L’invecchiamento come “stato della mente”

Terminato il corso “Una palestra…per la mente“, una serie di lezioni sul cervello e sul funzionamento della mente che ho tenuto in un piccolo paese della provincia di Milano, tutte dedicate ad un pubblico di curiosi non specialisti, mi è subito venuto in mente di dare una forma scritta ad una delle riflessioni che sono emerse durante le lezioni, e in particolare al concetto di invecchiamento come “stato della mente“.

Nel momento in cui ho accennato ai miei corsisti, un pubblico di persone mature e anziane, che l’invecchiamento fosse anche una questione psicologica, ho immediatamente percepito alcuni dubbi e perplessità, in realtà del tutto comprensibili visto anche il fatto che chi parlava non stava sicuramente sperimentando gli effetti più fastidiosi dell’invecchiamento corporeo. Un signore in particolare mi disse “bhè, non è mica vero che l’invecchiamento è psicologico e mentale…basta vedere le cose che un tempo riuscivo a fare e che ora non riesco più a fare allo stesso modo“. La risposta mi ha dato da pensare, e mi ha fornito un prezioso spunto per articolare meglio il mio pensiero, pensiero derivante dalla mia pratica professionale e dal contatto con persone anziane e molto anziane.

Quando parlo di invecchiamento come [anche] uno stato della mente, mi riferisco al fatto che il sentirsi anziani (o semplicemente sempre più “vecchi”), molto spesso, è più legato alla dimensione del “sentirsi” qualcosa rispetto a “essere” effettivamente qualcosa. Mi spiego meglio. Premesso che non nego certamente che l’invecchiamento preveda un certo grado di usura e compromissione delle funzioni del corpo e della mente, parte dell’esperienza del “sentirsi vecchi” è anche legata ad una serie di aspetti sociali, culturali e mentali, derivanti più da “quello che gli altri si aspettano da me”, piuttosto che da “quello che in potenza posso fare veramente”, a prescindere dai miei limiti e dalle problematiche di natura fisica e patologica, aimhé incontestabilmente reali.

Se in psicologia esiste un concetto cardine, è quello di stereotipo:

con stereotipo si intende un’opinione rigidamente precostituita e generalizzata, ovvero non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che non prevede una valutazione dei casi nella loro unicità e peculiarità. Lo stereotipo prevede che si utilizzi una conoscenza generalmente condivisa, o una valutazione su un singolo caso, per interpretare in un determinato modo un’intera categoria (di persone, di oggetti, di situazioni, etc.).

Qualche esempio? tutti i napoletani rubano, le donne non sanno guidare, gli uomini pensano solo al calcio. Che si tratti di opinioni comuni senza fondamento, o la generalizzazione di un episodio realmente avvenuto all’intera categoria, si tratta di valutazioni rapide, superficiali e spesso banalizzanti della categoria, quando non direttamente false. Sia chiaro che di per sé la tendenza a costruire ed utilizzare stereotipi non è negativa, in quanto ci permette di interpretare la realtà e produrre soluzioni in modo rapido ed adattivo. Il problema è quando lo stereotipo cozza con una realtà sociale complessa e articolata, dove la valutazione rapida e parziale non riesce a star dietro ai velocissimi mutamenti del tessuto sociale e delle sue fondamenta.

La caratteristica degli stereotipi è il loro grande impatto sui comportamenti e sulle relazioni interpersonali. Non solo lo stereotipo condiziona il modo in cui ci relazioniamo al mondo e ad alcune categorie, ma può spingere i membri stessi della categoria ad identificarsi nello stereotipo, generando quello strano fenomeno che in psicologia e sociologia viene definito come profezia che si auto-avvera (o effetto Rosenthal): Da un presupposto sbagliato, si origina un comportamento che conferma il presupposto. Questo comportamento può essere messo in atto dalla categoria che viene stereotipata, che finisce per assomigliare, vuoi per conformismo sociale vuoi per reazione all’ostilità sociale, allo stereotipo iniziale.

