Tempo di guerra

Ricordi autobiografici di Vittorio Curlo, trascritti da Vittoria Curlo

 

Combattenti di terra, di mare, dell’aria.

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie …”

Un brivido mi scese per la schiena nell’ascoltare queste parole. Era il 10 giugno 1940 e, col mio reparto, mi trovavo in piazza Venezia, a Roma; vi eravamo stati fatti affluire da Sulmona, dove ero sotto le armi nei corpi speciali come tenente. La piazza era gremita di militari provenienti da tante altre zone d’Italia; lunghe grida di incosciente approvazione si alzarono dalla folla all’indirizzo del duce che, dal balcone di Palazzo Venezia, in divisa e aggrappato al suo cinturone, annunciava in tono trionfalistico l’inizio di una nuova lunga serie di sciagure e di lutti. Anche chi preferiva sognare trionfi e vittorie invece di guardare in faccia la realtà sapeva che l’Italia non era preparata ad affrontare una guerra. Mi resi subito conto che non ero l’unico a nutrire perplessità: intorno a me – mi trovavo sul lato della piazza di fronte a Palazzo Venezia, presso i giardini a fianco dell’Altare della Patria – molti si esaltavano e giubilavano, ma altri rimasero col viso immoto e gli occhi spalancati.

Che qualcosa non quadrasse nell’organizzazione dell’esercito poteva capirlo chiunque vi fosse dentro: ad esempio, l’ordine di sostituire le divise invernali con quelle estive arrivava alle soglie dell’autunno, di quelle estive con le invernali all’inizio della primavera; è capitato che la fornitura di carne alla caserma fosse guasta, ma venisse cucinata ugualmente, mettendo così fuori combattimento per un po’ gran parte dei soldati della caserma, troppo affamati per lasciarla nella gavetta. Per un inconveniente del genere, Napoleone perdette la battaglia di Waterloo. Gli esempi, ben noti, sarebbero innumerevoli, impossibile citarli tutti. In compenso la carne in scatola era ottima, molto migliore di quella in commercio.

Iniziò così la guerra, e con lei l’occupazione graduale anglo-franco-americana che, dalla Sicilia, risalì la Penisola. Si parla molto degli eccidi perpetrati dai tedeschi dal ’43, ma neppure gli alleati ebbero molti riguardi verso la popolazione civile: pensiamo ai bombardamenti degli anglo-americani sulle città italiane

[o al tristemente noto comportamento delle truppe franco-marocchine in Centro Italia, dietro istigazione del famigerato generale francese Alphonse Juin, che per le sue azioni “gloriose” ricevette le più alte onorificenze dal suo governo. n.d.r.]

. Dopo il bombardamento americano di Sulmona, importante nodo viario e ferroviario e sede di un dinamitificio per l’esercito, e dopo gli ulteriori bombardamenti alla città di Pescara, altro importante nodo stradale e ferroviario, fummo inviati a recuperare le vittime e a soccorrere i feriti estraendoli dalle macerie; non potrò mai scordare l’orrore degli spettacoli che ci toccò vedere. Alla fine di una di quelle terribili giornate, tornato in caserma a Sulmona, andai dal cuoco della mensa ufficiali per chiedergli cosa avesse preparato di buono per cena. “Cervella fritta con patate, sor tene’!” mi rispose allegramente. “Eh no, cervella non ne voglio proprio più vedere!” gli risposi, e mi accontentai delle patate. La cervella non l’ho mangiata mai più.

Il fronte man mano si avvicinava, risalendo da sud; dalle città del nord Italia arrivavano, alla spicciolata, le famiglie di ebrei che cercavano di attraversare la linea del fronte, nel tentativo di sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Molte di queste capitarono anche a Sulmona. Avevo moltissime conoscenze in città: gli abruzzesi sono molto ospitali, e spesso noi ufficiali eravamo invitati a pranzo presso le famiglie locali (in particolare dove c’erano ragazze da marito), e mostrarono grande ospitalità anche verso questi perseguitati, sfamandoli e nascondendoli. Iniziai così a tentare di far loro attraversare le linee, senza chiedere mai alcun compenso, ma rischiando io stesso la vita o la corte marziale. Vi riuscii ogni volta con successo.

Naturalmente non chiesi mai l’identità di queste persone. Mi fu però riferito che il capo di una di queste famiglie, alquanto numerosa, era il più famoso e ricco urologo di Milano. Non chiesi alcun compenso neppure a lui e riuscii a far loro attraversare incolumi la linea del fronte. Purtroppo, la gratitudine è una virtù non abbastanza praticata: subito dopo la guerra frequentavo la facoltà di Chimica all’Università di Milano, e mi mantenevo agli studi lavorando di notte ai mercati generali (il lascito Soleri, purtroppo, era cessato). Un bel giorno, per la strada, incontro l’urologo, ritornato a Milano sano e salvo. Mi avvicino, lo saluto cordialmente; lui si gira e, con tono distante, mi risponde: “Guardi che io proprio non la conosco!” “Ma sì che mi conosce – insisto – sono quel tenente che vi ha fatto attraversare le linee nel 194* in Abruzzo” “Io NON la conosco – ribadisce perentorio – e, se non la finisce di importunarmi, chiamo una guardia!”. Mi allontanai col cuore stretto; certo, forse temeva che gli chiedessi una ricompensa a posteriori…

Arrivò l’otto settembre ’43, preceduto e accompagnato dai bombardamenti effettuati dagli alleati in tutta Italia, e la confusione regnava tra la gente. Ci eravamo arresi. Era finita la guerra? E i tedeschi, come avrebbero reagito? Il Re era in fuga e non avevamo ordini. Molti partirono dalla caserma per raggiungere la famiglia, a volte anche molto lontano, ma correva voce che i militari italiani venissero rastrellati e portati via dai tedeschi verso i campi di lavoro in Germania. Io scelsi di restare a Sulmona in attesa di capire gli sviluppi della situazione.

