Ripensare il PD…

Con la elezione di Guglielmo Epifani alla testa del partito, la crisi del PD trova un suo primo approdo che mi auguro aiuti il partito  innanzitutto a rientrare pienamente nel gioco politico, in un momento nel quale – pur essendo un uomo del PD a presiedere il governo delle larghe intese – sembra che sia Berlusconi il padrone del governo.

Naturalmente, la elezione di un segretario a tempo non è la soluzione dei problemi che oggi angustiano il PD e ne mettono in discussione perfino la sopravvivenza: essa comunque consente un avvio ordinato del confronto congressuale che rappresenta il vero snodo che deciderà sia della sopravvivenza del PD sia di ciò che esso sarà nel futuro quanto a identità, politica e gruppi dirigenti.

Il PD oggi è davvero allo stremo.

Alla sua prima vera prova – quella cioè di diventare il punto di unificazione e il motore di un processo di ricostruzione del Paese, capace di tirarlo fuori dalla crisi e dalle macerie del berlusconismo – il PD non ha retto. E non solo perché non ha vinto o, meglio, ha vinto solo a metà le elezioni. In realtà, ad affondare il PD è stata soprattutto la sua incapacità a restare unito dopo un risultato elettorale deludente e, in una situazione che certo non gli concedeva molti margini di manovra, a trovare la strada giusta che gli consentisse comunque di restare il catalizzatore del blocco di forze politiche, culturali e sociali che spingono per il rinnovamento.

Per la verità, Bersani ci ha provato, con i suoi 8 punti e la proposta di un governo di cambiamento. Ma il suo tentativo è miseramente naufragato. E anche qui, non solo per le chiusure dei grillini (chiusure che non sono mai venute meno, neppure nel momento in cui Rodotà è diventato il candidato dei 5S alla presidenza della Repubblica: prova ne sia la dichiarazione recente di Rodotà che, se fosse diventato lui il capo dello Stato, egli avrebbe incaricato il M5S di formare il governo) e il rifiuto di Berlusconi di far nascere il governo, accontentandosi della guida da parte del PDL della Convenzione per le riforme istituzionali. Bersani – come è ormai a tutti noto – e il suo governo di cambiamento sono stati affondati definitivamente dal voto dei franchi tiratori, che ha precipitato contemporaneamente il PD in una crisi dalla quale non sarà affatto facile riemergere.

Ma perché tutto questo è potuto accadere?

Io credo che il PD commetterebbe un errore se, in questa ricerca, non andasse alle radici del problema e si limitasse solo a discutere degli avvenimenti degli ultimi due mesi o si mettesse semplicemente alla caccia del nome che ti può far vincere: i nomi sono importanti, ma essi non possono surrogare un confronto che abbia al centro la necessità di un ripensamento di fondo di ciò che vuole e può essere oggi una forza di sinistra riformista, in un panorama mondiale ed europeo che è ancora dentro processi di crisi e di cambiamenti epocali e che obbliga ormai, per un Paese come l’Italia il cui futuro si gioca fondamentalmente in Europa, a pensare e a organizzarsi anche sul piano politico non più soltanto in termini nazionali.

Quando, nel 2007, il PD è nato, ci si è limitati sostanzialmente ad aggregare le forze residue e orientate a un riformismo di sinistra provenienti dal PCI e dalla DC, dentro un quadro che avrebbe esso dovuto rappresentare il nuovo e che era dato da un lato dalla rinuncia alla vecchia forma-partito di stampo europeo, mutuando dall’esperienza dei democratici americani forme di organizzazione e di scelta dei gruppi dirigenti e della leadership, e dall’altro con una idea ambigua e approssimativa della identità culturale e programmatica del partito liquida e aperta a tutti i venti, frutto non di una nuova cultura politica che nasceva dal confronto critico con la realtà interna e internazionale di quegli anni e di riferimenti sociali definiti, ma piuttosto dell’idea di un partito pigliatutto ed ecumenico che guarda in tutte le direzioni e non si definisce in particolare in relazione a nessuna di esse e pretende di contenere dentro il suo perimetro tutto e il suo contrario. Un partito, dunque, dalla identità debole, con forti iniezioni di moderatismo, contendibile anche dal primo passante (ricordiamo tutti quando – da Di Pietro a Pannella a Grillo – si proposero alla segreteria del PD: ma gli “strani” non erano loro, era piuttosto il PD che si era concepito così) e con una visione del tutto autarchica del proprio ruolo in Europa, rifiutando di fatto ogni collegamento organizzato con il movimento socialista e socialdemocratico europeo (ci fu, anzi, Rutelli che teorizzò che l’unico rapporto possibile nel Parlamento europeo era semmai con i centristi).

