Riace, l’analisi di una comunità esemplare, ma non un modello

Sabato 6 ottobre, alle ore 12:00, un gruppo di novantadue messinesi, tra i quali hanno fatto parte privati cittadini e movimenti politici ed associazioni legati alla sinistra locale quali “Cambiamo Messina dal Basso”, “Potere al Popolo”, A.R.C.I., ANPI ed “Articolo 1”, si sono mobilitati verso la cittadina calabrese di Riace per esprimere la propria solidarietà al sindaco del centro reggino Domenico Lucano, condotto, quattro giorni prima, agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per illeciti nella gestione dello smaltimento dei rifiuti.
Visitare Riace è un’interessante esperienza antropologica, poiché si tratta dell’esempio di un centro abitato a rischio di spopolamento, “ravvivato” mediante l’integrazione di elementi extracomunitari perfettamente amalgamati con la comunità locale attraverso una politica matrimoniale interraziale ed un inserimento nella modesta attività economica del borgo montano.

riaceIn un momento storico in cui i muri tornano a dividere, fisicamente o idealmente, i confini statali e le comunità, sbarrando, alle volte, i corridoi di fuga a profughi o ad emigranti in cerca di altre fortune lontano da guerre e miserie di cui mai la politica Occidentale, elettasi storicamente garante dei diritti umani, ha provveduto fino in fondo a ristabilire la pace nei paesi del Terzo e Quarto Mondo del Sud e del Medio Oriente, Riace costituisce un’esemplare eccezione che scardina la superstizione dell’indotta “paura del diverso”, fornendo una antitesi efficace allo strategico e xenofobo pregiudizio del pericoloso “uomo ne(g)ro” somministrato con sempre più frequenza dai media e dalla politica di destra, seminando del terrorismo d’informazione utile a spostare voti e consensi elettorali.
Infatti, giunti a Riace, si nota con piacere la presenza di una comunità multiculturale e plurilinguista, espressa attraverso artistici cartelli che riportano, in idiomi diversi, frasi di benvenuto ed accoglienza, decorati, alle volte, da rudimentali sagome lignee esaltanti la figura dell’emigrante.riace3 Basta percorrere pochi passi per la via centrale del paese per incontrare abitanti italiani e di colore, entrambi accomunati da uno stile di vita prettamente rurale, legato alle poche opportunità che il territorio consente, giacché il centro abitato è abbastanza lontano dal capoluogo di provincia, Reggio Calabria, che dista ben 122 Km mentre dal capoluogo di regione, Catanzaro, Riace dista 76 Km. Dalla frazione costiera, Riace Marina, il borgo montano è lontano 7 km, confinando in distanze più brevi con altri centri montani quali Stignano, raggiungibile da una stretta strada provinciale.
Sempre lungo la strada principale che termina nella piazza centrale di Riace, è stato possibile notare l’esempio di un uomo straniero intento al taglio della legna in una casa di campagna, mentre, per indagare più approfonditamente quali fossero gli ambiti lavorativi in cui gli immigrati sono impiegati nel paese, per via della brevità del soggiorno riacese, è stato necessario intervistare gli abitanti, i quali hanno testimoniato di una effettiva integrazione degli stranieri in mansioni d’ufficio volte al servizio della collettività non calabrese, nelle scuole e nelle poche attività commerciali del centro abitato. Provvidenziale è stata la spiegazione del dirigente sindacale Usb, Aboubakar Soumahoro, bandiera dei migranti lavoratori in Calabria, il quale mi ha accennato di progetti di integrazione al lavoro promossi dall’amministrazione Lucano, volti all’inserimento attivo degli stranieri nel paese. soumahoro
La visita alla piazza di Riace, luogo in cui si è svolta la protesta nei confronti della politica governativa e verso la misura cautelare rivolta al sindaco Lucano, è stata utile per notare l’eterogeneità della comunità riacese. Qui, infatti, erano presenti esempi di famiglie multirazziali composte, nella quasi totalità dei casi, da donne italiane di provenienza calabrese con uomini di colore, non riuscendo ad individuare con altrettanta facilità esempi di nuclei familiari composti da donne di colore e uomini italiani, benché cospicua è, a Riace, la presenza femminile straniera, riunita in quell’occasione in gruppi non familiari. Il resto della folla convenuta in favore di Lucano era costituito da sigle sindacali, attivisti di movimenti politici provenienti dal meridione d’Italia, da una rappresentativa della redazione giornalistica de “Il Manifesto” e dagli inviati delle emittenti televisive di La7 e della locale ReggioTV. Tra i personaggi politici convenuti, oltre ai primi cittadini dei limitrofi comuni della Locride, spiccava la presenza sfuggevole dell’ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.
Tralasciando volontariamente i toni e i contenuti della manifestazione che si è espressa in opposizione alla politica governativa conservatrice, sovranista e che si è mostrata solidale nei confronti dell’operato e della persona di “MimmoLucano, è utile soffermarsi sull’analisi della comunità locale riacese, la vera peculiarità del territorio, tale da essere stata riconosciuta dai media quale: “Modello Riace” – per l’integrazione.

