Siria, resa dei conti a Idlib

Siria, febbraio 2019. Con la caduta dell’ultimo baluardo di Daesh, o ISIS che dir si voglia, nella zona di Deir Ez-Zor, le attenzioni dei contendenti della sanguinosa guerra civile siriana, in corso dal 15 marzo del 2011, rivolgono ancora una volta le loro attenzioni alla Provincia di Idlib, l’ultimo dei territori siriani ancora in mano a gruppi ribelli di matrice islamista o supportati dal governo turco. Negli ultimi giorni infatti si sono sviluppati numerosi scontri lungo tutto il ”confine” che separa l’area sotto il controllo delle forze governative con quella controllata dai ribelli e dai terroristi. La zona, situata nel nord ovest del paese (area bianca e verde nella cartina), era stata una delle prime a cadere in mano ai ribelli allo scoppio della guerra civile.

Negli ultimi giorni infatti, elementi delle SAA (Syrian Arab Army, l’esercito siriano sotto il comando di Bashar al-Assad) ed elementi dei vari gruppi presenti nella zona hanno iniziato a scambiarsi colpi di artiglieria e di mortaio, causando alcune vittime tra i civili. Ancora una volta la tensione nella zona sale. Ma è veramente possibile che si arrivi ad una operazione su vasta scala, che come conseguenze avrebbe ondate di profughi diretti verso la Turchia e probabili migliaia di morti?

Al momento, la Turchia ospita già, secondo il Ministero dell’Interno di Ankara e l’ UNHCR, 3,3 milioni di rifugiati siriani, tutti entrati nel paese attraverso il confine sin dall’inizio della guerra civile nel 2011. Dunque, da sola essa ospita più rifugiati siriani di tutti gli altri paesi messi insieme, come ad esempio la Giordania che ne ospita ”solo” 655.000, quasi tutti in campi profughi dove le condizioni di vita sono pessime. Se si considera che oltre il 70% della popolazione siriana vive al momento sotto la soglia di povertà, non sorprende la preoccupazione turca di ulteriori esodi di massa, tra i quali si potrebbero nascondere anche terroristi. Ufficialmente quindi, i militari turchi sarebbero stati inviati nella provincia di Idlib per ”evitare una catastrofe umanitaria”, derivante della possibile offensiva delle SAA nella zona.

Di recente la situazione si è però evoluta in maniera preoccupante. I militanti del gruppo islamista antigovernativo Tahrir al Sham hanno preso il controllo con la forza di tutta la provincia, ”convertendo” alla loro causa, o disciogliendo, gli altri gruppi. In conseguenza di ciò, molte organizzazioni umanitarie hanno sospeso gli aiuti per Idlib. Inoltre, la recente decisione di Trump di ritirare i militari USA dalla Siria ha causato un timore di una ulteriore offensiva turca nel nord del paese contro il territorio controllato dai curdi (area gialla nella cartina), i quali non hanno esitato ad accordarsi con Assad per proteggere la città di Manbij, un possibile preludio a quella che potrebbe essere una riappacificazione tra i combattenti curdi ed il governo, in cambio di autonomia.

Ancora una volta, a decidere le sorti della zona saranno i leader dei tre paesi maggiormente coinvolti nella zona: la Federazione Russa, la Turchia e l’Iran, i cui leader si incontrano periodicamente per discutere della situazione nella zona e le cui truppe sono ormai da anni dislocate sul territorio siriano. La contrattazione gira intorno al dichiarato obiettivo governativo di riappropriarsi della regione e alla volontà di Erdogan di impedire che la zona di confine tra il suo paese e la Siria diventi rifugio per i curdi del PKK, organizzazione riconosciuta come terroristica da molti paesi.

Iacopo Caimi

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