedere con l’aquisto del titolo, ma questo necessita di una buona connessione, che non sempre è (ahinoi) garantita.

Quel che è certo è che, al di là di ogni classificazione, se usati in modo consono, i videogames certamente non rendono dei violenti psicopatici tutti quei giocatori che hanno apprezzato un titolo 18+: se così fosse, i milioni di amanti di Grand Theft Auto (noto ai più come GTA) ora si troverebbero a piede libero per le strade di tutto il mondo a seminare panico e distruzione. Al tempo stesso, però, possono anche insegnare molto e una palese alterazione (negativa) dei comportamenti, successivamente ad una sessione di gioco, può essere un segnale dell’eventuale presenza di disturbi psico-fisici nel videogiocatore.

R.R

45.679860
9.558720

I Commenti sono chiusi