Ruslan Kotsaba e la repressa libertà d’espressione in Ucraina

Sto diventando sempre più monotono e ripetitivo, me ne rendo conto; ma più tempo passa e più si ripetono eventi della stessa tipologia, cambiano soltanto i luoghi e i nomi dei personaggi. Intanto le tensioni internazionali si inaspriscono a dismisura, in Medio Oriente come in Ucraina e nel Maghreb: morte, violenze, profughi e sempre più diritti violati, compreso quello della libertà d’espressione.

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[Fonte: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs]

Lo scorso 11 Febbraio, a Minsk si è concluso un lungo vertice tra Putin e Poroshenko. alla presenza di Angela Merkel e François Hollande, portando ad un accordo “che dovrebbe portare ad un cessate-il-fuoco [a partire da Domenica 15 Febbraio 2015, ndr], ma anche rappresentare una road map per risolvere definitivamente la questione ucraina”, come spiega Enrico Oliari in un suo articolo pubblicato il 12 Febbraio 2015 dal quotidiano online “Notizie Geopolitiche” [consultabile al link http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=49643].

Nello specifico, l’accordo si sviluppa in tredici punti:

1. Il cessate il fuoco immediato e totale nelle regioni di Donetsk e Lugansk dal 15 febbraio;
2. Il ritiro di tutte le armi pesanti in modo da creare una zona cuscinetto di almeno 50 chilometri per l’artiglieria con un calibro di 100 millimetri o oltre, 70 chilometri per i lanciarazzi multipli, 140 chilometri per sistemi di lancio multipli Tornado e altri. Per le truppe ucraine la zona comincia dalla linea del fronte, mentre secondo i ribelli inizia dalla linea del fronte al 19 settembre scorso, data dell’ultima intesa a Minsk. Tuttavia i separatisti si sono spinti in territorio gvernativo nel frattempo. Il ritiro delle armi pesanti deve cominciare entro 48 oltre dall’avvio della tregua, perciò entro il 17 febbraio, e non durare più di 14 giorni.
3. Il controllo da parte dell’Osce della tregua e il ritiro delle armi pesanti dal primo giorno: l’Osce potrà usare droni e satelliti.
4. Dal 16 febbraio dovrà avere inizio un dialogo sull’organizzazione di elezioni locali a Lugansk e Donetsk oltre che sul futuro “regime” nelle aree separatiste, sulla base della legge ucraina che concede loro temporanea autonomia. Entro 30 giorni il Parlamento ucraino dovrà varare un decreto che definisca i confini geografici della zona autonoma, sula base dell’intesa di settembre. Le regioni separatiste hanno il diritto di decidere il linguaggio da usare.
5. L’amnistia per coloro che hanno partecipato al conflitto a Donetsk a Lugansk, che avranno garantità l’immunità penale.
6. Il rilascio e scambio di tutti gli ostaggi e i prigionieri detenuti illecitamente, sulla base “tutti in cambio di tutti”, a partire da cinque giorni dopo il ritiro delle armi pesanti.
7. La garanzia di accesso e distribuzione degli aiuti umanitari.
8. L’obbligo per le parti di restaurare i legami sociali ed economici, compresi il pagamento di pensioni e tasse. L’Ucraina ristabilirà un sistema bancario nelle aree del conflitto, con la possibilità di un meccanismo internazionale per facilitare i trasferimenti di denaro.
9. L’Ucraina controllerà i confini territoriali in tuta l’area del conflitto. Il processo dovrebbe iniziare il giorno dopo le elezioni locali e va completato entro fine 2015, a condizione che siano state attuate le riforme costituzionali previste al punto 11.
10. Il ritiro di tutti i gruppi armati stranieri, equipaggiamenti militari e mercenari dall’Ucraina, sotto la vigilanza dell’Osce. I gruppi illegali andranno disarmati.
11. L’introduzione di una nuova Costituzione ucraina, concordata con i rappresentanti di Donetsk e Lugansk, dovrà entrare in vigore entro fine 2015 con una previsione di decentramento. Legislazione sulla status speciale delle regioni ribelli entro fine 2015.
12. Elezioni locali nelle regioni separatiste, monitorate dall’Osce.
13. L’intensificazione dell’attività del gruppo di contatto trilaterale (Russia, Ucraina e separatisti) con la creazione di gruppi di lavoro per attuare il piano di pace.”