All’inizio di dicembre del ’43, mi sembrò che fosse arrivato il momento di tornare a casa. Evitai accuratamente di prendere il treno, perché nei treni e nelle stazioni i rastrellamenti erano continui e per il rischio di bombardamenti aerei, e, fornito dagli amici abruzzesi di abiti civili, scelsi di viaggiare in autostop. Fermavo i camion: le auto private erano pochissime e pericolose, perché in genere erano state requisite dai tedeschi, che le usavano per i loro ufficiali.

Il viaggio durò settimane, nelle quali occorreva pur mangiare. In quegli anni, però, nei centri abitati grandi e piccoli si trovavano molte osterie, dove si radunavano, dopo il lavoro, gli uomini del rione per bersi un bicchiere di vino in compagnia o giocare a carte, e spesso vi si poteva anche mangiare. In ognuno di questi locali, non essendoci ancora la televisione né la radio a intrattenere i clienti, era facile trovare, appeso al muro, un mandolino, una chitarra o una fisarmonica, perché l’Italia poverissima di allora era, strano a dirsi, molto più allegra, portata al canto e alla musica in compagnia, di quella ingrugnita e depressa di oggi. Se arrivava qualcuno che sapesse suonare bene, veniva trattato come ospite di riguardo, si ascoltavano o si cantavano in gruppo le canzoni alla moda accompagnandosi con la musica, e non si mancava mai di offrirgli un piatto di zuppa e un bicchiere di vino. Io suono la chitarra classica benissimo, e un po’ il mandolino, ma conosco bene anche tutte le canzonette in voga allora, che erano molto utili quando si andavano a fare le serenate sotto la finestra di qualche bella ragazza, cosa che feci spesso subito dopo la guerra, a Taggia e altrove, con alcuni amici e con notevole successo. Fu così che, durante il viaggio di ritorno, non mi mancò mai il sostentamento.

La musica è sempre stata una passione di famiglia, già mio padre suonava bene la chitarra classica, il mandolino e l’ocarina. Il mio zio paterno più giovane era direttore dell’Orchestra Sinfonica di Montecarlo. Mio padre morì prematuramente, quando aveva iniziato da poco a insegnarmi la musica. Quindi devo ringraziare Fedé Barbé, uomo avventuroso e bravissimo insegnante di chitarra, che negli anni ’30 aveva riunito attorno a sé un circolo di giovani di Taggia e dintorni appassionati di quello strumento, istituendo a Riva una sorta di scuola gratuita. E’ per merito suo che suono la chitarra classica – ho suonato anche alla radio – e che ho potuto a mia volta trasmettere quest’arte ad alcuni giovani della generazione successiva. Prima che mi chiamassero sotto le armi, mentre ero ancora studente all’Università di Genova, grazie al fatto che sapevo suonare la chitarra, come membro della Baistrocchi (la Compagnia di varietà degli studenti universitari) venni mandato in Libia con tutta la Compagnia per rallegrare il nostro esercito con alcuni spettacoli spensierati. Fu l’unico viaggio che feci nei Paesi arabi e potei così osservare dal vivo le loro bizzarre abitudini di preghiera.

Per fortuna la musica piace molto anche ai tedeschi. Una sera, in un borgo sulla strada per Firenze, nell’osteria si era radunato intorno a me un bel gruppo di persone che ascoltavano in silenzio. Avevo iniziato a suonare pezzi classici spagnoli, quando un giovane ufficiale tedesco, discesi i tre gradini dalla strada, comparve nel vano della porta in fondo, proprio di fronte a me. Era in atto un rastrellamento. E’ fatta, pensai in un lampo, ora mi portano via, verso destinazione ignota. Tuttavia, proseguii a suonare come se nulla fosse. Il tedesco non si muoveva, continuò ad ascoltare finché non si sentì uno scalpiccìo all’esterno; una voce domandò qualcosa; l’ufficialetto si voltò, rispose: “No, qui non ce n’è nessuno”, e si fermò ad ascoltare ancora a lungo. Alla fine si girò e scomparve nelle stradine buie, come erano già andati via, prima, quelli che avevano parlato con lui. Fuori non c’era più nessuno.

Qualche giorno dopo, il camion che mi aveva dato il passaggio all’alba dovette lasciarmi nel centro di ***, perché lì finiva la sua corsa. Avevo percorso appena un breve tratto di strada, quando una pattuglia di soldati della Wermacht mi fermò; benché fossi in abiti borghesi, non erano convinti che fossi davvero un civile e mi portarono nell’ufficio del loro comandante. L’ufficiale li fece uscire e provò a interrogarmi. Persona colta e appassionato della civiltà greco-romana, aveva iniziato a studiare l’italiano ma, purtroppo, la sua conoscenza era ancora rudimentale e il suo italiano quasi incomprensibile. Coll’inglese non andava molto meglio, anche se la lingua tedesca è relativamente simile. Avevo frequentato il liceo classico, così provai a parlargli in latino, che per quasi due millenni, e fino a qualche decennio fa, era la lingua di comunicazione tra gli intellettuali dei Paesi europei: funzionò, anche lui aveva alle spalle gli stessi studi. Dopo una breve conversazione, simpatizzammo.

Mi resi presto conto del suo conflitto di coscienza: non sapeva proprio che pesci prendere con me. Aveva capito benissimo che ero un militare, ma non voleva mandarmi in Germania, come sarebbe stato suo dovere. Prese tempo e mi tenne nascosto per qualche giorno nel suo ufficio dove, essendo il comandante in capo di quella guarnigione, poteva entrare liberamente solo lui. Quando le sue responsabilità glielo permettevano, passavamo il tempo giocando a scacchi, sempre parlando in latino. Se bussava qualcuno, filavo a nascondermi nello sgabuzzino. Aspettava il momento opportuno per farmi uscire da una porticina secondaria, al riparo da occhi indiscreti.

