La lingua italiana

“Lingua ordinata da un uomo di Firenze
che parla del cielo agli architetti
lingua nuova, divina, universale
la nostra lingua italiana.”

Nel 1993 Riccardo Cocciante cantava per la prima volta questi versi della canzone La nostra lingua italiana, scritta, appunto, per celebrarla.

Ma l’italiano da dove deriva? E come si è evoluto?

La disciplina che si è occupata di rispondere a queste e tante altre domande è la filologia. La filologia slava si riferisce appunto alle lingue slave (russo, polacco, ceco ecc); la filologia germanica a lingue come inglese, tedesco svedese ecc. mentre la filologia romanza attraverso l’analisi testi letterari e non cerca di trovare la genesi delle lingue e dei dialetti romanzi in particolare nella loro fase medievale.

Per cominciare, l’italiano è una lingua romanza, cioè una lingua che ha le sue origini nel latino insieme con il portoghese, il galego, francese, lo spagnolo (o castigliano), il catalano e il romeno.

Nei versi sopra indicati si fa ovviamente riferimento a Dante Alighieri in quanto, grazie a lui al passaggio tra Duecento e Trecento in Italia si crea una situazione nuova rispetto agli altri paesi. Dante dà vita ad una serie di trattati dedicati alla lingua italiana e lo fa in una prospettiva nuova: contrapponendo il volgare al latino. Egli per primo afferma l’eccellenza di un volgare romanzo, ovvero, il volgare italiano che immagina come lingua che può essere utilizzata come mezzo per l’espressione letteraria da tutti i poeti d’Italia. Dante nelle sue opere fa alcune osservazioni sulle lingue dell’Europa e sul latino e per questo molti studiosi moderni lo definiscono come “dialettologo” ma il fine che intendeva raggiungere non è quello del moderno linguista o dialettologo ovvero conoscere e descrivere i dialetti, bensì quello di condannarli e proporre come lingua ideale una che raccolga in sé quelli che a suo giudizio sono gli aspetti migliori di ogni dialetto italiano.

La condanna di Dante costituirà poi la base della lingua letteraria italiana.

L’idea che l’italiano provenga dal latino, o che lo continui non compare in Dante. La sua opinione era quella comune nel Medioevo che il latino fosse una creazione artificiale di dotti formata da rigide regole. È anche vero che Dante aveva già notato una somiglianza tra il francese, il provenzale e l’italiano che “un tempo formavano una sola lingua” e solo in seguito si sono differenziati; ma questa lingua che li accomuna secondo Dante non è il latino anzi, rimarrebbe un mistero.

I primi a vedere che l’italiano e le altre lingue romanze derivino dal latino sono stati, nel Quattrocento, alcuni Umanisti italiani. Particolarmente importante fu il contributo del forlivese Biondo Flavio (1392-1463) il quale ha espresso l’idea che l’italiano fosse la continuazione della varietà “popolare” del latino. Era un’idea nuova per il tempo ma altri umanisti continuarono sulla sua linea e si adoperarono per poterne confermare la veridicità.

Le teorie simili a quella di Dante vengono quindi abbandonate: l’italiano e le altre lingue romanze appaiono in definitiva come frutto della “corruzione” del latino; una corruzione prodotta dall’usura del tempo e, per la maggior parte degli Umanisti, dalle invasioni barbariche. Altri ancora pensano che il latino si sia modificato nel corso della sua diffusione nell’Impero romano passando sulla bocca di tanti popoli che fino a quel momento avevano parlato altre lingue.

 

Francesca Grillini

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