L’AMACA del 24/02/2016 (Michele Serra)

VISTI un paio di video sulla “contestazione” al professor Panebianco all’università di Bologna, va detto che contestazione è la parola sbagliata. In italiano si dice: intimidazione. Esiste una etologia umana — in questo caso di facilissima interpretazione — che non consente equivoci. Il gruppo contro uno solo, il dito del leaderino puntato addosso all’inquisito (quel dito dice: “tu sei l’imputato, io il giudice”), le urla di scherno quando il bersaglio si allontana perché non sopporta il processo sommario, le urla irate quando il bersaglio osa replicare. Nessuna discussione consentita e nemmeno immaginabile, in quel clima.

Gli altri studenti ugualmente intimiditi che assistono in silenzio. Dispiace dover aggiungere che mancava solamente l’olio di ricino. È immaginabile che il drappello antagonista consideri la propria violenza infima cosa rispetto alla violenza del potere e degli apparati bellici (dei quali il professor Panebianco è stimato, dai suoi aggressori, la quintessenza, essendo solamente uno studioso che dice e scrive ciò che pensa, come è suo diritto e suo dovere). È un alibi già molto abusato dai violenti di ogni tipo, e come molti abili ha qualcosa di vile. Scarica sul mondo cattivo la responsabilità dei propri gesti, dei propri atti, delle proprie parole. Dei quali, invece, ognuno di noi porta la croce, sia esso un generale, un pacifista, un editorialista, uno studente.

Da La Repubblica del 24/02/2016.

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