LEOPARDI E LA COERENZA DEL MATERIALISMO – Una critica alla cultura contemporanea.

 

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Se proviamo a pensare all’idea che, nell’opinione comune, si ha in generale della vita, è possibile arrivare a suddividere l’umanità in due grandi gruppi di riferimento. Da una parte c’è quello che, sia pure in tanti modi differenti, crede che la vita abbia un significato preciso e che quanto accade nel mondo abbia comunque a che fare con questo significato. E dall’altra quel gruppo che, invece, ritiene che la vita, di per sé, un senso non ce l’abbia, e che le cose che ci capitano avvengano “casualmente”, senza che la causa per cui esse avvengono abbia una sua ragione definita.

In particolare, coloro che fanno parte del primo gruppo, sono convinti che la vita abbia una sua “finalità”, che tenda cioè in vari modi a pervenire ad un risultato esterno ad essa. Essi pensano la vita come “figlia” di un progetto, messo a punto da qualcuno per qualche motivo, che utilizza ciò che è visibile per ottenere qualcosa di “invisibile”, che a sua volta costituisce la vera ragione per cui ciò che è visibile, effettivamente, esiste.
All’opposto, gli appartenenti al secondo gruppo, ritengono, spesso inconsapevolmente, che la vita non tenda ad alcun risultato altro che non sia la vita stessa, e che, oltre a ciò che fisicamente si vede e si “sperimenta” con i sensi fisici, non vi sia nulla di cui occorre concretamente occuparsi. E per questo essi, intenti come sono a vivere ogni circostanza in base a come questa materialmente appare, sono altresì indotti a considerare i fatti della vita come frutto di pura casualità.

Se da un lato, quindi, una parte dell’umanità crede che, in modi diversi, esista una “dimensione spirituale” del vivere che sta alle spalle di quanto si riconosce con i sensi fisici e ce ne spiega il senso, dall’altro vi è un settore molto ampio della popolazione che vede l’esistenza limitata alla sola “dimensione materiale” e che interpreta i fatti della vita in termini di casualità, fortuna oppure, che è quasi lo stesso, di superstizione.
Ma proprio per il fatto che la nostra attuale cultura appare ancora così pervasa di “materialismo”, che si manifesta spesso anche in forme molto “spinte”, e pur tuttavia, in gran parte delle occasioni, questa stessa cultura  mostra di non esserne neppure consapevole, può servire da utile riflessione rivolgere la nostra attenzione a chi, del pensiero materialista, è stato fra i massimi rappresentanti, ed è stato in grado, approfondendone gli aspetti, di condurre la propria notevolissima produzione letteraria fino ai suoi esiti più radicali.

Formatosi nell’isolamento costruito attorno a lui dall’ambiente della natía Recanati ed appesantito dal clima culturale reazionario alimentato dal padre Monaldo, Giacomo Leopardi (1798-1837) esprime fin da subito un netto rifiuto nei riguardi della cultura religiosa con cui la madre, Adelaide Antici, intendeva inizialmente indirizzare la sua educazione.
Si getta invece quasi immediatamente, con entusiasmo, nello studio dei “classici”, approfondendo con grande dedizione gli aspetti filologici dei testi antichi, ed allargando il proprio interesse, non appena avutane la possibilità, in direzione delle opere degli illuministi francesi, di cui apprezzava la modernità dell’approccio razionale verso i temi filosofici.

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Protagonista, letterariamente parlando, di almeno due conversioni: la prima “dall’erudizione al bello” e la seconda “dal bello al vero”, è appunto dallo studio dei classici che si forma la sua prima idea di natura quale sorgente di vitalità e di spontaneità, dalla quale deriva poi la propria critica agli autori moderni, considerati ormai incapaci di coglierne il reale valore perché prigionieri di un mondo e di una società deteriorati e paralizzanti.

Tenendosi rigorosamente lontano dai temi “sacri”, Leopardi esprime la visione di un’estetica “edonistica”, dove la stessa poesia è finalizzata direttamente al piacere, e dove il bello, passando attraverso la negazione dell’esistente, diventa fantasia.
Ma l’impatto con la realtà, cui l’esercizio della ragione di matrice illuminista progressivamente lo conduce, inizia ad un certo punto a farsi sempre più duro, e quello che verrà poi definito il suo “pensiero poetante” finisce per indurre Leopardi a trasformare la propria poesia in chiave sempre più “filosofica”.

