Maternità surrogata: quel grande e grosso mercato di bambini

Mentre il governo si appresta a discutere circa il ddl Cirinnà sulle unioni civili, quello che andrebbe anche a regolamentare la Stepchild adoption, sembrano destare sempre più preoccupazione le vicende legate alla maternità surrogata, il procedimento in base al quale una donna mette a disposizione il proprio utero, portando avanti la gravidanza per conto di committenti, che possono essere single o coppie, eterosessuali o omosessuali. Ad alcuni di questi casi, la stampa internazionale ha dato un grande risalto, come quello in Texas di una donna che ha dato alla luce la figlia di sua figlia, oppure memore la causa legale di due famiglie che si litigarono un figlio, quando nel 1986 Mary Beth Whitehead decise di tenere il bambino che aveva partorito per conto del padre biologico e di sua moglie. Ebbene, la materia è complessa e delicata, ma la domanda che dobbiamo porci è la seguente: si può mercificare la vita di un neonato?

 

Negli ultimi anni la maternità surrogata sta diventando un vero e proprio commercio, dove l’oggetto di mercificazione sono proprio i bambini. Molte di queste donne dicono di essere spinte dalla volontà di poter aiutare coloro che per ovvie ragioni dei figli non possono averli, da un sentimento di altruismo per così dire, ma i compensi che percepiscono raggiungo cifre alquanto elevate. Basti pensare che negli Stati Uniti nel 2014 sono nati circa 2 mila bambini da madri surrogate: i costi  possono arrivare a 150 mila dollari e la madre surrogata riceve tra i 20 mila e i 30 mila dollari. Diverso il discorso in alcuni paesi in via di sviluppo dove, il più delle volte, le donne sono spinte dalla povertà a diventare madri surrogate: soltanto in India si stima che il commercio legato alla maternità surrogata porti ad un giro di affari di oltre due miliardi di dollari l’anno.

 

Dal punto di vista morale, le coscienze del globo terrestre sono divise. Da un lato ci sono paesi che inorridiscono di fronte all’idea che la procreazione possa essere eseguita a pagamento, come nella stragrande maggioranza dei paesi europei: Italia, Germania, Francia per esempio. Dall’altra invece ci sono paesi in cui la surrogazione è permessa e regolata, in modi differenti, e dove si tratta semplicemente di un servizio che si può scegliere di offrire, come per esempio in: Grecia, Israele, Sudafrica, India, Uganda, Ucraina e alcuni stati degli Stati Uniti ed altri ancora. C’è poi la terra di mezzo, dove la maternità surrogataè sostanzialmente non regolata, vale a dire che non è esplicitamente vietata, ma spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono dei pagamenti, mentre sono accettate le maternità “altruistiche”; è il caso dell’Argentina, piuttosto che del Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Paesi Bassi, Venezuela ecc.

 

In un epoca come la nostra, in cui siamo abituati a prezzare ogni cosa, in cui la mercificazione del corpo la fa da padrone, il fatto di farlo anche con l’utero di una donna e con la vita di un bambino, tanto da favorire un giro d’affari così grande, non è soltanto un atto eticamente e moralmente condannabile, d’altronde Marx se ne era accorto da molto tempo, “Tutto diventa merce”, aveva avvertito, ma favorire e legalizzare una pratica onerosa come questa, significherebbe soprattutto favorire i ricchi, coloro che possono permettersi di sborsare cifre così grandi per affittare un utero, a discapito di tutti gli altri.

Pubblicato su Pontilenews il 15-01-2016

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