La Giornata mondiale contro le discriminazioni razziali

Quechua, bantu, caucasico, indiano, asiatico o arabo. Non importa la tua etnia di provenienza. Al mondo c’è posto per tutti. E tutti devono partecipare allo sviluppo dell’umanità e alla realizzazione di una società dove tutti possano vivere in pace. Questo è il messaggio della Giornata Mondiale contro le Discriminazioni Razziali, che ogni anno si celebra il 21 marzo. Leggendo i giornali e ascoltando i fatti di cronaca alla televisione, questa giornata è la perfetta celebrazione per i tempi che viviamo.

La decisione di istituire questa giornata fu presa dalle Nazioni Unite nel 1966 per ricordare il massacro di Sharpeville, in Sudafrica, del 1960. Il Sudafrica è un paese a maggioranza nera, ma fino alla prima metà degli anni 90’ la maggioranza bianca, discendente dei coloni boeri e inglesi, tenne le redini politiche ed economiche del paese. Il regime di segregazione razziale, conosciuto in tutto il mondo come apartheid, è rimasto in vigore per molti decenni e la lotta a questo sistema era impersonificata da Nelson Mandela, leader del partito African National Congress. Gli anni 60’ furono gli anni dei diritti civili negli Stati Uniti e della decolonizzazione. Il continente africano subì più di tutti l’influenza di queste lotte e nel Sudafrica il tema era estremamente bollente. Il 21 marzo 1960 una folla di seimila persone si radunarono a Sharpeville, nella regione di Johannesburg per protestare contro l’ennesima ordinanza che restringeva la libertà di movimento dei neri in Sudafrica. La polizia, dopo il rifiuto dei manifestanti di disperdersi, aprì il fuoco sulla folla uccidendo 69 persone. Sei anni dopo le Nazioni Unite decisero di commemorare quei morti istituendo la Giornata Mondiale contro le Discriminazioni Razziali.

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Anche se era un’epoca passata che noi conosciamo soltanto da alcuni libri di storia, oggi più che mai è attuale il messaggio che le Nazioni Unite vollero dare istituendo questa celebrazione. Negli ultimi anni le discriminazioni razziali sono aumentate. È inutile e stupido negarlo. Sono aumentate nella vita di tutti i giorni, nella retorica delle élite politiche, oserei dire anche in alcuni ambienti intellettuali. Nessun paese ne è rimasto immune: negli Stati Uniti i suprematisti bianchi alzano sempre più la voce, in Europa i leader nazionalisti sventolano appartenenze religiose e culturali che per primi loro non rispettano, in Africa gli scontri tra le diverse etnie aumentano.

Come siamo arrivati a tutto ciò? Difficile dare una spiegazione razionale, semplice e applicabile ai vari contesti. In alcuni casi si può incolpare la crisi economica e il suo aggravarsi, in altri la rinascita dei nazionalismi. In ogni caso ci dobbiamo fare tutti un esame di coscienza: nessuno è senza colpa di fronte all’aumentare delle discriminazioni razziali. Non lo siamo quando usiamo gli stereotipi, oppure quando ci rifiutiamo di fare uno sforzo per conoscere le altre culture. Siamo complici anche quando non evitiamo che il prossimo venga insultato o deriso per il colore della sua pelle, per la sua religione o per un accento straniero troppo forte.

La domanda che tutti dovremmo porci è la seguente: cosa posso fare io per evitare le discriminazioni razziali e ricordare nel migliore dei modi i morti di Sharpeville? Moltissimo. Come in tutte le cose che riguardano la nostra società il cambiamento viene da noi. Dobbiamo ricominciare a pensare che isolarsi non è la strada giusta per affrontare i problemi della società; che la mobilità dei popoli è un fenomeno vecchio almeno come i resti dell’uomo di Neanderthal; che la purezza della razza non esiste e neanche quella della cultura, che tutti condividiamo questo mondo; che le nostre differenze sono un’occasione da saper sfruttare. Dobbiamo ricominciare a pensare al termine razza come ad un retaggio del passato e che ora sono più i fattori che uniscono tutte le etnie del mondo che quelle che le dividono.

Cosimo Graziani

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