ROMA. VENTI DI GUERRA: “RISOLUZIONE FINALE”, SALVINI PREPARA L’AGGRESSIONE ARMATA ALLA LIBIA.

I RUMOR DEI CORRIDOI DEL POTERE ITALIANO SUSSURRANO DI UN POSSIBILE IMPEGNO ITALIANO IN LIBIA CON TUTTE LE CONSEGUENZE CHE UNA AGGRESSIONE A UNO STATO SOVRANO COMPORTA.

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FOTO DI REPERTORIO.

La data per l’intervento armato,forse già a fine mese, è nell’agenda di Matteo Salvini, cerchiata in rosso.  L’obiettivo strategico del ministro dell’Interno e vicepremier è di chiudere la “rotta libica”, come è stato fatto per quella balcanica. In tanti ci hanno provato prima di lui, ma il rischio di un’avventura militare è particolarmente alta nello scacchiere mediterraneo e in Libia.

La rotta balcanica per Matteo Salvini ha un solo significato: chiedere all’Europa di mettere soldi, tanti, stornandoli da quelli dati alla Turchia oltre a  individuare uno o più referenti in grado di condividere e praticare l’obiettivo in Libia.

Il modello  turco accomuna  Salvini e Luigi Di Maio.

La Germania all’epoca forzò i cordoni della borsa europea, per stringere un patto con il “sultano di Ankara”: tre miliardi di euro per fare da “tappo” in Turchia all’esodo dei profughi siriani, che tentavano di arrivare in Europa attraverso la rotta balcanica.

Soldi,ma non solo; Salvini in questa situazione si autonomina “gendarme” delle frontiere esterne del Vecchio continente.

L’Europa, che sulla spinta tedesca è stata colta da cecità durante la deriva autoritaria imposta al Paese da Erdogan, sostanzialmente complice al di là di qualche comunicato durante la “Grande purga”  messa in atto dal presidente turco.

Ma se quel modello ha funzionato perché non sperimentarlo anche in Libia è il capriccio a cui Salvini vuole dare soddisfazione.

Marco Minniti che ha preceduto  Salvini al Viminale ci aveva provato, stringendo rapporti con il governo di Tripoli,l’unico riconosciuto internazionalmente, guidato da Fayez al-Sarraje contemporaneamente stabilendo rapporti con quelle tribù e milizie che controllano in Libia le aree e i porti da cui iniziano le traversate nel Mediterraneo.

Quegli accordi hanno se non interrotto almeno ridotto le traversate nei primi 6 mesi del 2017. Il calo degli sbarchi registrato nei primi sei mesi del 2018, come negli ultimi del 2017,è dovuto a quegli accordi, ufficiali e “sottobanco”.

Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di mettere nel cassetto l’esperienza del suo predecessore,anzi polemiche elettorali e strumentalizzazioni politiche a parte, al contrario ha intenzione di rafforzarla,ma senza più quei vincoli “umanitari” a cui il precedente governo si era legato.

Il dubbio è che nel caos libico in cui non è emerso un Erdogan o un al-Sisi è che l’operazione si trasformi nel Vietnam italiano come lo fu per gli americani.

La convinzione di Roma è che la rotta libica possa essere chiusa o “tappata”, creando l’uomo forte, privo di scrupoli, in grado di fare il “lavoro sporco” necessario per contrastare l’”invasione” di migranti.

l’uomo forte non può essere “l’architetto”, dalla sua professione prima di buttarsi in politica, Fayez al-Sarraj,che non gode di nessuna autorità nei confronti delle tribù e delle milizie che controllano davvero il territorio libico.

Il “generale”, Khalifa Haftar,neppure perché da  uomo-forte, in Cirenaica, guarda più alla Francia come Paese-sponsor in Europa che all’Italia.  La Francia del presidente Emmanuel Macron che ha bollato come “irresponsabile e cinica” la decisione di Salvini di non accogliere i migranti nei porti italiani.