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[Fonte: Human Rights Watch]

I punti dell’accordo [il cui testo originale è visionabile ai links http://news.kremlin.ru/ref_notes/4804 e http://slavyangrad.org/2015/02/12/minsk-agreement-2-0-february-12-2015/] sono stati sottoscritti, in rappresentanza delle parti indicate, dai leader separatisti di Donetsk e Lugansk, dall’ex presidente ucraino Leonid Kuchma, dall’ambasciatore russo a Kiev Mikhail Zurabov e dall’inviato dell’Osce Heidi Tagliavini.

Un accordo che non convince gran parte dell’opionione internazionale e che porterà alla ripresa dei colloqui nei giorni a venire, visti i “punti scoperti” che presenta, “come la questione della penisola della Crimea, annessa da Mosca nel marzo scorso e con tutta probabilità considerata ormai come ‘ceduta’ definitivamente quale risarcimento per la mancata adesione del paese all’Unione doganale euroasiatica ideata da Putin, e che oggi annovera fra i suoi membri, oltre alla Russia, il Kazakistan, la Bielorussia e l’Armenia. Va ricordato che a Sebastopoli, in Crimea, la Russia possiede la base della Flotta del Mar Nero, fino a prima dell’annessione in affitto”. In attesta del giorno di inizio della tregua e tra forti dubbi sul rispetto di quanto accordato, i violenti scontri tra esercito ucraino e separatisti proseguono e si intensificano, con reciproci scambi di accuse.

Reputo opportuno riportare anche l’ottima ricostruzione di queste dinamiche scritta dall’Oliari:

Nei piani di Putin l’Ucraina rivestiva un ruolo centrale, non solo perché garantiva una certa distanza della Nato dai confini russi, quanto più perché, come aveva spiegato lo stesso capo del Cremlino a Trieste il 26 novembre 2013, ‘Un paese che ha aderito all’Unione doganale, che prevede lo scambio di merci senza dazi, può recedere dagli accordi quando vuole. Un articolo dell’accordo prevede però che se uno dei paesi aderenti intavola rapporti con paesi terzi, può esportare le merci nei paesi dell’Unione doganale con un ribasso sui dazi attualmente dell’85 per cento, ma che arriverà al 95. Potrebbero quindi transitare dall’Ucraina merci verso l’Unione doganale a prezzi ridotti, cosa che metterebbe in crisi la nostra economia. Per coinvolgere l’Unione europea in questo progetto serve gradualità, ovvero tempo e denaro’.
Altro punto fondamentale è il voto del parlamento ucraino dello scorso 23 dicembre di togliere il paese dall’elenco dei paesi non allineati, cosa che potrebbe permettere l’adesione di Kiev alla Nato, ma qui sia Francois Hollande che Angela Merkel hanno già espresso contrarietà, lasciando a bocca asciutta i papaveri del Pentagono”, che hanno puntualment espresso i loro dissensi e perplessità.
La questione delle autonomie presenta il problema di chi dovrà sostenerne i costi e già Putin si è detto dell’idea che toccherà al governo ucraino, già nel dissesto economico, aprire la borsa.
L’accordo allontana, almeno per il momento, l’ipotizzata fornitura di armi e di addestratori da parte degli Usa all’Ucraina, ma qui aveva già fatto molto il 9 febbraio la cancelliera tedesca recandosi a Washington, dove ha potuto dire ad Obama che ‘Continueremo a portare avanti la soluzione diplomatica, non vedo una soluzione militare a questo conflitto’. All’uscita del lungo incontro Putin ha parlato di un’intesa ‘sull’essenziale’, per cui ‘Chiediamo alle parti in conflitto di fermare il bagno di sangue e lanciare un vero processo di pace il prima possibile’.”