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Riace è una comunità di emigranti, dato esposto durante la manifestazione da un membro dell’amministrazione comunale locale, il quale ha sottolineato la costante fuga di giovani riacesi verso altri centri in cerca di lavoro. Questo dato è importante per spiegare l’alto tasso di anzianità della popolazione autoctona, la quale, in maniera diversa, dimostrava una tendenza alla comunicazione con l’elemento straniero. I più giovani, infatti, risultavano interagire meglio con gli abitanti stranieri, mentre più riservati erano, al contrario, gli anziani che, in ogni caso, non hanno mai manifestato dissenso nei confronti dell’operato del sindaco, altra dimostrazione per la quale a Riace, il consenso politico nei confronti di Lucano, anche dopo l’avvenuto arresto, è rimasto immutato. Nonostante la scarsa presenza di giovani, è rilevante sottolineare come le famiglie interrazziali individuate nella giornata di sabato fossero non solo tutte accomunate dallo stesso esempio coniugale, ma anche dall’età non superiore ai 40-45 anni dei coniugi, i quali, a prima vista, dimostravano, in tutti i quattro esempi convenuti in piazza, possedere un’età media di 25-40 anni.
Ritengo perciò necessario sottolineare come a Riace siano presenti due comunità: quella autoctona d’età decisamente più anziana e dalla cultura rurale e quella “impiantata”, caratterizzata da un’età più giovane e da un’eterogeneità interrazziale. Non è stato semplice approfondire l’effettiva qualità d’integrazione tra le due realtà, distinguibili palesemente nel contesto del paese per diversità di costume e di espressione gergale, costretto, perciò al solo limite della testimonianza cronachistica.
Prima di abbandonare il paese per ritornare a Messina, i manifestanti peloritani si sono recati sotto la casa del sindaco Lucano per esprimergli solidarietà, manifestazione d’affetto che è stata ricambiata da Lucano con gesti di gratitudine e ringraziamento.

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Sebbene Riace sia stata anche proposta come candidata al Premio Nobel in quanto “modello di accoglienza”, dall’esperienza del breve soggiorno ritengo doveroso considerare il borgo calabrese più un “exemplum unicum” piuttosto che un modello, poiché le sue caratteristiche territoriali risultano imprescindibili per l’esistenza di una comunità “impiantata” su una realtà popolare a rischio di estinzione. Infatti, perché ciò sia possibile, sono necessarie:

a) maggiore disponibilità di alloggi rispetto al numero di abitanti;

b) scarsa identità culturale tale da non contrapporsi ad una nuova realtà popolare diversa per lingua e costumi;

c) propensione dell’elemento locale a fondersi (vedi i matrimoni interrazziali) con gli immigrati stranieri;

d) scarsa percentuale di disoccupazione e buona capacità integrativa nell’ambito lavorativo territoriale, pur modesto e rurale che sia.
Queste condizioni necessarie e cardine della società riacese, a mio avviso, devono ascriversi più ad un esempio eccezionale piuttosto che ad un modello riproducibile in altri contesti, laddove la presenza di una forte identità territoriale culturale ed una scarsa offerta d’impiego lavorativo per elementi esterni potrebbero rappresentare degli ostacoli ad una nuova società da costituire su una realtà precedente, che sia rurale o meno.
Riace, dunque, non è da considerare come una risposta, ma come un esempio, a partire dal quale diventa necessario uno studio antropologico su vasta scala mondiale volto ad individuare i veri modelli di società multiculturali e multietniche meno artificiali e più conseguenziali del cosmopolitismo culturale, tecnologico (e dunque conseguenza di economie di mercato di comunicazione), scientifico globale.

Francesco Tamburello.

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