Lettera del padre di una ragazzina che saliva sul centro Sarca per farsi i selfie

   SESTO SAN GIOVANNI – E’ una lettera reale e dura per fare capire qual è oggi uno dei problemi dei giovani. Lo fa con la figlia davanti che essa stessa ha partecipato più volte alle scalate sul centro Sarca per assistere ai concerti senza pagare il biglietto. Lo fa per dare una spiegazione alla tragedia del 15enne morto nella tromba del condotto di areazione, con questo racconto pubblicato su “Metro”. Noi la riproponiamo perchè possa servire a tutti per una sana riflessione.


Si alza troppo presto, nemmeno le nove, nonostante la domenica sia l’unica mattina senza lezioni e potrebbe dormire. Corre da me e mi mette sotto gli occhi lo schermone del suo smartphone. Non parla, lo sguardo spalancato, lascia che io legga. Il titolone della notizia: il selfie e il volo tragico dal tetto del Centro Sarca. Resto come un padre può restare di fronte alla morte ignorante di un ragazzino che ha l’età di sua figlia.

Frequentava il Montale, scuola attaccata al suo Liceo Casiraghi, dentro il Parco Nord, mi dice. Lo conosceva di vista, era di una compagnia che incrociava la sua. – Era un amico di Davide, pà! – Lo dice come se solo per quello, non avrebbe dovuto morire. Leggo la notizia per intero, in un silenzio reciproco. Scoprirò più tardi che i selfie sono lo scopo, ma non sono la causa della caduta: è tremendo, lo so, ma in qualche minuscolo modo mi consolerà.

E i due genitori? Non pensarci, Maurizio. Non pensarci. E prendo la faccia di mia figlia tra le mani. Come se volessi interrogarla, proteggerla, supplicarla. Lei va su quel tetto. Ci è andata più volte con la sua compagnia e il suo spavaldo fidanzato. Da quel tetto del Centro Sarca si vede il Carroponte. Da quella postazione dominante ascoltano i concerti dei loro rapper. Senza pagare il biglietto che prosciugherebbe in un colpo solo la ‘paghetta’ settimanale.

Conferma subito che posso stare tranquillo, non ci andrà mai più, e poi adesso sarà impossibile, aggiunge, perché faranno dei mega controlli. Mi spiega che c’è una specie di ringhiera, facile da scavalcare, e dopo questa un profilo che dà nel vuoto. C’è chi si mette lì a farsi questi selfie del menga. Come quel tenero pirla che ha straziato la vita dei suo genitori postava sul suo profilo. Non hanno paura della morte, la guardano in faccia, scrivono. Quella faccia che ‘selfizzano’ ossessivamente, quasi a volersi dimostrare vivi, importanti. Fa parte dell’onnipotenza gracile dell’adolescenza, dire queste cazzate. Niente di nuovo. La morte però non ha una faccia. Non può farsi i selfie. Usa la tua, per specchiarsi.

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