Una bagno di sangue che troppo spesso i media occidentali attribuiscono alle milizie separatiste, ignorando i documentati crimini commessi anche dall’esercito ucraino. Il video che segue contiene immagini piuttosto forti che possono impressionare ma mostra tutto questo orrore, di cui nessun media internazionale ha parlato, compresi quelli russi ed ucraini.

Esiste un ulteriore aspetto dell’Ucraina troppo spesso ignorato dall’Occidente: l’ostacolo alla libertà d’espressione; un aspetto che quindi non caratterizza solo la Russia, come riportato nell’ultimo rapporto annuale, intitolato “2015 World Press Freedom Index” [consultabile al link http://index.rsf.org/#!/] pubblicato dall’ONG francese “Reporter senza Frontiere”, o RSF, sulla libertà di stampa.

Un eccellente articolo di Justin Raimondo, pubblicato in data 9 Febbraio 2015 dal portale AntiWar.com [consultabile al link http://original.antiwar.com/justin/2015/02/08/kievs-bloody-war-is-backfiring/ e tradotto in italiano dalla redazione dell’ Osservatorio Internazionale per i Diritti al link http://www.ossin.org/ucraina/disertori-in-ucraina-e-guerrafondai-negli-usa-ruslav-kotsaba.html] fornisce una precisa descrizione di questa repressione del governo ucraino:

Quando gli ufficiali dell’esercito ucraino sono giunti al villaggio di Velikaya Znamenska per dire agli uomini di prepararsi alla mobilitazione, non si aspettavano quello che sarebbe accaduto. Mentre un ufficiale parlava, una donna si è impossessata del microfono e gli ha detto: ‘Siamo stufi di questa guerra. I nostri figli e i nostri mariti non andranno da nessuna parte!’ Ha continuato poi con un discorso infiammato, denunciando la guerra e i responsabili del colpo di Stato di Kiev, mentre la folla acclamava. Quel che ha fatto, in Ucraina attualmente è considerato un crimine: non è stata arrestata solo perché la gente del villaggio non l’avrebbe consentito.”

Inoltre, Domenica 8 Febbraio viene arrestato un noto giornalista ucraino, Ruslav Kotsaba, dell’emittente Channel 112. Le accuse a suo carico sono gravissime: tradimento e spionaggio; il tutto “per avere girato un video nel quale dichiarava: ‘Preferisco marcire in prigione tre o cinque anni, piuttosto che andare nell’Est a uccidere i fratelli ucraini. Questa fabbrica di paura deve cessare’.”

Kostaba rischia una condanna fino a ventidue anni di carcere, “la pena massima edittale per i reati che gli sono stati contestati”:

L’arresto di Kotsaba è una disperata risposta del governo ucraino che tenta di frenare la crescita del movimento contro la guerra e la mobilitazione, che minaccia la speranza di Kiev di riconquistare le province ribelli dell’Est. Lo specifico crimine di Kotsaba, secondo la procura, è stato di descrivere il conflitto più come una guerra civile che come una ‘invasione’ russa. E’ un punto che le autorità non possono tollerare: lo stesso che i media occidentali ripetono senza posa – secondo cui la ribellione interna, che pure gode di un grande consenso nel paese, è in realtà un ‘complotto’ russo per destabilizzare l’Ucraina e ricostituire il Patto di Varsavia – ed è attualmente in Ucraina una verità avente forza di legge. Chiunque dica il contrario può essere arrestato.”

La repressione ucraina si estende però e ancora una volta anche alla popolazione civile che vuole la pace ed è esausta di questa guerra:

Pure passibili di arresto, e anche peggio, sono le migliaia di uomini che fuggono dal paese per non essere coscritti. In un post su Facebook, che è stato immediatamente soppresso, il ministro della difesa Stepan Poltorak scriveva: ‘Secondo fonti non ufficiali, gli hotel e i motel delle regioni di frontiera della Romania sono pieni di ucraini renitenti alla leva’. Il presidente Petro Poroshenko, l’oligarca Re del cioccolato, prepara un decreto che prevede restrizioni alla possibilità di viaggi all’estero per coloro che sono in età di mobilitazione – vale a dire tutti tra i 25 e i 60 anni.”