La dose l’ha rincarataci il portavoce di “En Marche”, il partito di Macron, definendo “vomitevole” la posizione italiana.  Haftar dunque è un uomo di Parigi.

Salvini potrebbe puntare sui “capitani”:  Ayoub Qasem, comandante della marina militare a Tripoli.

L’Italia nelle intenzioni non intende “rovesciare” Sarraj, ma è alla ricerca di una personalità che dimostri maggiore capacità di comando: “Qasem sembra essere tra questi”.

Casualmente è proprio Qasem a plaudire alla chiusura dei porti italiani a i profughi e ale navi delle Ong e in una dichiarazione a Lorenzo cremonesi del Corriere della Sera ha spiegato: “Certo nell’immediato sono da prevedere ulteriori sofferenze per i migranti in mare. Ma le chiusure italiane indurranno chi è ancora a terra a pensarci sopra mille volte prima di imbarcarsi. E ciò significa che le loro partenze sono destinate a diminuire”.

Il disegno italiano non si ferma e nella ricerca delle figure che potrebbero avere un ruolo in chiave intervento su territorio libico, potrebbe esserci quella del capitano di vascello, Abujella Abdul-Bari, comandante delle motovedette della Guardia costiera libica.

Il comandante della Guardia costiera libica in una intervista rilasciata a  Ng,Notizie geopolitiche, (nell’occhio del ciclone per un video in cui puntava una pistola contro un barcone carico di migranti mentre era al comando di una delle motovedette fornite alla marina libica dall’Italia): “Quello che voglio dire agli europei e alla Comunità europea è che la Guardia costiera libica ha un pacchetto di problemi da affrontare: traffico di armi, narcotraffici, traffico di essere umani. Noi abbiamo distrutto tutti i gommoni che abbiamo intercettato, ma ci sono ancora tantissimi gommoni ad aspettare la gente che vuole raggiungere l’Europa via mare. Così le faccio una domanda, da dove arrivano questi gommoni? Da fuori dalla Libia, questi gommoni arrivano via mare con i trafficanti. Come possiamo controllare noi la costa? Come possiamo controllare i migranti? Non possiamo senza il controllo di ciò che avviene in mare, per questo abbiamo bisogno di mezzi e motovedette. Prima della rivoluzione avevamo un’ottima flotta, ma ora non più. Il resto lo abbiamo tutto, compresa esperienza e competenze”.

Probabilmente entro la fine del mese  Salvini sbarcherà a Tripoli dove discuterà di regole d’ingaggio condivise, tra Roma e Tripoli, nel contrasto all’immigrazione clandestina e nella “neutralizzazione” delle Ong.

La direzione che ha tracciato  il ministro dell’interno si può riassumere con: sbarchi solo da navi militari.

La linea trova pieno sostegno tra i “capitani” di Tripoli.

Il l capitano Abdel Salam Ashur,nuovo ministro dell’Interno del governo di Accordo nazional libico, entrerebbe in scena,ma puntare sui “capitani” di Tripoli, spiegano le fonti ad HuffPost, risponde anche alla modifica dei punti di partenza della “rotta libica”.

La geografia delle partenze in questi è cambiata spostando le partenze da ovest, più vicina al confine con la Tunisia che rappresentava il bacino maggiore, alla zona a est di Tripoli.

Le partenze sono aumentate dalle città di Al Khoms e Garabulli, mentre a da Zuwara e Zawiya si parte molto meno.

Sabrata è esentata e  non si parte più per ora.

Le città della costa occidentale sono quelle in cui l’Italia ha avuto, da anni, una presenza più forte.

Dalla zona occidentale è stato messo in piedi il Memorandum of Understanding Italia-Libia voluto da Minniti,  che fonti diplomatiche confermano essere ancora attivo, sono ancora in corso missioni di addestramento della Guardia costiera libica sia a livello bilaterale sia a livello europeo.

L’Italia ha ora la necessità di rafforzare la sua incidenza nelle aree costiere attorno a Tripoli che rappresenta un passaggio cruciale per chiudere la “rotta libica”.