Il momento opportuno giunse una mattina in cui c’era un notevole via vai nel comando; ci scambiammo gli indirizzi (ci saremmo poi rivisti e scritti molte volte, dopo la guerra) e mi ritrovai libero per le strade della città, alla ricerca della direzione giusta per tornare a casa. Trovatala, passaggio dopo passaggio l’ultimo camion mi scaricò a Oneglia. Infine riuscii ad arrivare di nascosto a destinazione, a Taggia.

Naturalmente i problemi non erano finiti: per gli ex militari le scelte possibili erano solo queste: o arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò, o finire nei campi di lavoro in Germania, o restare nascosti con l’aiuto e il sostentamento della famiglia, nel continuo pericolo di essere scoperti e fucilati come disertori con la famiglia stessa. Nel gennaio del ’44, nella nostra provincia le formazioni partigiane erano all’inizio, ed erano molto orientate politicamente. Non mi ero mai occupato di politica in precedenza, il mio impegno si rivolgeva piuttosto allo studio della chimica e allo sport, in particolare la ginnastica, la scherma e il calcio: ho giocato per vari anni, con una certa soddisfazione, nella squadra dell’Argentina (della Valle Argentina, non dell’omonimo Paese sudamericano). L’unica ”azione sovversiva” da me compiuta, ai tempi del liceo, con fine più che altro umoristico, era stata messa in atto in occasione della visita alla scuola di un alto gerarca con annesso discorso lunghissimo, vuoto e retorico. Con l’aiuto di un mio compagno di scuola, abbiamo staccato di nascosto alcuni dei fili elettrici di un altoparlante e li abbiamo strofinati tra loro in modo da ridurre il discorso a un lungo gracchiamento incomprensibile, per la disperazione degli elettricisti responsabili dell’impianto, che non capivano cosa stesse succedendo, ma con un irresistibile effetto comico sui presenti.

Mia madre, tanto felice del mio ritorno, ritenne però troppo pericoloso per me rimanere a casa, dove sicuramente prima o poi mi avrebbero rintracciato, anche se correva voce che i documenti dell’Ufficio Anagrafe di Taggia fossero provvidenzialmente andati a fuoco. Mi mandò quindi a San Remo da sua sorella Enrichetta, vedova come lei, che aveva solo una figlia femmina, e dove quasi certamente nessuno avrebbe pensato di cercarmi. Mia zia, molto coraggiosamente, mi nascose nel suo appartamento di via Volta per una decina di giorni, ma il rischio era veramente troppo grande, e io ero ogni giorno più sulle spine. Sarebbe bastata la soffiata di un vicino per perderci tutti.

Un giorno, quindi, dopo aver abbracciato e ringraziato zia e cugina, tornai nuovamente a Taggia. Lì un conoscente mi rivelò che altri della mia leva erano nascosti in certe grotte su una collina, sfamati a turno dalle famiglie per non dare troppo nell’occhio. Non avevo sottomano una soluzione migliore e, d’accordo con mia madre, andai a rifugiarmi lì, dove trovai alcuni visi conosciuti. Il tempo da passare era lungo e il freddo era tanto; non si potevano accendere fuochi per via del fumo, che avrebbe rivelato la nostra presenza; uscire all’esterno era pericoloso: vicino a noi passava una strada molto frequentata. Se alle autorità fosse venuto in mente di dare una controllatina alle grotte, non essendoci una via di fuga avremmo fatto tutti la fine del topo. Bisognava trovare un rifugio più sicuro.

Venni a sapere che nell’alta Valle Argentina si stava organizzando un gruppo di giovani, molti dei quali nella mia stessa situazione. Il gruppo faceva parte delle Brigate Garibaldi, di osservanza comunista, ed era sotto il comando di Vittò (Giuseppe Guglielmo), uomo equilibrato e di notevole esperienza, originario di Loreto (vicino a Triora), che aveva già militato per idealismo nelle Brigate Internazionali durante la guerra di Spagna (1936-39) ed era stato a lungo detenuto in un campo di prigionia francese. Anche la sua vita fu molto avventurosa, ma se ne parlerà, semmai, un’altra volta.

Giorno dopo giorno, mi convinsi che questa fosse l’unica soluzione, tutt’altro che priva di rischi, ma praticabile; non era possibile per me, invece, entrare nel gruppo attivo nei dintorni di Taggia, per diversi motivi: anzitutto, perché tutti loro conoscevano la mia identità, e questo costituiva un grave pericolo per la vita di mia madre. Inoltre per la troppa vicinanza della zona alle vie di comunicazione, e quindi per la concreta possibilità di essere presi di sorpresa in qualunque momento. Preferii andare più lontano, dove nessuno mi conosceva. Salutai mia madre e, preso qualcosa per coprirmi lassù in montagna, mi avviai a piedi verso quello che è sempre stato, nei secoli, il rifugio aspro, ma più sicuro, delle persone braccate e bandite: i monti.

Il comandante Vittò mi squadrò con calma, poi mi fece sedere. Mi chiese approfonditamente chi ero e in cosa avrei potuto rendermi utile; qualcosa di simile a un colloquio di lavoro. Saputo che avevo fatto la scuola di guerra e che sapevo sparare anche col mortaio, cannoncino leggero facilmente trasportabile, fu molto interessato ad “arruolarmi”, dato che nessun altro membro del gruppo aveva quel tipo di nozioni né era in grado di utilizzare quell’arma. Così iniziò un’amicizia che sarebbe durata per tutta la vita.

