Quando eravamo davvero “soli”… senza “ius”

Italia: pizza, mandolino, mafia e naufragi. Affondano i barconi di migranti e affondano le navi da crociera, affondano i governi e affondano i diritti civili. Chissà che Italia sarebbe oggi se le tre caravelle fossero affondate e uno dei nostri non avesse scoperto le Americhe. Già, gli Stati Uniti d’America, dove girando per la strada non è poi così difficile incontrare persone con cognomi come Russo (circa 45787 persone), Marino (24280), o il grande classico Rossi (23879). Quella dell’emigrazione italiana negli USA è una storia che parte da lontano, quasi come i 7mila chilometri che separano Genova da New York.

Siamo nell’ottobre del 1852 e nel capoluogo ligure viene fondata la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe; principale azionista Vittorio Emanuele II di Savoia. Da quella data simbolo, i nostri connazionali non hanno più smesso di attraversare l’oceano in cerca di fortuna. Si stima che in mezzo secolo oltre 10 milioni siano partiti dall’Italia, colonizzando le principali città del Nord America.

Perché affrontare un viaggio di 12 giorni, andando in contro a rischi pazzeschi, verso luoghi sconosciuti? Bastano le parole di un migrante di allora per rispondere “Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco, coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?”. Insomma, un viaggio non solo per cercare un’occupazione, anche per ritrovare la propria dignità.

Ma cosa facevano gli italiani subito dopo aver ammirato la Statua della Libertà, dal ponte di una nave stipata di persone? Negli States c’era lavoro e si veniva pagati, o comunque era possibile barcamenarsi in qualche modo e, si sa, in questo siamo maestri. Non era però tutto così semplice: sceso l’ultimo gradino della scaletta e toccato il suolo a stelle e strisce, partivano i controlli. Dopo la fame, il freddo e la morte nascosta dietro ogni onda dell’Atlantico, c’era la polizia americana. Niente sconti: chi sopravvive all’oceano viene scrupolosamente controllato dalle autorità sanitarie, a chi supera gli esami fisici viene sottoposto un test psico-attitudinale. Una X per riconoscere quelli non adatti, che vengono immediatamente rimandati a casa. Gli altri? “Okay, come in”. Un documento attesta che sei idoneo e puoi passare, ma vicino alla scritta white (bianco), spesso c’è un punto interrogativo.

Galeotta fu la punteggiatura: ai primi del Novecento il razzismo ha la forma di un uncino rovesciato; eppure sembriamo bianchi esattamente come loro, magari un po’ più scuri, ma è solo “colpa” del nostro sole. Anche in America avete il sole, no?

Invece niente, ci appiccicano addosso un’etichetta, per molti siamo gli “Wop”, che secondo alcuni sarebbe l’americanizzazione di guappo (alla napoletana), per altri l’acronimo di “without passport/papers”. Poco conta, l’importante è che il pregiudizio diventa virale e, come un post ai tempi dei social network, si insinua nella testa delle persone, per non lasciarla più. Oltre alla valigia di cartone, gli Italiani portavano con sé sporcizia, ignoranza e soprattutto violenza; secondo il “New York Times” del 1 gennaio 1894 si trattava di briganti che non potevano fare a meno di essere attaccati alle proprie attività originarie (cioè la malavita). Insomma la violenza è il primo prodotto made in Italy della storia americana. Pensare che adesso i nipoti di quelli che scrivevano così, si indebitano solo per avere in garage una Ferrari.

08-Mafiosi

Certo, non tutti sono onesti lavoratori, non nascondiamoci dietro ad un dito, ma la maggior parte sì; non saranno proprio “Wasp” (White Anglo-Saxon Protestant) questi italiani che continuano a sbarcare senza sosta, però si impegnano, lavorano come neri. Sì, perché molto spesso gli italiani prendono proprio il posto degli afro-americani o lavorano spalla a spalla con loro. Si tratta di giornate intere passate a sudare, a darsi da fare nelle mansioni più massacranti per portare a casa qualche dollaro. A maggior ragione il razzismo cresce, divora le menti degli autoctoni – che poi, a pensarci bene, tanto autoctoni non sono – e quelle degli italiani stessi. In molti si vergognano delle proprie origini, cercano di nasconderle, hanno paura.

La discriminazione diventa il pane quotidiano, e se i padri pagano il conto più salato, sono i figli che si portano questo peso sulle spalle. I figli, quelli che magari sono nati proprio all’ombra della signora di Liberty Island; i figli che si sentono americani, come è normale che sia, i figli che hanno visto l’Italia solo in qualche cartolina. Provate a pensarci, magari quelle cartoline erano spedite da qualche cugino lontano, magari da un amico, un coetaneo a cui quei figli d’America mancavano tanto. Magari quelle cartoline erano mandate proprio dai parenti di qualcuno che oggi sbraita contro una  legge che per gli Wop di allora sarebbe stata un’utopia.

Che differenza c’è tra le navi che partivano da Genova o da Napoli, piene di gente che voleva cambiare vita, e quelle che attraccavano proprio negli stessi porti 20 o 30 anni fa, con persone diverse, ma con gli stessi desideri? Nessuna potremmo dire. E invece una differenza c’è ed è profonda come il mare: sono passati 100 anni da allora. Un secolo fa l’Italia approvava una legge che favoriva la trasmissione della cittadinanza con il sangue (ius sanguinis); questo proprio per l’alto numero di emigrati, in modo da non perdere quei cittadini che se ne andavano all’estero ma contribuivano comunque all’arricchimento del Paese. Cento anni fa si era guardata la luna, oggi si guarda il dito. Anzi si punta il dito, e si sceglie come capro espiatorio chi oggi è migrante, proprio come lo eravamo noi e lo siamo tutt’ora (2 milioni di cervelli in fuga negli ultimi 10 anni).

bari-profughi-albanesi-nave-vlora017-1000x600

Oggi in America lo ius soli c’è, noi italiani siamo un po’ più bianchi (?) e i figli degli emigrati nel nostro Paese rimangono senza cittadinanza. Italia: pizza, mandolino, mafia, naufragi e paradossi.

 

di Filippo De Fabrizio

I Commenti sono chiusi