Come sintetizza giustamente J. Raimondo, un numero elevatissimo di cittadini ucraini “sono già prigionieri nel loro stesso paese – ma non incassano senza dire niente”:

La renitenza all’arruolamento tocca livelli senza precedenti: solo il 6% dei chiamati si è offerto come volontario. Ciò ha costretto le autorità di Kiev ad andare a bussare di porta in porta – ed hanno incontrato sul loro cammino o paesani infuriati, contrari alla mobilitazione, o città fantasma, abbandonate da tutti. Nella regione della Transcarpazia, nell’Ovest ucraino, villaggi interi si sono svuotati e gli abitanti sono fuggiti in Russia, attendendo la fine della guerra – o la caduta del regime di Kiev, a seconda di quello che arriva prima. ‘Questo può sembrare paradossale – spiega l’ufficiale responsabile del reclutamento in Transcarpazia – ma dalla regione di Ternopyl, nell’Ucraina dell’Ovest, la gente è scappata in Russia per sfuggire alla coscrizione’. Il frenetico regime ucraino ipotizza adesso di arruolare le donne che abbiano più di 20 anni.
La mobilitazione di Poroshenko si deve, non solo ai numerosi rovesci nell’Est – le truppe ucraine sono state respinte su tutti i fronti da ribelli fortemente motivati a difendere le loro città e i loro villaggi – ma anche perché migliaia di soldati disertano, gettano le armi e fuggono in Russia. Per tutta risposta, il Parlamento ucraino ha votato una legge che autorizza i comandanti locali a fucilare i disertori sul posto.
Con la guerra di Poroshenko che assomiglia a un immenso disastro (si potrebbe facilmente rovesciare il suo regime messo lì dalla UE e dagli USA), il partito della guerra negli Stati Uniti accresce la pressione perché Washington fornisca armi a Kiev. Il senatore John McCain – ovviamenteguida la carica, ma in prima linea ci sono anche dei politici liberal, con importanti ricercatori della Brooking Institution, che recentemente hanno chiesto l’invio di armi pesanti. Ciò ha provocato la risposta di un ricercatore dissidente di Brooking, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Jeremy Shapiro, che sostiene che il conflitto ucraino è una guerra civile che non può avere una soluzione militare e che è più che suscettibile di provocare uno scontro pericoloso con la Russia.”

E Obama?