Le varie bande partigiane erano molto eterogenee, poiché i loro membri erano di provenienza assai diversa; per quanto riguarda il loro comportamento, molto dipendeva anche dalla personalità del loro comandante, oltre che dalle motivazioni (ideali, o ideologiche, o venali) che animavano il gruppo. Questo fece sì che alcuni gruppi fossero aggressivi verso altre bande o verso le popolazioni locali, mentre altri no. Già la presenza di un gruppo partigiano (di banditi, secondo la terminologia dei tedeschi) costituiva di per sé un grave pericolo per la popolazione civile, che subiva le rappresaglie degli occupanti ad ogni azione di sabotaggio, motivate dalla loro presunta complicità coi “banditen”. Complicità che in effetti esisteva, per amore o per forza; era infatti la popolazione civile che ci alimentava, ci nascondeva, ci informava, ed era da stupidi, oltre che da ingrati e da imprevidenti, alienarsene le simpatie. In genere, comunque, cercavano di darci una mano. E’ capitato che in qualche paese, come Realdo, la gente ci negasse il suo aiuto e ci pregasse di allontanarci, spaventata dall’esempio di altri centri abitati dove erano state effettuate orribili rappresaglie, come era successo a Molini di Triora, dove undici civili erano stati bruciati vivi in una chiesa. O come avvenne a Badalucco dove, per far parlare due genitori, un gruppo di camicie nere, che avevano fatto irruzione nella loro casa, fece sedere a forza sulla stufa accesa la figlia decenne della coppia, finché i genitori non avessero parlato. Certamente i malcapitati non sapevano nulla, e la figlia, tenuta a lungo sulla stufa, restò paralizzata per tutta la vita. Non mi risulta che i responsabili di queste nefandezze abbiano mai pagato neppure i danni. Nel nostro gruppo, comunque, in molti eravamo originari della valle, alta o bassa, e quindi non ci sarebbe mai venuto in mente di compiere azioni riprovevoli contro la nostra stessa gente; altri, anche se forestieri, erano studenti universitari, medici come il dottor “Pavia”, intellettuali o comunque persone di buoni principi inculcati dalla famiglia. Per le nostre buone maniere ci chiamavano “la banda dei nobili”. Testimonia quanto dico il fatto che, ormai finita la guerra, la gente del posto ci ha sempre accolto festosamente e che ho lasciato da sola presso di loro a pensione per anni, d’estate, la mia figlia più grande, dove era trattata come i loro propri figli. Certo, i civili sono sempre stati esposti alle rappresaglie del nemico, e noi non eravamo in grado di difenderli.

Negli anni di resistenza, varie persone sono venute aggregandosi alla banda. Alcuni vi sono rimasti solo temporaneamente, perché sfuggiti alla cattura dei tedeschi, e in attesa dell’occasione per passare in Francia, come un aviatore inglese e un soldato negro arruolato nell’esercito francese; altri, invece, più stabilmente, come un ufficiale russo (ottimo disegnatore), un soldato jugoslavo (impareggiabile con gli esplosivi) e alcuni bersaglieri che avevano disertato e che si sono sempre comportati lealmente verso di noi. Ci toccò, purtroppo, anche un cattivo elemento. Era un uomo grande e grosso, all’incirca sulla trentina, che dopo poche settimane iniziò a manifestare la sua natura rapace. Entrava nelle case della gente e, pistola spianata, pretendeva di estorcere loro i pochi ori e i pochissimi soldi che avevano. Appena avuta notizia di questo spregevole comportamento, decidemmo di processarlo ed espellerlo. Ma anche mandarlo via era pericoloso, perché, per vendetta, avrebbe potuto andar dritto dai tedeschi a riferire dove ci rifugiavamo e chi ci dava aiuto. A risolvere il dilemma provvide prima di noi il destino: mentre passava senza prendere alcuna precauzione sul ponte di pietra che attraversa la valle sotto Creppo, dopo aver perpetrato l’ennesimo furto, una raffica di mitra partita dai cespugli che coprivano la riva del torrente lo abbatté. Non si seppe mai chi era stato, se qualche vittima delle sue rapine, o i repubblichini. Vittò, avuta notizia del fatto, sospirò: “Eh, un eroe di più e un delinquente di meno!”.

Nient’affatto drammatico, invece, un episodio che coinvolse il soldato negro. Ci trovavamo in Alta Val Tanaro e, dal passo del Bocchino dell’olio, stavamo scendendo verso Viozene. Per divertirmi, avevo insegnato al soldato a salutare la gente alla maniera locale: “Bòna!”. A un certo punto sbucò una contadina, che risaliva il sentiero in direzione opposta alla nostra. Nelle nostre valli, i negri non s’erano mai visti, e gli unici personaggi di pelle scura conosciuti dalla popolazione locale erano i diavoli dalla faccia malvagia dipinti sulle tele delle chiese. Appena la donna ci passò accanto, l’africano le disse allegramente: “Bòna!”. La donna, che camminava con gli occhi bassi sul sentiero, lo guardò e lo vide, fece un salto all’indietro, poi scappò di corsa terrorizzata verso il paese; certo pensava di aver visto il Diavolo in persona, magari con le corna nascoste sotto il berretto militare.

Proprio a Viozene, e per la precisione a Pian Rosso, grosso spiazzo pianeggiante sopra il paese, gli Inglesi ci effettuavano, dagli aerei, i lanci di rifornimento di materiale e provviste. Quei rifornimenti, per noi, erano vitali. Utilizzavamo tutto, anche la stoffa dei paracadute. I fumatori tra noi, ed erano parecchi, aspettavano con particolare ansia di aprire i pacchi, nella speranza che contenessero anche tabacco, che veniva avvolto, per fumarlo, in qualunque pezzetto di carta capitasse sottomano, di solito la carta di giornale. I loro occhi si illuminarono quando, spacchettate le balle di provviste, saltò fuori un grosso pacchetto contenente pezzetti di foglie arrotolate e scure. Si sa, gli anglosassoni non fanno molti sforzi per entrare nelle diverse mentalità degli altri popoli, e danno per scontato che le abitudini degli altri siano identiche alle loro. Quindi ebbero il pensiero – gentile – di aggiungere questo pacchetto al loro lancio. Gli incalliti fumatori aprirono in fretta il pacchetto e iniziarono ad arrotolare nervosamente le prime sigarette. Il “tabacco” all’interno dei pezzetti di carta era un po’ secco e faceva una certa resistenza, ma infine si riuscì a dare forma alle sigarette e ad accenderle. Appena accese, iniziarono a scoppiettare come tanti piccoli petardi. Impossibile fumarle. “Accidenti, che tabacco cattivo hanno questi Inglesi!” commentò deluso uno dei fumatori. Era invece ottimo thé, che, nelle buone intenzioni di chi aveva preparato il pacco, lassù in Inghilterra, avrebbe dovuto confortarci e scaldarci nelle notti passate all’addiaccio, ma il cui uso, per la maggior parte di noi, era sconosciuto.

