La piaga del caporalato in Puglia e l’assenza della lotta

La notte di mercoledì 07 Marzo 2018 il bracciante polacco Artur Dawid Prefeta, 34 anni, è stato trovato morto ai piedi della branda dell’alloggio che occupava all’interno dell’azienda agricola per cui lavorava nelle terre di San Giovanni Rotondo (FG).                  I dubbi sollevati dagli interrogatori fatti dalla Procura di Foggia a chi lavorava con l’uomo hanno spinto Magistrato e Carabinieri ad approfondire la vicenda, non convinti si potesse trattare di morte naturale o di un incidente. Infine dopo un’autopsia di 24 ore sul corpo dell’uomo si è concluso che la morte è stata causata da lesioni e colluttazioni. Già due i fermi convalidati dai Carabinieri di Foggia.

La notizia non è di certo un caso isolato: il Sud Italia – in particolar modo il Gargano e il territorio della provincia di Bari – è tormentato da secoli dalla piaga del caporalato, fenomeno che sempre più sta scivolando nella dimenticanza e nell’oblio, divenendo parte o di un passato lontano o di un mondo-altro, che è quello contadino, ormai del tutto scisso dall’inclusiva società urbana.                                                                                        E per quanto siano stati significativi i contributi di scrittori, attivisti, forze dell’ordine e magistrati nel voler portare alla luce questa realtà o nel contrastarla, essa non trova ampi spazi di informazione e discussione tra i mass media, che per lo più si limitano a fornire sporadiche e superficiali comunicazioni di eventi come quello da poco avvenuto, senza mai approfondire la natura del problema o l’inadeguatezza della legge che si pone di contrastarlo (la 603-bis del 2011, modificata nel 2016) – ma discuteremo presto e nel dettaglio dei problemi legali alla legge in questione.

Serve  tuttavia far chiarezza per poter comprendere il caso davvero a fondo, perchè la vicenda venga ben inquadrata all’interno del preciso contesto in cui è inscritta e perchè la morte di Artur non rimanga una delle tante morti che, a costante intermittenza, avvengono nel Gargano.

Per riassumere: il caporalato consiste in un rapporto di lavoro, limitato quasi esclusivamente al settore agricolo, in cui il bracciante è obbligato a sottostare ad orari, paghe, condizioni di lavoro e di vita ben al di fuori della legalità da parte del proprietario terriero, appunto, il caporale. Le numerose inchieste svolte specialmente nell’ultimo decennio in Puglia hanno portato alla luce dati agghiaccianti. Se la paga oraria minima per legge è fissata a 5,40 euro per un massimo di 6.30 ore di lavoro, i testimoni hanno riferito nella maggior parte dei casi di aver lavorato, d’estate, dall’alba al tramonto, senza la possibilità di avere un pasto decente, sorvegliati a vista da uomini armati che minacciavano di pestarli anche solo nel caso si fossero fermati un momento, senza la possibilità di mettersi in contatto con l’esterno, ricevendo al massimo il denaro minimo per pagare l’affitto dei casolari fatiscenti e pericolanti in cui erano costretti a dormire o addirittura – e non si tratta di un caso isolato – non ricevendo alcuna paga.                             Il caso esemplare, per rendere l’idea, è la storia terribile di una donna polacca, riportata da Alessandro Leogrande in Uomini e Caporali: *