L’amministrazione Obama è messa in forte pressione dallo stesso partito del presidente per armare l’esercito ucraino, ma gli alleati europei degli USA sono contrari al prolungamento di questa guerra, soprattutto adesso che la loro marionetta di pezza Poroshenko sta diventando sempre più impopolare. Con manifestazioni che si svolgono un po’ dovunque nell’Ucraina dell’Ovest, la Germania di Angela Merkel si colloca su una chiara posizione di opposizione all’escalation della guerra. Lo ha detto chiaramente alla recente conferenza di Monaco, dove la Merkel ha preso la parola tornando dai suoi pourparler con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente francese François Hollande. Nel frattempo, da lontano, McCain diceva ai giornalisti: ‘Se avessimo fornito armi agli Ucraini, essi non avrebbero avuto bisogno di usare bombe a grappolo’. Non per niente lo chiamano ‘Mad John‘ (John il pazzo).
Gli Stati Uniti addestrano i militari del regime di Kiev, e già abbiamo degli stivali statunitensi sul terreno, per la pretesa ragione di difendere il primato della legge. Ciò che questo praticamente significa, è che noi aiutiamo un governo che ha dichiarato guerra al suo proprio popolo e che si prepara a colpire i dissidenti, accusando gli oppositori politici di ‘tradimento’, vietando i partiti politici e inviando truppe ultra nazionaliste contro chiunque osi contestare. Finché il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti continuerà a fare gli occhi dolci ai dissidenti russi, che profanano le chiese ortodosse e mostrano i seni davanti alle telecamere occidentali, non sentirete menzionare il nome di Ruslan Kotsaba tanto spesso come quello di Marie Harf. Per quanto ne so, il Global Post è l’unico media occidentale che si è accorto della sua esistenza – e non ho trovato una sola menzione in inglese del suo arresto.
L’Ucraina è una trappola che potrebbe facilmente scatenare la Terza Guerra Mondiale – e le provocazioni statunitensi ce l’avvicinano giorno dopo giorno. La crisi è cominciata con la campagna di Washington per il mutamento di regime che è succeduto al rovesciamento violento del presidente eletto Victor Yanucovich, che aveva vinto grazie alla criminale incompetenza e alla disonestà pura e semplice del suo predecessore sostenuto dagli Stati Uniti, Victor Yushchenko. La sedicente Rivoluzione arancione ha portato al caos economico, alla corruzione endemica e alla nascita di tendenze violentemente nazionaliste, culminate con la crescita dei neo nazisti accettati, che oggi siedono nel Parlamento ucraino. E il punto di fascismo culminante è quello cui oggi assistiamo con la banda che governa attualmente a Kiev.
Tutto ciò è stato fatto in nome della necessità di ficcare un dito negli occhi di Vladimir Putin, il cui peccato più grande è stato quello di assestare un gran calcio nel sedere di oligarchi ladri e di opporsi alla pretesa di egemonia mondiale degli Stati Uniti. L’obiettivo ultimo di Washington è un mutamento di regime al Cremlino, per installarvi di nuovo una marionetta del genere di Eltsin che, quando Washington gli dice ‘Salta’, chiede: ‘Da quale altezza?’
Che i leader USA siano pronti a correre il rischio di una Terza Guerra Mondiale per raggiungere i loro obiettivi dimostra la follia pura che caratterizza oggi la politica estera statunitense. L’ultimo documento ufficiale USA sulla ‘strategia di sicurezza nazionale’ colloca la nuova guerra fredda al centro della visione diplomatico-militare di Washington – un accenno talmente mostruosamente fuori luogo che è difficile credere sia serio. Però è meglio crederci: è quello che dovremo attenderci da una futura amministrazione democratica, se vi sarà, con Hillary Clinton che porterà la slavofobia del marito – vi ricordate della ‘guerra del Kosovo’? – a inusitati vertici di insensatezza.
Gli Stati Uniti non devono interferire nella guerra civile in Ucraina, né hanno alcun interesse legittimo di sicurezza nella questione di chi amministri la Crimea – che è stata russa fin dal tempo di Caterina la Grande. L’idea che dobbiamo scontrarci con la Russia su questa questione è un pericoloso non senso – malauguratamente, è esattamente il genere di non senso al quale i politici di entrambi i partiti fanno fatica a resistere.
Ci sono anche dei sedicenti libertari che non possono resistere alla tentazione di tornare alla Guerra Fredda, soprattutto la fazione più vicina alla NATO, loquace e ben piazzata, degli Studenti per la Libertà (SFL), che ha denunciato Ron Paul per le sue pretese dichiarazioni filo Putin (vale a dire non interventiste) a proposito dell’Ucraina. Ron sarà presente alla loro prossima conferenza internazionale, insieme a diversi dei più influenti sostenitori della NATO: speriamo che regali loro un buon intervento, per quanto una sculacciata sarebbe forse più appropriata a questi ragazzini chiassosi. Questi ragazzi che parlano per non dire niente affermano che ‘si possono bene sviluppare argomenti convincenti a favore dell’una o dell’altra delle posizioni in politica estera, la mondialista e la non interventista’, ma che ‘Ron Paul ha superato ogni limite’. Sono loro ad avere superato i limiti: nessun libertario può difendere una politica estera mondialista – perché la conquista del globo, si sa, è un fatto dello Stato.
Evidentemente, adesso che l’Ucraina – dove SFL ha tenuto una conferenza – getta in prigione i disertori e mette a tacere ogni dissidenza, non abbiamo inteso una sola parola da parte di questi guerrieri freddi adolescenti. Essi parlano tanto di libertà, ma non quando parlarne può provocare delle noie.
Il pericolo principale per la libertà e la pace non si trova al Cremlino, a Pechino o in Corea del Nord – ma giusto lì, negli Stati Uniti d’America, nell’epicentro mondiale del male, chiamato anche Washington D.C. Dire questo, per i nostri libertari internazionalisti, non è che volgare antiamericanismo. I padri fondatori di questo paese devono rivoltarsi nella tomba quando gli usurpatori di Washington infangano la reputazione degli Stati Uniti spargendo sangue innocente in tutto il mondo e, ciò facendo, profanano la Costituzione. Il vero amore per la patria è quello di chi si oppone a questi mostri che seminano il caos sulla terra e distruggono le nostre libertà – e non quello di accettare i loro ragionamenti che giustificano guerre di aggressione senza fine.”

