SITUAZIONE VENEZUELANA, parte seconda

Pubblicheremo in tre articoli la situazione politica dello stato del Venezuela.

Si può leggere la prima parte qui.

 

LA CRISI

La crisi è sotto gli occhi di tutti. L’inflazione è tra le più alte al mondo, l’economia in caduta libera, la mancanza cronica di medicine e beni alimentari, non aiuta. La chiamano la “dieta Maduro”: in media i venezuelani in un anno hanno perso 8,5 chili di peso. Qualche settimana fa il ministero della Salute ha diramato, per la prima volta in due anni, i dati sulla mortalità infantile (+30%), mortalità materna (+ 65%) e per malaria (+76,4%).
I poliziotti sono pagati 1,75 dollari al giorno. Rischiano anche loro ogni giorno la vita in strada quando affrontano la criminalità che ha raggiunto livelli record. Molti i morti nelle strade, 13.000 i feriti, migliaia di arresti. Maduro, il cui mandato scade il prossimo anno, nell’aprile del 2013 vinse le presidenziali con uno scarto di 20.000 voti sul suo avversario Henrique Capriles. Maduro volle portare avanti la politica chavista del socialismo bolivariano peggiorando uno status socio economico che riversava già in una crisi. A causa della conseguente diminuzione della qualità della vita iniziarono le prime manifestazioni in piazza alle quali Maduro non cede schierando in campo, le forze armate, chiamate a sedare cortei e saccheggi ma anche a giudicare gli arrestati (almeno 159 sono finiti in carcere per decisione di tribunali militari). Juan Fernández, ex dirigente della Pdsva, esiliato dopo essere stato uno dei dirigenti del grande sciopero del 2002-03 afferma che il Venezuela riversa in questo stato per colpa del petrolio. Tra il 2002 e 2003 Chávez licenziò più di 23.000 lavoratori, smantellando l’industria petrolifera nazionale. Oggi la Pdvsa riempita di chavisti è un’impresa inefficiente in caduta continua di produzione, con un problema finanziario molto significativo e senza il capitale umano per poter attendere le esigenze di produzione, raffinazione e commercializzazione. In più è un’impresa corrotta, molti dirigenti sono sotto inchiesta negli Stati Uniti. Nell’analisi di Guerrero(economista), afferma che fin quando il prezzo è alto, il problema non si evidenzia. Il calo della produzione è appunto compensato da questo aumento dei prezzi, che potrebbe anche permettere di ripristinare la capacità produttiva con adeguati investimenti.

Ma il governo venezuelano ha preferito destinare tutte le risorse al consumo di stato, per un consenso sia all’interno che all’estero. Questo consumo è cresciuto a una velocità maggiore di quanto non crescessero le entrate, e già nel 2011 il sistema bancario internazionale ha smesso di prestare moneta al governo venezuelano e alla società petrolifera. Nel 2012, proprio mentre Chávez moriva, si è prodotta una grave crisi della bilancia dei pagamenti. Dal 2013 si è aggiunta una grave crisi fiscale, dovuta gran parte dallo stato che ha iniziato a comprare, statalizzare ed espropriare imprese private. Nel 2008 i prezzi del petrolio arrivarono a 140 dollari al barile, e a quei prezzi il regime riusciva a celare le inefficienze. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo. Ma gran parte è costituita da greggio pesante della Faja dell’Orinoco, la cui estrazione è molto cara. Per farlo fruttare ci vorrebbero grandi investimenti che non sono stati fatti. Quando il prezzo del petrolio ha iniziato a cadere per via del boom dello shale oil, l’eccesso di offerta sulla domanda che si è creato ha reso il petrolio del Venezuela non più competitivo. Il Venezuela da esportatore di benzina verso la costa del Golfo degli Stati Uniti ne è oggi divenuto importatore. Secondo Fernández, però, anche se il regime fosse riuscito a mantenere un minimo di efficienza produttiva il Venezuela se la sarebbe comunque vista male per via di alcune scelte strategiche come la politica di non voler più rifornire il mercato statunitense, per puntare invece verso i mercati di Cina e India, dove il petrolio mediorientale è molto più competitivo. È stato ereditato un paese in bancarotta, dove invece di abbassare le spese per stabilire un livello di equilibrio, Maduro le ha aumentate ulteriormente, finanziandole con il denaro stampato dalla Banca centrale. E invece di indicizzare i salari, ha cercato di tenere i prezzi sotto controllo, facendo nel contempo sparire ogni informazione ufficiale sul loro andamento. Così, in un paese dove fino al 2007-08 il reddito pro capite era intorno ai 12.000 dollari l’anno, adesso è precipitato a 3.000, e il salario minimo è di 20 dollari al mese.
bolivar da VEB(bs) a VEF(bs.f) moneta cambiata il 1 gennaio 2008 per inflazione. Cambio 1000=1 1 bolivar equivale a 0.08euro 1 euro equivale a 11.81 bolivar 1 bolivar equivale a 0.10 dollari 1 dollaro equivale a 9,98 bolivar .

FINE SECONDA PARTE

A cura di Camilla Bigozzi, Marta Falcucci, Jennifer Lima e Valerio Lombardo

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