Anche qualche parroco dei paesi di montagna ci aiutò. Ricordo che un giorno don R***, ottimo tiratore che non mancava un colpo, vide che eravamo pochi contro camicie nere molto più numerose che stavano per irrompere in paese e ci diede man forte. Prese un fucile, le munizioni e salì sul campanile. Da lassù, stando ben attento a non sprecare le poche pallottole che avevamo potuto dargli, centrò il primo avversario. Subito posò il fucile, giunse le mani, recitò un breve Requiem Aeternam, riprese il fucile, sparò nuovamente, altro Requiem Aeternam, e continuò così finché non riuscimmo a far ritirare il nemico. Era un uomo alto quasi due metri e ben messo, con due piedoni enormi, allegro e cordiale, sempre pronto ad aiutare chi si trovasse in difficoltà, e ottimo pastore per le sue pecorelle, che lo amavano moltissimo.

Giuseppe G***, nome di battaglia “Garibaldi”, era venuto con noi molto giovane. Quando gli uscì uno dei denti del giudizio, ci trovavamo vicino a Bajardo. “Garibaldi” non riusciva a dormire dal dolore; non occorre dire che non avevamo antidolorifici. A un certo punto, prese il fucile e uscì. Non erano ancora passati dieci minuti, che iniziò una furiosa sparatoria attorno alla caserma dei bersaglieri di stanza in quel paese. Grida, spari e scompiglio per un po’, poi di nuovo il silenzio. Poco dopo Garibaldi tornò, col fucile fumante. “Cos’è successo in paese???” gli domandammo subito. “Eh”, rispose, “non riuscivo a prendere sonno per il gran mal di denti, allora ho pensato: non lascio dormire neanche loro. Così sono andato a svegliarli tutti. Mi sembra anche che il male mi sia passato un po’”. E se ne andò a coricarsi.

Alcuni di questi anneddoti potrebbero far pensare che la nostra permanenza in montagna assomigliasse un po’ a una scampagnata. Tutt’altro! Il senso dell’umorismo ci aiutava a tirare avanti, ma, in realtà, ci giocavamo la vita quasi ogni giorno, tra fame e disagi di ogni genere, e non si sapeva mai quale sorpresa – spesso cattiva – fosse in serbo per noi nelle ore a seguire. Nel combattere i tedeschi, siccome eravamo molto inferiori di numero e di mezzi, a volte dovevamo ricorrere anche a trucchi illusionistici. Nei giorni prima della battaglia di Pigna, occorreva convincere l’avversario che eravamo forti, bene armati e numerosi. Così organizzammo una sorta di “processione ad anello” che passasse lungo le vie del paese, e che transitasse ripetutamente davanti all’osteria, luogo dove spesso venivano chieste le informazioni. Radunammo gli uomini, le armi e i muli e, modificando ogni volta la disposizione degli elementi della “processione”, li facemmo transitare più e più volte davanti alla porta dell’osteria, finché sembrò proprio che stesse passando un esercito assai numeroso. Gli uomini di Pigna fedeli clienti dell’osteria ci dissero, pieni di ammirazione e stupore, che eravamo proprio tanti e ben armati. Una trovata non nuova, ma che sarebbe piaciuta a Ulisse!

Nonostante mettessimo a frutto tutto il nostro ingegno, una piccola distrazione, un malinteso, una mancata coincidenza potevano segnare la differenza tra la vita e la morte. Ogni tanto i tedeschi organizzavano rastrellamenti a tenaglia per finirla coi banditi, a volte come reazione a qualche azione sconsiderata di bande prepotenti o senza esperienza, e ne andavano di mezzo anche i civili. Quando i due bracci della tenaglia si chiudevano, le forze nemiche poi passavano al setaccio tutti quelli che erano rimasti imprigionati nel territorio racchiuso all’interno, senza che nessuno potesse più sfuggire. Le persone sospette che venivano catturate da loro erano fucilate subito, o, se pensavano che potessero fornire informazioni utili, tormentate nel carcere di Imperia anche fino alla morte. Seguivano poi le ritorsioni contro i familiari. Per questo motivo ognuno di noi aveva un nome di battaglia e doveva dare di sé agli altri il minor numero di informazioni possibile, in modo che un compagno d’armi eventualmente catturato e costretto a parlare fornisse dati e nomi non compromettenti durante gli interrogatori. Per gli stessi motivi non consentii mai che mi scattassero fotografie da partigiano fino alla fine della guerra e inoltre portavo con me, ben nascosto, un piccolo flacone di cianuro che faceva parte della mia attrezzatura da chimico.

