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Gli sviluppi del caso Riace sono di straordinaria importanza, nel bene e nel male.
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.

[Nell’immagine due abitanti di Riace di quelli insomma che Salvini vuole espellere, in nome della legge”, foto scattata a Riace nell’aprile 2009 (Photo © Eloisa d’Orsi)]