L’AMACA del 11/06/2014 (Michele Serra).

INTERESSANTE e utile il dibattito sulla serie tivù Gomorra, accusata di essere truce a prescindere e di non disporre di “buoni” nei quali identificarsi. Roberto Saviano ha buon gioco a mettere in guardia contro l’eterna tentazione (politica) di “lavare i panni sporchi in famiglia”, e contro il tono edificante, che con le migliori intenzioni crea sempre cattiva letteratura. Ha ragione: raccontare il male è parte decisiva della lucidità (politica e artistica) di una comunità; sono nella memoria di tutti, del resto, le patetiche sortite berlusconiane contro “le fiction sulla mafia che mettono in cattiva luce l’Italia”.

Da spettatore, però, anzi da utente complessivo del grande magma di immagini e parole in mezzo alle quali galleggiamo, spesso in loro balia, confesso che qualche affaticamento da sparatoria, da sgozzamento e da canaglierie assortite, a partire da Romanzo Criminale (la fiction) e incluso Tarantino, ce l’ho. Come se, anche per accumulo, il crimine e la sopraffazione, divenuti “genere”, rischiassero il manierismo, con decine di emuli che sfruttano la scia. Così che alla fine — direbbe Paolo Poli — ci toccherà ritrovare l’efferatezza vera nelle canzoncine patriottiche e nelle poesie per educande, con brividi di perversione.

Da La Repubblica del 11/06/2014.

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