Notizie che non fanno notizia

La mia rubrica si occupa della ricerca della verità, di scavare fino in fondo alle notizie per riuscire a ricavarne l’essenza ultima, quella veritiera. Dunque smascherare le fake news si tradurrebbe in “ricercare la verità”. Sappiamo bene che le bufale non sono meramente informazioni artificiose, bensì notizie distorte o addirittura inventate che vengono strumentalizzate per il raggiungimento di uno scopo, per trarne beneficio o semplicemente per denigrare qualcuno o qualcosa.
Mi sono sempre chiesta quale fosse il contrario di una bufala. All’inizio pensavo che il contrario fosse semplicemente questo: la ricerca della verità. Credo invece che questo sia lo scopo. Se una bufala è una cosa non vera che viene diffusa per un obiettivo determinato, l’opposto sarebbe qualcosa di vero che non viene detto anche quando potrebbe portare benefici o vantaggi alla persona o alla cosa alla quale si riferisce. In virtù di questa riflessione, il fulcro del tema di oggi non sono le bufale vere e proprie. Oggi mi voglio occupare dell’omissione di alcune notizie e della diffusione di altre, o meglio, della preminenza di alcune comunicazioni su altre.

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Il mese scorso siamo stati spettatori di episodi che hanno scosso migliaia di persone in Italia. E no, non mi riferisco ai bombardamenti in Siria o al gas usato contro centinaia di bambini siriani. Mi riferisco alla scomparsa di Davide Astori e Fabrizio Frizzi. In seguito a queste tristi notizie nessuno si è risparmiato, il web intasato da migliaia di manifestazioni d’affetto. Tutti pronti a batter tastiera per esprimere vicinanza alle famiglie e raccontare il proprio stato d’animo, accompagnato da parole meravigliose, destinate a due uomini che tanto hanno dato nel corso della loro carriera. “Esempio di vita”, “uomo modello”, “uomo onesto” e tante altre considerazioni inespresse fino al giorno prima della loro perdita, magari anche risapute.
È vero che di solito si parla bene di qualcuno solo quando non c’è più, forse perché è più facile ottenere approvazione, ad esempio sui social, forse perché non è moralmente corretto richiamare alla memoria i difetti e di sicuro perché è meglio tacere piuttosto che parlarne male. Il che è encomiabile ma c’è una nota che stona. Perché decidere di esporsi così tanto solo quando una persona viene a mancare? Se sono questi i pensieri, perché non farli presenti finché si è in vita piuttosto che quando non se ne può più godere? È sbalorditivo come durante la vita si possano ignorare tali sentimenti per farli saltare fuori solo nella circostanza tragica ed estrema quale la morte.

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Ciò che mi destabilizza quindi è come tali comunicazioni si siano diffuse in maniera incontrollata, facendo attivare mezza popolazione, mentre altre, che non sta a me definire più o meno rilevanti, sono state da queste ultime totalmente surclassate. Viene naturale fare un paragone con una circostanza simile, avvenuta nello stesso periodo, che purtroppo non ha urtato la sensibilità della collettività tanto quanto quelle precedentemente esposte. Riguarda la morte di Dario Ambiamonte e Giorgio Grammatico, vi chiederete: chi sono? Sicuramente sono due nomi che presi singolarmente non diranno nulla, non sono uomini di fama, sono semplicemente due vigili del fuoco morti a Catania nel pieno svolgimento del proprio lavoro. Due persone comuni, rimaste vittima di una fuga di gas, per salvaguardare l’incolumità dei cittadini catanesi. Eppure, non c’è stata una diffusione della notizia equiparabile a quelle della morte di Frizzi e Astori. Un articolo mi ha colpito sensibilmente, riportato su siciliainformazioni.com:

“La tragedia di Catania è immane. Le informazioni sono troppo scarne per ricostruirla ora. I familiari ed i colleghi piangono i morti, la città manifesta il suo cordoglio, centinaia di catanesi osservano quel che resta della catastrofe e si guardano attorno, attoniti, chiedendosi come sia potuto accadere. Fatalità? Pare che l’esplosione sia dovuta alla bombola di gas, ma anche questa circostanza deve essere accertata.
Finora è stato l’11 settembre, così lontano da noi, eppure così vicino, a farci conoscere l’entità del rischio ed il coraggio dei vigili del Fuoco. Come dimenticare quelle centinaia di uomini con il viso imbrattato di polvere che salivano le scale delle torri gemelle mentre crollavano un piano dopo l’altro, fino all’implosione? Nessuno che si fosse tirato indietro, avesse indugiato, fosse stato fermato da una pur legittima paura.
Lo stesso animo, lo stesso sentimento dei nostri Vigili accorsi dopo una richiesta di intervento a Catania. Nessun indugio, bisognava salvare delle vite. È la normalità. E sono andati incontro alla morte”.

Parole d’impatto che fanno riflettere. “Eroi normali”, li hanno definiti, “sanno a cosa vanno incontro”. Come loro, tanti altri rischiano la vita per ognuno di noi, per la nostra sicurezza. Non si può sottovalutare una tale notizia poiché il loro operato comporta queste conseguenza. Ciascuno ha il suo valore, nessuna morte può essere considerata più dolorosa di altre, tutte meritano la stessa considerazione. Tutte le morti devono essere dignitose e soprattutto onorate.
Lungi da me, sminuire uomini che sono stati dei modelli da seguire per molti di noi. Il mio intento è far capire come ognuno di noi debba essere considerato in vita, più di quanto possa essere considerato in caso di morte. Tendiamo a non dire ciò che di bello pensiamo di una persona e spesso viviamo nel rancore, nell’odio, nel disprezzo o addirittura nell’invidia. Se vivessimo con la consapevolezza di quanto sia effimera la vita, molte cattiverie cesserebbero di esistere e daremmo più peso ad ogni azione, ogni parola, ogni persona.
“Non siamo niente”, una frase che sento spesso dire agli anziani. La mia lettura della frase ha un’accezione che si discosta dal pensiero comune. Possiamo essere tutto e non essere niente. Quando siamo tutto? Quando viviamo concentrandoci sulla nostra vita, sfruttando ogni granello di energia, quando cerchiamo di migliorarci giorno dopo giorno e abbiamo degli obiettivi, facciamo del bene e viviamo nel rispetto di tutto e tutti. Non siamo niente, quando ci focalizziamo su cose futili e dannose, su sentimenti rancorosi e colmi di odio, quando umiliamo, giudichiamo o insultiamo qualcuno.
Cogliere il senso della vita significa essere tutto e sfruttare al meglio il tempo che ci viene concesso. Vi lascio con questa frase: ” Forse era così anche mille anni fa, non lo so, non ne faccio una questione di morale o di etichetta, ma sento che qualcosa non va, sento che qualcosa l’abbiamo persa per strada, qualcosa di speciale, qualcosa che ha a che fare con la bellezza dell’anima, con il tatto, con la gentilezza… con lo stile”.

Cetty Scarcella

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