Il governo “carioca in salsa italiana” potrebbe fare un azzardo nella corsa contro il tempo per impedire che 400.000 persone sono internate nei campi di concentramento libici,ma forse sono molti di più, pronti a prendere la vi del mare per raggiungere l’Italia e l’Europa.

La condizione migratoria dalla Libia non fa ben sperare e Salvini rivendica: “Respingimenti obiettivo ultimo? No, l’obiettivo è ridurre le partenze”.

Il nuovo governo pare stia studiando se dare nuove direttive alla Guardia costiera italiana che fa scrivere a Salvini su twitter:  “Grazie all’Italia finalmente in Europa si cambia”, replicando alle accuse mosse al governo italiano da parte di istituzioni e Paesi dell’Ue in merito alla vicenda della Aquarius.

Sempre Salvini ha ufficializzato che: “Per difendere i nostri cittadini bisogna tornare a proteggere le frontiere.  Conto di andare entro la fine di questo mese in Libia”, che domani alle 11:00 riferirà al Senato sul “caso Aquarius”, sottolineando come la sua vuole essere una “missione risolutiva”.

La missione potrebbe rappresentare un azzardo perché oltre a uomini di polso e di potere reale, a Tripoli, l’Italia ha bisogno di mettere sul tavolo i soldi europei.

Tanti. Come? Stornandoli dal “fondo Erdogan”.

Il quotidiano di Madrid,El Pais, spiega che il governo italiano vorrebbe stornare i soldi  che oggi Bruxelles mette nelle casse di Erdogan  e dirottarli sul fronte libico per contrastare gli scafisti e fermare le partenze.

L’idea di prendere i fondi che l’Unione europea ha stanziato per la Turchia e impiegarli per il fronte più caldo: la Libia.

Salvini ha messo sul piatto l’idea di bloccare il finanziamento di 3 miliardi di euro che Bruxelles si è impegnata a destinare a Erdogan, in seguito all’accordo sottoscritto con Ankara nel 2016 per fermare il passaggio degli immigrati lungo la rotta balcanica.

El Pais spiega che il governo Conte intende chiedere che la somma venga destinata alla Libia.

Palazzo Chigi smentisce, ma da Madrid ribadiscono: “Sono fonti attendibili e autorevoli quelle che hanno parlato con noi”.

All’appuntamento a Tripoli Salvini vorrebbe arrivare con i fondi europei, che rappresenterebbero sarebbe un biglietto da visita estremamente convincente.

Dunque è solo una questione economica quella che per i capitani di Tripoli, come per le tribù che contano in Libia.

Quei soldi potrebbero servire per rafforzare la Guardia costiera, in mezzi e uomini, e per implementare i centri di detenzione per migranti che più spesso sono molto più simili a un campo di concentramento e che attualmente sono in 34, controllati dal ministero dell’Interno di Tripoli.

I diritti umani non sono in agenda per il ministro Salvini perché ritenuti un elemento secondario rispetto all’obiettivo da perseguire: la fine della rotta libica.

Ma la questione non sono solo i soldi, afferma Salvini, nel “mirino” del governo pentastellato  c’è anche, come anticipato da HuffPost, la modifica del Trattato di Dublino, con un passaggio intermedio indicato dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5S): “Chiediamo di modificare le normative marittime internazionali; è corretto che la stessa nazione di cui la nave è battente bandiera intervenga e non solo la guardia costiera italiana”.

L’idea dell’esecutivo è che spetta ai Paesi da cui proviene la nave della Ong di turno farsi carico degli immigrati salvati.

A far fede sarà quindi la bandiera dell’imbarcazione che interviene.

Su questo si è innestato uno scontro frontale con la Francia, ma non solo.

La Spagna ha aperto il porto di Valencia all’Aquarius con i 629 migranti a bordo, ma il ministro della Giustizia spagnolo avverte: “L’Italia rischia responsabilità penali”.

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