Ancora ieri Bersani – nel suo intervento di saluto all’Assemblea nazionale del partito– è tornato a sottolineare la necessità che il PD decida se vuole essere un soggetto politico, con la sua autonomia sia culturale che programmatica rispetto alle altre forze in campo anche a sinistra e non subalterna perciò neppure alle varie spinte che percorrono la società, oppure uno spazio politico che può essere utilizzato per dare una sponda alle proprie ambizioni e dove non solo non c’è obbligo di autodisciplina e responsabilità ma ognuno è portatore di linee politiche e programmatiche che traggono la propria legittimità – non dal confronto interno e dalle decisioni collegialmente assunte – ma dall’appartenenza a questa o a quella cordata o anche dal territorio inteso però, non tanto come massa di problemi, quanto piuttosto come riferimenti elettorali e di interessi individuali e di gruppo presenti in quella determinata area, a prescindere dal fatto che essi siano o meno compatibili con quella che è la linea complessiva del partito decisa democraticamente.

Bersani coglie, con le sue parole, una questione assolutamente fondata; e pone in questo modo un problema capitale oggi per il PD: quello cioè di superare finalmente un modo di essere, una visione del partito e del suo ruolo sul piano nazionale che ha guidato in questi anni i gruppi dirigenti (a tutti i livelli) e ha trasformato il PD in una specie di taxi dove si sale e si scende a seconda delle convenienze, con la conseguenza di opportunismi, trasformismi, assenza di lealtà all’interno del partito e incapacità di farne una comunità di ideali e valori condivisi.

Ma da che cosa è nato tutto questo, se non appunto dal modo come è stato costruito il PD e dai caratteri che ne hanno connotato la nascita?

Questo tipo di PD ha dimostrato, nella occasione più importante della sua breve storia, tutta la sua fragilità, in primo luogo quella dei suoi gruppi dirigenti; e perciò esso va ripensato alla radice, a partire dai suoi caratteri costitutivi.

Come dice Bersani, è venuto il momento di costruire – in una Italia che vede sotto attacco la stessa democrazia rappresentativa e dove i guasti provocati dalla crisi economica e sociale, provocando nuove povertà e nuove emarginazioni, possono fornire altra benzina per la svalutazione ulteriore delle istituzioni democratiche – un nuovo soggetto politico della sinistra con una identità culturale e ideale forte, capace di dare senso e spessore alla sua autonomia ideale, politica e programmatica: una identità riformista, europeista, collegata sempre più strettamente al movimento socialista e socialdemocratico del continente e decisa a impugnare con determinazione e con orgoglio la bandiera dei diritti e del cambiamento.

Bersani ha cercato in questi anni di cambiare il PD, ma il risultato non è stato all’altezza delle necessità del Paese. Ha cercato di farlo innanzitutto sul terreno della sua identità, recuperando parole-chiave come lavoro, solidarietà, eguaglianza e anche cercando di ridenire il PD sul terreno dei suoi rapporti con la società, con la ricostruzione – ad esempio – di relazioni che si erano perdute in questi anni con i vari protagonisti del mondo del lavoro e le masse popolari. Lo ha fatto anche sul terreno della collocazione internazionale del partito; e passi avanti significativi ci sono certamente stati nel rapporto tra il PD e il movimento socialista e socialdemocratico europeo, ma per molti aspetti il suo sforzo non ha sortito gli effetti sperati: soprattutto, non è riuscito a cambiare la visione che della politica e del ruolo del PD – oltre che del ruolo di ciascuno in relazione alle ambizioni dei singoli rispetto agli interessi generali del partito – ha caratterizzato, sin dalla nascita, i gruppi dirigenti.