Riguardo ai cosiddetti “nomi di battaglia” (il mio era: “Leo”), mi è capitato di fare una curiosa osservazione: c’erano “nomi di battaglia” pomposi e roboanti, tipo “Ciclone”, “Furioso” e simili, e altri più modesti; in genere, più il nome era modesto, maggiore era il coraggio di chi lo portava. Nel mio gruppo, il più coraggioso era un certo “Caghetta”, mentre quelli col nome di battaglia pretenzioso, quanto a coraggio, a volte lasciavano un po’ a desiderare. Un giorno, durante un rastrellamento, io e un partigiano della Val Nervia (dal “nome” pretenzioso) ci eravamo nascosti in una rientranza di roccia protetta da fitti cespugli, vicino a un sentiero, ma fuori dalla vista di chi passava, mentre una pattuglia nemica stava per transitare nei pressi. D’improvviso all’altro prese un attacco di panico, e cominciò a dirmi ad alta voce e in tono agitato: “Leo, ci pigliano, ci ammazzano!” “Zitto!”, gli ribatto io sottovoce, “se parli ci sentono di sicuro!”; invece di tacere, quello, sempre più agitato, dice: “No, no, non ce la caveremo mai, qui ci trovano, ci ammazzano!”. Il pericolo che ci trovassero era concreto, soprattutto se avessero sentito parlare; allora estrassi la pistola col colpo in canna, gliela tenni puntata alla tempia e gli sussurrai: “Se stiamo zitti può darsi che ci trovino e ci ammazzino, o può darsi anche di no, ma se dici ancora una parola, ti ammazzo io di sicuro!” “Afafafaf…” farfugliò, tremando, sempre con la pistola puntata alla tempia, poi stette finalmente zitto finché la pattuglia non si fu allontanata. Ce la cavammo e, per fortuna, non mi portò rancore e restammo amici.

Uno schifoso problema, in particolare nelle città e nei paesi della costa, erano le delazioni ad opera di vicini o conoscenti. I moventi principali erano il denaro, il fanatismo ideologico, l’invidia o i vecchi rancori. Erano tempi difficili, bisognava stare attenti a non farsi dei nemici. Occorre dire però che i tedeschi non erano stupidi e non prendevano per oro colato tutto quanto veniva riferito loro, specialmente se contenuto in lettere anonime. Un giorno, a seguito di un’azione di sabotaggio nelle vicinanze di Taggia, morì un soldato tedesco. Come si sa, i tedeschi avevano stabilito che, per ogni soldato tedesco morto, se l’assassino non si fosse presentato in caserma spontaneamente, sarebbero stati uccisi dieci italiani presi a caso [e a volte, come nel caso delle Fosse Ardeatine, si abbondò. n.d.r.]. Così i tedeschi rastrellarono una decina di capifamiglia di Taggia e si prepararono a fucilarli, nel caso il colpevole della morte del tedesco non si fosse presentato al Comando nel lasso di tempo prescritto. Era poco probabile che il responsabile del sabotaggio si facesse vivo, perciò il Parroco di Taggia si fece portare con urgenza al Comando di Imperia da Ignazio Revelli, un ricco commerciante della città, col suo camion (allora erano pochi i mezzi disponibili), per cercare di intercedere per i suoi compaesani innocenti e padri di famiglia. Il Parroco contava anche sul fatto che, per fortuna, il comandante tedesco era cattolico e non protestante; sperava quindi che la supplica di un membro della Chiesa avrebbe avuto peso sulle sue decisioni. Il comandante tedesco lo fece sedere e lo ascoltò con cortesia, finché il Parroco, per convincerlo meglio, non gli disse, a proposito dei suoi concittadini: “… perché, sa, sono brava gente …”. A questo punto il tedesco sbottò: “Cosa, brava gente? Eccola qui la sua brava gente!”. Si alzò, aprì uno sportello, estrasse una grossa pila di carte e gliela mise davanti. “Queste sono le denunce anonime della sua brava gente”. Nonostante questo, il comandante decise ugualmente di liberare gli ostaggi, e il Parroco, nelle sue prediche, strigliò per benino e ripetutamente i fedeli che avevano commesso peccato mortale con la penna.

Un famoso e grosso rastrellamento fu quello delle valli di Imperia, in cui i due bracci della tenaglia stavano per congiungersi e imprigionare al loro interno le bande di quelle valli, che sarebbero state annientate. Uno dei due bracci, però, fu spezzato dalla battaglia di Montegrande, e più esattamente dal mio mortaio durante quella battaglia. Senza il mortaio in azione, non si sarebbe potuto fermare il nemico, per quanto ne dicano, gloriandosene, quelli che spararono con pistole, moschetti, fucili o mitragliatori. Su questa battaglia si sono versati fiumi di retorica e di notizie false e ridicole da parte di persone che non hanno mai fatto la scuola di guerra, ma la verità è che risolutiva fu l’azione del mortaio e che si basò su un malinteso. Il giorno prima sapevamo già dell’inizio del rastrellamento; quello che non sapevamo era se tentare di resistere in una battaglia impari, o se ritirarci prima che la tenaglia si chiudesse, sperando che nessuno dei nostri restasse intrappolato all’interno. In attesa di ulteriori ordini che sarebbero arrivati all’alba, riguardo a se ritirarsi o dare battaglia, col mio gruppetto posizionammo il mortaio in modo che potesse colpire la strada, tanto, in caso di ordine contrario, avremmo potuto smontarlo in fretta e andare via.

Dopo una notte insonne, alle prime luci dell’alba una staffetta, da lontano, ci gridò l’ordine. L’ordine, come lo udimmo noi, era di “puntare il mortaio sulla strada”, cioè di combattere. Bene, pensai, lo stato maggiore ha deciso di dare battaglia, si vede che abbiamo qualche possibilità di riuscita. Così puntai il mortaio sulla strada e restammo in attesa. Dopo un po’ arrivarono le truppe tedesche. Sparammo un colpo col mortaio e li prendemmo in pieno, non si aspettavano di incontrare resistenza. Si ricomposero e avanzarono di nuovo. Sparammo un altro colpo e ne colpimmo molti altri: quelli rimasti si ricomposero e continuarono coraggiosamente ad avanzare, allora sparammo di nuovo e di nuovo e di nuovo. Alla fine si fermarono. Il braccio della tenaglia era definitivamente spezzato e la sacca non si poté chiudere. Fu così che le bande di Imperia riuscirono a sfuggire a morte certa scendendo verso l’alta valle del Tanaro.

