…. Nizza ….. il dolore … la rabbia … la ragione ….l’istinto ….

…. per me è dura … è un colpo … è un fatto che colpisce direttamente al mio Cuore

Amo Nizza, la frequento e ci vivo anche da quasi un quarto di secolo.

A Nizza  ho lasciato momenti personali profondissimi e bellissimi, ed a Nizza si è fatta anche parte della mia storia.

A Nizza e nella Provenza trovo ragioni del mio essere italiano …

Nizza è la vera Porta di entrata/Uscita dell’Italia …. non solo per le ragioni storiche, non solo per le persone che vi vivono, non solo perché è la città di Giuseppe Garibaldi ….. ma anche perché Geograficamente l’Italia inizia o finisce col passaggio del Fiume VAR.

Quello che è successo ieri sera pertanto è ancora più forte ed a maggior ragione quando vedi che l’ingresso per fare la Strage sulla Promenades è avvenuto a pochi metri da casa mia ….

Penso che una delle cose da leggere e che in qualche modo …. domina e placa il dolore e la rabbia di ciò che è successo ieri sera sia la riflessione di Gianni Cuperlo di oggi.

Leggetela anche voi.

Su questo terribile 14 luglio a Nizza non c’è una sola parola che si possa aggiungere a quelle che state ascoltando da ieri notte.

Questa mattina ho ripreso in mano il saggio di Philippe-Joseph Salazar “Parole armate. Quello che l’Isis ci dice. E che noi non capiamo.” Salazar è un filosofo nato in Marocco e che ha diviso la sua attività tra Parigi, Londra e Città del Capo. Questo suo saggio nella traduzione italiana (lo ha pubblicato Bompiani) è uscito nel gennaio di quest’anno, quindi a poche settimane dagli attentati di Parigi del 13 novembre. Il che ha consentito all’autore di aggiungere una postazione dal titolo “Perché la Francia è il loro grande nemico ideologico”.

Letto stamane, una sintesi ma anche una profezia.

La sua tesi è che il terrorismo islamista ci ha imposto un diverso regolamento della guerra per come l’avevamo conosciuta in passato. Regole diverse sul campo, nella propaganda, e anche nei sentimenti delle persone.

Gli strateghi del Califfato agirebbero con una metodologia allo stesso tempo militare, intellettuale e spirituale. Per prevenire le obiezioni all’uso del termine “metodologia”, Salazar scomoda Cartesio e il suo discorso sul metodo. Un metodo è una “via”, e un discorso sul metodo o una metodologia spiega come pensando nel modo che si ritiene giusto si procede diritti verso l’obiettivo indicato. La metodologia del Califfato corrisponde a un piano strategico. Sarebbe l’equivalente islamico del trattato di Clausewitz.

Quella strategia che parte da Mosul, attraverso i Balcani penetrerebbe sino al “ventre molle dell’Europa” giungendo in Francia dove applicherebbe le sue folli tattiche di guerriglia urbana.

La carta giocata da questo nuovo terrorismo starebbe anche in una sorta di leadership spirituale della quale a lungo si è faticato a cogliere la potenza.

L’assalto con le armi o lanciando un camion a tutta velocità sulla folla avrebbe spesso un seguito fondato su una campagna di odio veicolato dalla rete col tentativo di dimostrare la forza espansiva di quella ideologia di morte.

Il giorno dopo gli attentati di novembre il primo comunicato di rivendicazione annunciava che era stata “presa di mira la capitale degli abomini e della perversione” per “infondere il terrore nei cuori dei Crociati”.

In quel comunicato ci si riferiva a una sura del Corano dedicata a una tribù che rifiuta il messaggio di dio e si chiude inutilmente in una fortezza.

Letta così la Francia viene considerata già una realtà dove il Califfato ha preso piede. In qualche modo viene considerato un territorio del Califfato in una logica di riconquista militare.

Nella lettura di quegli attentati la Francia viene trattata come una “wilaya”, una provincia in attesa di essere governata dal Califfato, insieme alla sua popolazione, “o perduta nell’apostasia dei musulmani appassionati di calcio, o smarrita nella miscredenza umanistica e laica degli altri, che bisogna fare rientrare nei ranghi, rimettere sulla retta via, grazie all’evidenza di un massacro (il massacro sacrificale) che deve forzare all’evidenza della conversione.”

Come se quel paese si fosse sdoppiato e la retorica sciagurata del terrorismo costruisse un recinto ideologico per ospitare altri attentati omicidi.

Questa notte il presidente Hollande ha prolungato lo stato d’emergenza per altri tre mesi. Quella scelta venne assunta dopo gli attentati di novembre e i comunicati del Califfato la derisero. Per loro la Francia è il nemico ideologico assoluto, “la patria dei Lumi che, avendo espulso qualsiasi religione dal discorso pubblico, e dimostrandosi dunque intollerante all’intrusione della fede nell’ambito della Repubblica, è peggio che miscredente: razionalista e umanista”.

Leggiamo e leggeremo, giustamente, della necessità di intensificare l’azione delle intelligence nazionali e di raccordarle sul piano europeo. Ma è anche vero che questo scontro, questa guerra, conosce ambiti di diffusione e linguaggi che non sono paragonabili al vecchio mondo che altre guerre aveva partorito.

Forse non basterà la vittoria militare contro l’Isis in Libia e Siria per sradicare l’intera mala pianta dell’odio travestito e travisato in una finta religione. Forse ci vorrà davvero una nuova coscienza delle radici di quell’odio e degli strumenti e linguaggi che adopera.

Anche su tutto questo credo bisognerà riflettere. Di più: servirà studiare e agire.

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