 

PROFEZIA-che-si-autoavvera-psicoterapeuta-roma

 

Nel caso dell’anziano o comunque della persona matura, lo stereotipo è palese e chiaro agli occhi di tutti, malgrado la società stia certamente mutando: in generale, l’idea di invecchiamento è un’idea di “perdita di qualcosa”, di diminuzione di energia, voglia di fare, voglia di cambiare e di intraprendere nuove esperienze. Dall’anziano la società si aspetta quiete, scarsa iniziativa, presa in carico di nipoti o altri anziani, mitezza, saggezza, e in generale un’immagine di “staticità” e refrattarietà al cambiamento. Tali aspettative, che fortunatamente stanno mutando al mutare della società, influenzano radicalmente il modo in cui l’anziano si vede e valuta se stesso.

Voglio portare l’esempio di una signora che ha partecipato al mio corso: la signora, di 70 anni, era e si reputava perfettamente vitale sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. Mi ha confidato di avere una grande voglia di iscriversi all’università e portare a termine la laurea in letteratura inglese che non era riuscita ad ottenere per motivi economici e lavorativi. La signora si sentiva perfettamente in grado di portare a termine gli studi, essendo oltretutto persona curiosa e grande lettrice, ma si sentiva fortemente frenata dall’idea che altri studenti, molto più giovani di lei, così come i parenti e i nipoti, avrebbero potuto avere di lei. La signora temeva quindi il giudizio, e aveva paura di allontanarsi troppo “anarchicamente” dallo stereotipo condiviso sull’anziano. Le sembrava una cosa strana perché collideva con l’idea che essa stessa aveva interiorizzato di “anziano”. L’anziano non dovrebbe fare certe cose, perché da lui non ci si aspetta quel tipo di attività, così come quel ruolo specifico: lo studente.

In questo caso, lo stereotipo ha frenato l’iniziativa personale, la voglia di fare, di cambiare e di mettersi in gioco, riducendo il potenziale e rallentando il percorso di crescita personale, che -è bene specificarlo- non termina con l’accrescimento del corpo, ma anzi perdura per tutta la vita.

Quando dico che l’invecchiamento è uno “stato della mente” intendo dire che la percezione soggettiva di essere anziani (o di “star invecchiando”) dipende anche dai ruoli a cui scegliamo di aderire e che la società e l’ambiente si aspettano da noi. Se vogliamo trattare l’invecchiamento come un fenomeno complesso, e quindi un processo dove interagiscono fattori biologici, psicologici e sociali, è bene chiedersi: cosa si aspettano le altre persone da un anziano? Che comportamenti si aspetta la collettività? Cosa è accettabile e cosa no? Senza una comprensione di questi aspetti, seguita da uno sforzo a decostruirli, l’invecchiamento non potrà mai essere compreso veramente, né reso più “agevole” e meno gravoso per una società sempre più anziana.

 

Quando dico che l’invecchiamento è uno “stato della mente” intendo dire che la percezione soggettiva di essere anziani (o di “star invecchiando”) dipende anche dai ruoli a cui scegliamo di aderire e che la società e l’ambiente si aspettano da noi

 

Dal punto di vista psicologico, l’invecchiamento è anche una costruzione sociale: l’anziano, in molte situazioni, può percepirsi come molto più anziano, e quindi molto meno abile, di quello che non sia in realtà, e ciò può spingerlo a ridurre la gamma di attività che potrebbe fare, e in definitiva la qualità della sua vita. In sostanza, un potenziale non trova la sua espressione, e delle risorse, delle idee e dei contributi di cui potrebbe usufruire tutta la collettività non vengono sfruttati, non emergono e rimangono latenti, fino a scomparire del tutto.

Dal punto di vista psicologico l’invecchiamento andrebbe inteso come riduzione delle potenzialità, della curiosità e della voglia di sperimentare. Compito dello psicologo, così come della collettività che prende consapevolezza di questi aspetti, è quello di decostruire lo stereotipo, cercando di far emergere quel potenziale che magari le aspettative del mondo esterno e le convinzioni personali possono frenare, impedendo a del potenziale umano di emergere. In definitiva, quello che vogliamo evitare è uno “spreco di energie” umane.

Ciò che ho scritto mi fa altresì riflettere sul ruolo dello psicologo, e mi ritrovo a ribadire il concetto che il principale ruolo sociale dello psicologo è quello di decostruire gli errori di valutazione, i così detti bias cognitivi, che le persone e i gruppi compiono nei confronti di altre persone e gruppi. Decostruire le generalizzazioni e la superficialità delle valutazioni porta sempre dei benefici, nell’invecchiamento così come in ogni dimensione del vivere umano.

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