Mi fu riferito qualche tempo dopo che un militare tedesco aveva affermato: “Banditen sparare molto bene con mortaio!”. Ne fui lusingato, perché era l’apprezzamento di un esperto, ma in realtà l’ordine, deformato dalla tensione della notte e dalla distanza della staffetta, era stato: “portare il mortaio sulla strada”, cioè ritirarsi. Tutti gli altri si stavano ritirando, eravamo rimasti noi soli a resistere, per un malinteso. Questo malinteso mi fruttò però, dopo la guerra, la medaglia di bronzo al valor militare da parte dello Stato italiano, con un appannaggio annuale per il mio eroismo di ben 27.000 lire [14 euro scarsi, n.d.r.].

Alla metà degli anni ’70 passavo con la mia figlia minore dalla Colla d’Oggia, dove era avvenuta la battaglia. Fermai l’auto e scendemmo, perché volevo mostrarle sul posto dove avevamo posizionato il mortaio e da dove salivano i tedeschi. Un po’ più in là era parcheggiata un’altra macchina, con targa tedesca. Mentre parlavo con mia figlia e le indicavo i posti, mi resi conto che le persone dell’altra auto, forse padre e figlio, stavano parlando esattamente degli stessi punti. Il tedesco, all’incirca della mia età, smise di parlare e mi guardò fisso. Anch’io lo guardai, lungamente. Forse, quel giorno, eravamo lì entrambi.

L’inverno ’44/’45 fu durissimo, il cibo era molto scarso per tutti e il freddo, pungente. Durante il giorno nei boschi non si poteva assolutamente accendere il fuoco perché il fumo ci avrebbe traditi, mentre di notte la luce prodotta dalla brace poteva essere schermata, magari dai muri di un casone. Mancavano i vestiti, le coperte, le medicine e soprattutto le scarpe, e io stesso per tenere su i pantaloni utilizzavo, al posto della cintura, un pezzo di filo di ferro. Pulci e pidocchi imperversavano; non esistevano ancora né il DDT né altri insetticidi, che sarebbero comparsi solo dopo la guerra, e l’unico modo di liberarsene per un po’ era lavarsi completamente con la neve. Un giorno, entrando in un casone, vidi per terra una strana palla nera. La presi per esaminarla meglio alla luce, ma la palla si smaterializzò istantaneamente nella mia mano. Era un aggregato di pulci, che si erano sovrapposte le une alle altre per conservare un po’ di calore ed evitare il congelamento, e che, spaventate, erano saltate via tutte contemporaneamente.

Le operazioni militari erano quasi ferme da entrambe le parti. Il primo ponte sulla provinciale per Triora, subito dopo Taggia e davanti alla centrale elettrica, e anche quello sull’Oxentina, erano stati fatti saltare per evitare incursioni motorizzate improvvise nell’entroterra, che ora si poteva raggiungere solo a piedi o, con un giro lunghissimo, percorrendo la strada militare sterrata di alta montagna [ora: Alta Via dei Monti Liguri, n.d.r.], spesso ghiacciata in inverno; cosa che ci dava il tempo di reagire o di allontanarci in caso di “visite” indesiderate. In questa situazione, per risparmiare cibo ed evitare di pesare ulteriormente sulla già provata popolazione locale, Vittò, con sulle spalle una piccola coperta scura solitamente usata per i muli, un giorno diede il “rompete le righe” temporaneo ai membri del gruppo, che avrebbero potuto passare alcune settimane al riparo presso parenti o amici, fino al ristabilirsi di condizioni meteorologiche più clementi. Quanto a me, scendere a valle era impossibile, per i motivi già visti, e oltretutto mia madre aveva già abbastanza problemi: a casa nostra a Taggia, nel primo piano della villa, si erano installati i tedeschi, e lei, che era interprete e conosceva tre lingue tra cui il tedesco, per non essere coinvolta fingeva di non capire nulla (il che in parte era anche vero, perché un’infezione, da giovane, le aveva procurato una parziale sordità). Non avevo dove andare, quindi decisi di restare in montagna, insieme a Vittò e a pochi altri. Passammo quelle settimane a battere i denti, a pulire le armi e, quando potevamo, ad ascoltare Radio Londra. Erano i giorni della conferenza di Jalta.

In una notte di pioggia gelata ci rifugiammo a dormire in un casone, l’unico che c’era nei paraggi, affacciato sulla val Nervia, forse un po’ troppo in vista. Tra scrosci d’acqua, brontolii di tuoni e raffiche di vento, e con il freddo nelle ossa, addormentarsi era proprio difficile, nonostante la fatica. D’un tratto, nel dormiveglia, sento uno strano tuono, che somigliava piuttosto a un colpo di mortaio, seguito, a distanza di poco, dal botto di un proiettile d’artiglieria a qualche decina di metri sotto di noi. Mi rizzo a sedere, per ascoltare meglio. Dopo pochi interminabili minuti, secondo colpo, secondo botto a qualche decina di metri dall’altro lato, sulla stessa traiettoria del primo, ma dietro di noi, col casone in mezzo. “Presto, subito tutti fuori verso di là!!!” grido agli altri. “Ma dài, fa freddo, erano tuoni, chi vuoi che ci cerchi stanotte!” brontolano alcuni, mezzo addormentati, sfiniti dalla stanchezza. “FUORI!”, ripeto urlando. Ci allontaniamo di corsa e ci appiattiamo sul terreno bagnato; qualcuno borbottava ancora. Ma ero pratico di mortaio, quindi sapevo che, fissata la direzione di tiro, il primo tiro è corto, il secondo lungo, ma il terzo centra il bersaglio. Ed eccolo, il terzo colpo. Che prende in pieno il casone, distruggendolo.