Certo qualcuno può benissimo affermare che Justin Raimondo sia animato da idee che richiamano un pensiero ”anti-americano”, ma è innegabile che quanto documentato in questo suo articolo porti a galla una realtà puntalmente ignorata, per finalità proprie della nuova” Guerra Fredda in atto ovvero la propaganda, dalla stragrande maggioranza dei media occidentali, oltre alla conferma dell’esistenza di un preciso disegno geopolitico internazionale.

E ritorna ancora una volta in auge il significato e, soprattutto, l’aleatorietà del valore del diritto all’informazione ed alla libertà di espressione, ispirazione della “marche republicaine” di Domenica 11 Gennaio, all’indomani dell’ attentato dello scorso 7 Gennaio alla redazione Charlie Hebdo: una marcia subito dopo ribattezzata “marche de l’hypocrisie” proprio per l’ambiguità e la strumentalizzazione politica di quella strage da parte di gran parte dei tanti leader mondiali presenti.

Un principio sacrosanto alla base di ogni democrazia e che andrebbe difeso sempre e comunque; e non solo in nome di mere e torbide strumentazioni politico-internazionali. E’ quanto meno curioso vedere buona parte dei leader mondiali presenti a Parigi abbiano proprio parlato di libertà d’espressione, poiché, “come ricorda l’organizzazione Reporter senza Frontiere, le loro politiche a casa sono tutt’altro che compatibili con la solidarietà mostrata per la libertà di parola in tutta la Francia”. Come aveva opportunamente specificato Jared Keller in un suo articolo datato 11 Gennaio 2015 [consultabile al link http://mic.com/articles/108166/one-student-s-epic-tweets-call-out-the-biggest-hypocrites-marching-for-free-speech-in-paris e tradotto in italiano al link http://nena-news.it/marcia-di-parigi-la-sfilata-dellipocrisia/ ], “l’organizzazione [RsF, ndr] si è dichiarata ‘sconvolta per la presenza di leader di paesi in cui giornalisti e blogger sono sistematicamente perseguitati come l’Egitto (classificato al 159esimo posto su 180 paesi nell’indice sulla libertà di stampa di RSF), la Russia (148), la Turchia (154 ) e gli Emirati Arabi Uniti (118)’.” Il Segretario di Rsf, Christophe Deloire, ha dichiarato espressamente: “È intollerabile che quanti riducono al silenzio i giornalisti nei loro Paesi approfittino di Charlie per cercare di migliorare la loro immagine internazionale”.

Chissà se qualcuno dei paladini della libertà d’espressione e tutti gli uomini della carta stampata che hanno riempito di lacrime di circostanza pagine e pagine di quotidiani, ricorrendo anche ad una bieca strumentalizzazione della morte dei vignettisti francesi, oserà dichiarare pubblicamente “Je suis Ruslan Kotsaba?

[Fonti ulteriori: http://news-front.info/2015/02/09/demokratie-und-meinungsfreiheit-auf-ukrainisch-journalist-des-hochverrats-beschuldigt/ , http://www.japantimes.co.jp/news/2015/02/09/world/ukraine-arrests-journalist-call-dodge-draft#.VNf_qWdASic , http://www.focus-fen.net/news/2015/02/08/362716/ukraine-arrests-journalist-after-call-to-dodge-draft.html , http://www.rferl.org/contentlive/liveblog/26805126.html , http://mondbasis.com/kotsaba.html ]

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