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Così avviene il passaggio dalla poesia idillica del 1819, comprendente la celeberrima “L’infinito”, in cui la contemplazione della natura ancora permetteva di “trasfigurare” la realtà suscitando emozioni “fuori dal tempo”, alle visioni distaccate espresse con tono di sprezzante freddezza caratteristiche delle “Operette Morali”, raccolta di testi in prosa composta in tempi successivi tra il 1823 ed il 1827.

E se si eccettua la parentesi dei “Canti Recanatesi” , che comprende “A Silvia”, “Le ricordanze”, “Il sabato del villaggio”, “La quiete dopo la tempesta” ed il “Canto Notturno (…)” , in cui il pessimismo maturato da Leopardi fa i conti con gli struggenti ricordi giovanili “dilatandosi” in una poesia “del dolore”, si arriva nel cosiddetto “ciclo di Aspasia” alla perdita definitiva di qualsiasi connotazione fantastica che si chiude poi con quella vera e propria anti-poesia offerta ne “La Ginestra”, che mostra compiutamente l’esito finale dell’evoluzione del suo pensiero e della sua poetica.

Tutto ruota in effetti attorno al rapporto tra uomo e natura, che troviamo già minato dal vaglio razionale nella canzone “Ad Angelo Mai” del 1820, e che viene messo definitivamente in crisi nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”. Qui la predisposizione al piacere assoluto, posto nell’uomo dalla stessa natura dimostra storicamente la sua non-realizzabilità. Ed in una visione in cui l’assenza di piacere è già dolore, è la natura stessa a cambiare ruolo e, da fonte di illusioni (e di illusorio piacere) com’era agli inizi, diventa apertamente ostile agli uomini (capital carnefice), mal sopportando la loro presenza, fatta di fragilità e solitudine, in un cosmo che, tutto sommato, li tollera con indifferenza.

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L’osservazione razionale che Leopardi applica alla realtà, considerata soltanto nel suo aspetto materiale e “sensibile”, non può in effetti che ridurre tutte le aspettativa (anch’esse materiali) dell’uomo ad altrettante illusioni, così come il suo concepire l’inesistenza delle idee universali di derivazione platonica, da lui considerate astrazioni, lo conduce a ritenere che tutto ciò che esiste non possa esser considerato necessario ma soltanto contingente, privo di un piano prestabilito e, dunque, del tutto casuale.

Partendo quindi da premesse rigorosamente materialistiche, il pensiero di Leopardi ci mostra come non vi possa essere riconosciuta per l’uomo altra condizione esistenziale che quella di un’inutile e dolorosa sopravvivenza, in cui anche le illusioni si rivelano presto per quello che sono, e cioè soltanto degli inutili, tragici inganni.
Anche il tema del suicidio, evocato in tanti componimenti, diventa ad un certo punto per lui l’unica rivalsa possibile nei confronti di un destino ingiusto, ed atto titanico di sfida alle religioni, viste anch’esse quali fonti di altrettante aspettative ingannevoli.
Un suicidio che può infine essere evitato solo passando attraverso la comprensione della sua razionale e sostanziale inutilità, e sostituito da quell’atteggiamento di accettazione della propria condizione di precarietà riservataci da un ambiente ostile, capace di annientarci improvvisamente senza che ve ne sia motivo. Una condizione di cui dobbiamo esser consapevoli, e della quale possiamo rappresentarci l’immagine in una ginestra che immaginiamo spuntare, per caso, sulle aspre pendici desertiche di un vulcano.

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Così Leopardi, attraverso la sua imponente produzione letteraria, sviluppa il suo pensiero fino alla fine, accompagnandoci figurativamente nel girone infernale di un mondo in cui esiste soltanto la materia, e dove ogni idea di ulteriore conoscenza e di crescita umana sono irrimediabilmente precluse.

Ma forse, proprio con il suo accompagnarci, dolorosamente, fino in fondo, dove il proprio pensiero “razionale” l’aveva portato, ha inteso anch’egli mostrarci, sacrificandosi, i tragici limiti di quel materialismo di cui è stato coerente precursore ed impietoso analista.
E forse, anche con l’inserire quel particolare passo del Vangelo di Giovanni all’inizio della “Ginestra” (1), ha voluto testimoniare come gli uomini del suo tempo, nonostante i progressi ottenuti con la tecnica, la loro scelta di libertà non l’avessero ancora compiuta, non potendo ancora riconoscere la loro via, avvolti com’erano, loro malgrado, dalle fitte tenebre dell’inconsapevolezza.

 

 

NOTE:

 

1)       E gli uomini vollero piuttosto le tenebre

che la luce.

Giovanni, III, 19.

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