“All’inizio dell’estate 2005 era arrivata a Stornara (FG) per lavorare alla raccolta delle olive. Dopo due settimane, viste le condizioni di vita e di lavoro, aveva deciso di far ritorno in Polonia, ma a quel punto era stata trattenuta con la forza e, dopo un tentativo di fuga, violentata per punizione dal “cane” (il caporale Mariusz Poleszak, condannato nel 2006 a 41 di carcere per associazione criminale internazionale finalizzata alla tratta e alla riduzione in schiavitù). Dopo aver passato giorni e giorni a rubare pomodori per cercare di sfamarsi, una mattina aveva deciso di rimanere nella sua baracca, una ex stalla adibita a dormitorio. Lamentava forti dolo mestruali e – sebbene sapesse che avrebbe dovuto pagare i 20 euro di penale – non era riuscita ad alzarsi. Quando tutti erano ormai al lavoro, era arrivato “il Cane”. Impugnando una pistola, le aveva intimato di spogliarsi. Dapprima la donna le aveva sorriso; ma poi “il Cane” aveva cominciato a fare sul serio. Si era spogliato rapidamente, e, completamente nudo, dopo aver esploso due colpi in aria le aveva puntato la pistola alla testa. A quel punto non rimaneva altro da fare: la donna si era denudata e, in silenzio, era stata costretta ad assecondare le fantasie del suo aguzzino. “Mi ha stuprata per tutta la giornata” dirà in seguito. Ma Mariusz Poleszak era andato oltre. Aveva infierito sul corpo della donna con un coltello da caccia, e l’aveva colpita ripetutamente sulle gambe, sulle mani e alla gola con un aggeggio formato da tre aghi collegati tra loro, facendola sanguinare. Sotto shock, la donna era riuscita a inviare un sms, ma subito dopo il cellulare era stato staccato, probabilmente dagli stessi caporali, e il marito per giorni non ne aveva saputo più niente.” **

Al di là dello sconcerto che l’agghiacciante vicenda suscita, c’è un aspetto che merita di essere considerato. Il caso riportato, analogo a moltissimi altri (tristemente, potremmo ardire, una sorta di concentrato dove si riassume tutta la violenza e la crudeltà che costantemente si consuma nei “campi di lavoro” del Gargano contadino) mostra come chi si trova, per necessità, a lavorare in queste terre, sia considerato solo nella sua cruda fisicità, come “nuda vita da afferrare,manipolare,violentare”. Non più uomini-umani, ma esseri-macchina che, per la loro forza e potenza, sono utili per far funzionare la macchina di un sistema in cui il guadagno è progettato per essere unico appannaggio del caporale. E’ la concretizzazione manifesta della dialettica che riduce l’uomo a “forza lavoro”, che lo categorizza come “risorsa economica”.                                                          Tutto ciò è ancora più terribile se si comprende la reale portata del fenomeno: secondo la Flai Cgil pugliese nel comparto agricolo il lavoro nero, quello apertamente illegale, riguarda il 25% dell’intero settore, quello grigio il 70% e il solo 5% è perfettamente in regola.

Ma anche se si è appena minimamente venuti a conoscenza del mondo nascosto e in realtà fortemente radicato del caporalato, ci si potrebbe chiedere, dato l’evidente sbilanciamento tra vantaggi e svantaggi del lavoro nei campi del Tavoliere di Puglia, come possa continuare tutto ciò, perchè, una volta appresa la propria condizione, i braccianti non si diano alla fuga, non si appellino a sindacati,autorità…ci si potrebbe addirittura chiedere perchè non avvenga una di quelle rivolte contadine che tanto hanno animato il primo dopoguerra. I tempi sono diversi ma le rivendicazioni fondamentalmente le stesse.