Qualcuno, nel dibattito di ieri all’Assemblea, ha sostenuto che forse si è chiusa un’epoca per il PD: non so dire quanto sia fondata questa convinzione, è certo comunque che il PD va cambiato profondamente, innanzitutto nel modo di concepire la propria funzione dirigente e il suo rapporto con la società; e la sua missione nella vita del Paese va ricostruita partendo da una ricognizione attenta di ciò che oggi può essere il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo.

L’Assemblea nazionale ha fissato – per il prossimo ottobre – anche la data del congresso: un appuntamento fondamentale per il futuro del PD.

Ma è chiaro che, anche ai fini di un confronto congressuale utile e un approdo positivo del processo di ripensamento del PD e della sua missione, è decisivo il modo come nei prossimi mesi il PD gestirà il suo rapporto con il governo delle larghe intese e la sua funzione di partito di maggioranza nel governo del Paese.

Se ne è parlato molto nel dibattito; e – in quasi tutti gli interventi – mi pare nel modo giusto.

Che ci piaccia o no (e alla grande maggioranza dei democratici – come lo stesso Letta nel suo intervento ha ricordato – certamente non piace), ma oggi c’è un governo di larghe intese ed è diretto da un uomo del PD. E di questo non solo si tratta tutti di essere consapevoli, ma anche di muoversi in modo tale da non commettere l’errore di abbandonare il governo a se stesso e nei fatti regalarlo a Berlusconi, rendendolo in questo modo davvero il dominus della situazione.

Certo, è un problema serio la convivenza con Berlusconi, ma il compito dei democratici non è certo quello di dare al Cavaliere la patente di difensore del governo, lasciandogli contemporaneamente campo libero sul terreno della iniziativa politica e della definizione dell’agenda del governo. E’ il PD invece che deve rivendicare con chiarezza il suo ruolo nel governo del Paese, lavorando nello stesso tempo – attraverso una forte iniziativa in ogni angolo d’Italia e con un rapporto attivo con le forze sociali fondamentali – per contrastare i tentativi di Berlusconi e rilanciare le politiche più adeguate alle reali necessità del Paese.

La coabitazione con il PDL non azzera le diversità né annulla il confronto politico, il problema vero quindi è che anche il PD – e non solo il Cavaliere – giochi la sua partita e nel governo e nel Paese.

Capisco che la situazione non è facile, ma remare contro il governo – come propone qualcuno, con la trovata bizzarra delle “maggioranze variabili” in Parlamento – non ci salva l’anima né fa rinascere il PD, anzi…; e non possiamo certo seguire l’esempio di SEL che, anche questa volta, si dispensa dall’obbligo di assumersi delle responsabilità.

Dobbiamo sapere, infatti, che la maggioranza degli italiani, a conclusione di questa esperienza del tutto anomala per il nostro Paese (anche per i caratteri che ha assunto in questi anni il berlusconismo), ci giudicherà per i problemi che avremo contribuito a risolvere; e non per il nostro grado di antiberlusconismo, che è altra cosa dalla denuncia sacrosanta di pulsioni e orientamenti che ancora oggi (come nel caso della chiamata a raccolta di Berlusconi contro i giudici) caratterizzano il centrodestra.

Il PD, inoltre, deve anche saper parlare chiaro al suo popolo: la verità, come diceva Gramsci, è rivoluzionaria. E la verità, nel nostro caso, è che l’Italia è ancora dentro una crisi micidiale, che il governo di cambiamento è stato sconfitto e che oggi l’unica alternativa al governo Letta sono le elezioni, che molto probabilmente sarebbero di nuovo vinte proprio da Berlusconi.

Vogliamo questo? Certamente no!

La politica non può essere solo sogno: è anche fare i conti con la dura realtà del momento, lavorando nello stesso tempo per preparare giorni migliori…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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