La risposta sta nel cambiamento generale del sistema del caporalato. Il fenomeno ha, infatti, radici antichissime, tanto che ha mutato in modo significativo – a seconda della situazione sociale, economica e tecnologica del paese – i propri sistemi organizzativi e le proprie finalità.                                                                                                                                    Fino a pochi decenni fa (all’incirca fino al boom industriale del secondo dopoguerra) il caporale andava alla sera, o addirittura prima dell’alba, nella piazza del paese, a selezionare, tra chi metteva a disposizione le proprie braccia, coloro che avrebbero potuto lavorare per la giornata a venire. Questo presentava, però, un margine d’incertezza abbastanza elevato: il caporale non sapeva mai se avrebbe trovato il numero sufficiente di persone di cui aveva bisogno per la raccolta, ancor peggio in giorni di maltempo. Con l’avvento dei nuovi caporali ,dapprima magrebini o da altre zone dell’Africa e poi provenienti dall’Europa dell’Est, c’è stato, all’incirca dal nuovo millennio, un totale cambiamento: i nuovi caporali facevano da intermediari per i loro connazionali, creando un sistema transnazionale che prevedesse il selezionamento e il trasporto delle braccia straniere in territorio pugliese.                                                              Ed è per questo che – come si sarà notato dai casi citati – attualmente i braccianti sono, per la quasi totalità, lavoratori stagionali che giungono in Puglia dalla Polonia, Slovacchia,Romania e altri paesi dell’Est, con l’intenzione di guadagnare una quantità di denaro sufficiente (quanto almeno vien loro promesso) con cui poter poi vivere l’inverno in patria. Ciò è possibile dal momento che il costo della vita di quei paesi è inferiore a quello del nostro, così che quelli che, per un residente italiano, sarebbero soldi insufficienti anche solo per il minimo indispensabile, per loro sono, invece, un guadagno discreto.                                                                                                                                                  Si può benissimo capire, allora, come coloro che, giunti da un paese straniero in una terra ignota per lavorare qualche settimana, siano completamente soli in una landa desolata, senza nessuna conoscenza su cui poter fare affidamento, non conoscendo la lingua, essendo così completamente dipendenti dal proprio caporale. Considerando anche come, pur volendo scappare, ci si ritroverebbe nelle campagne battute dagli autisti dei caporali o, magari, da membri delle forze dell’ordine che, stando a certe testimonianze, hanno riportato i fuggitivi ai campi dei caporali da cui scappavano.

In questo consiste la condizione di totale dipendenza, di assoluta subordinazione a cui è costretta la massa indistinta dei braccianti del Gargano. Ed è questo totale sbilanciamento di potere che ha potuto permettere la degenerazione di una normale dipendenza lavorativa in un vero e proprio rapporto padrone-schiavo. E’ questo che ha permesso, nell’inchiesta del 18/07/2006 che portò all’arresto di 27 caporali (16 fermati in Puglia e 11 in Polonia), di definire lager i campi in cui avevano lavorato i braccianti testimoni.

Un fenomeno così radicato, che riguarda qualche migliaio di stagionali stranieri, che vivono e lentamente mutano la conformazione sociale del territorio – tanto che si è parlato di un vero e proprio mutamento antropologico *** – ; che è esasperato dai più di 600 polacchi reduci che hanno denunciato le barbarie subite; combattuto da numerose inchieste che hanno portato all’arresto di caporali e funzionari della macchina tremenda del caporalato; che è il sistema entro cui si inscrivono indefinite decine di vittime e i 119 desaparecidos polacchi, mai più trovati dopo aver lavorato nei campi del Gargano, passa però in sordina anche nella stampa locale e ancor di più nelle comunicazioni di politici, a livello nazionale e locale, dove insufficienti ed inefficaci sono stati i provvedimenti presi per risolvere una piaga eterna che logora persone e territorio.

Il caporalato, più che una profonda ferita che sputa costantemente sangue, sembra essere un fastidioso prurito che, ad intervalli irregolari, torna ,e, subito, senza problemi, sparisce. E’ in realtà una malattia nata e cresciuta in una parte dell’organismo sociale dello Stato ormai lontana, totalmente “altro” dagli spazi e dai tempi in cui la vita in ogni sua forma si va sviluppando.                                                                                                               Domina l’assenza della lotta,:” Una pace che non dà tranquillità, ma segnata da una sconfitta non meditata (…) un silenzio che non ricorda, ma che genera dimenticanza”.       Ed è proprio dal ricordo, dalla presa di coscienza di una realtà che, letteralmente, ci circonda, che possono aprirsi i primi spiragli per un processo che possa portare ad un effettivo cambiamento. Quindi chi – forte di conoscenze,animo e volontà – può gettar luce su ciò che, più o meno volontariamente, è tenuto nell’ombra, ha la possibilità di fare da apristrada, di aprire una crepa, di cambiare qualcosa.

 

Link utili per approfondire:                                                                                                             * Alessandro Leogrande – Uomini e Caporali (2016)                                                                 ** pp.46-47 (cap.VI Istantanee dall’inferno)                                                                              *** Ad esempio il paese di Stornarella, che conta circa 5000 abitanti, d’estate si riempe di circa 2000 stranieri, giunti lì per lavorare alla raccolta del pomodoro. (p.69)                     Notizia di mercoledì 07/03/2018

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