L’inverno, pian piano, cominciò a cedere il passo a un inizio di primavera e tutto prese a rianimarsi. Si rianimarono anche i repubblichini, che un giorno vennero su a piedi nell’Alta Valle per provare a prenderci. Li vedemmo incamminati in fila indiana (il sentiero era stretto) sulla mulattiera che da Bregalla porta a Creppo, molto tranquilli, parevano un gruppo di boy scouts in gita. Se cercavano noi, avevano sbagliato versante: ci trovavamo proprio di fronte, al di là del torrente, in alto, sul bordo delle rocce a precipizio a monte del ponte di Loreto (che, ai tempi, non c’era ancora), nei boschi di Cetta. Non costituivano un immediato pericolo, perché avrebbero impiegato molto tempo per attraversare quel tratto di valle e risalire verso di noi, ma decidemmo di divertirci: piazzato il mortaio, sparammo un colpo sul sentiero, proprio davanti a loro. Panico generale e fuggi fuggi all’indietro. Intorno alla base del mortaio, però, il colpo aveva sollevato un po’ di polvere; non andava bene, occorreva bagnare il terreno, altrimenti con i colpi successivi avrebbero potuto individuare la postazione da cui sparavamo e reagire. Avevamo poca acqua, perciò diedi un ordine tassativo a tutto il gruppo: orinare intorno alla base del mortaio. Risolto il problema della polvere, che ora non si sollevava più, sparammo il secondo colpo indietro sul sentiero, da dove erano venuti e dove stavano scappando. Si bloccarono, non sapendo se filarsela verso nord o verso sud. Il terzo colpo sparato verso nord li convinse infine a squagliarsela nella direzione opposta e, speravamo, a non farsi più vedere da quelle parti.

Non so se fossero gli stessi, ma li rivedemmo qualche giorno dopo, vicino a Ceriana. Alcuni repubblichini erano stati presi prigionieri dalla banda che operava da quelle parti, quando ci trovammo a passare. E’ noto che i partigiani non potevano fare prigionieri, perché non erano un esercito organizzato e dotato delle infrastrutture necessarie, come una prigione o un campo di internamento. Se qualcuno di loro aveva visto i nostri rifugi o chi ci aiutava, lasciarlo andare non si poteva, perché ci avrebbe sicuramente denunciati. Non restava altra alternativa che eliminarli: mors tua vita mea. Era penoso, perché spesso questi uomini si erano arruolati nelle brigate nere per malinteso patriottismo, o per mancanza di alternative, come nel caso di giovani di città che non avevano dove fuggire. Nel caso della Wermacht poi, l’esercito regolare tedesco (da non confondere con le SS), si trattava semplicemente di persone che avevano ricevuto una cartolina-precetto. Per questo motivo, cercavamo sempre di non portare i prigionieri nelle nostre “tane”, e di spostarli sempre di notte, facendo lunghi giri che confondessero, nella loro mente, la geografia dei luoghi, in modo che, non avendo niente da dire, anche liberati non costituissero un pericolo. Non pochi restarono a combattere con noi.

Uno di loro fu un certo Bellantoni, appena diciottenne, che viveva a Milano, preso quel giorno vicino a Ceriana. Il suo viso coraggioso e pulito mi colpì; scambiai qualche parola con lui, mi disse che era l’addetto al mortaio. Perfetto! Proprio quello che ci occorreva: un’altra persona capace di utilizzare il mortaio da professionista. Gli chiesi se sarebbe stato disposto a venire con noi, anche noi combattevamo per dare un futuro migliore all’Italia. Si rese subito conto che la mia proposta era un’ancora di salvezza, e tutti cercano di sopravvivere. Accettò. Non mi fece mai pentire di avergli salvato la vita.

Man mano che i giorni passavano, si vedeva sempre più chiaramente come si sarebbe risolta la guerra. In Germania un’intera generazione di giovani in età da servizio militare era stata decimata, e il governo aveva deciso di arruolare nella Wermacht anche i ragazzi di 15 o 16 anni (i c.d. “figli di Hitler”), nell’attesa che vedesse infine la luce la famosa arma segreta di cui si parlava da tempo e che avrebbe fatto loro vincere la guerra. Alcuni di questi adolescenti, magri, stanchi ed emaciati, pernottarono qualche giorno a Taggia nella villa, al primo piano, dove s’erano installati i tedeschi. Mia madre, che si era ritirata al secondo piano, mi raccontò che aveva provato un’infinita pena nel vedere questi ragazzini, poco più che bambini, con la divisa e il fucile in spalla, carichi di uno zaino più grande di loro, marciare testardamente al passo con gli adulti. La sera li chiamò e portò giù per loro dal piano di sopra, dove viveva, alcune tazze di latte caldo, che bevvero fino all’ultima goccia. Mi disse che l’aveva fatto anche per le loro madri: chissà com’erano in ansia per il loro ragazzino lontano!

Una decina di giorni prima del 25 aprile, alcuni repubblichini avevano catturato il nostro compagno di gruppo Nino Cervetto (nome di battaglia: “Tenore”), un bel giovane di Cornigliano, alto, sempre allegro, rosso di capelli e che cantava benissimo. Era stato bersagliere, ma era passato con noi. Il 24 aprile aprirono la porta della sua cella e lo portarono fuori. Lì gli dissero: “Ormai è finita, tornatene pure a casa.” Nino si avviò per la strada; aveva fatto solo alcuni passi, quando con una raffica di mitra lo falciarono e per lui non ci fu ritorno.

Prima che i giochi fossero conclusi, ognuno dei paesi vincitori cercò di assicurarsi qualche vantaggio supplementare. La Francia, ad esempio, ormai da tempo aspirava [o, data la recente faccenda dei gamberi, si dovrebbe dire: aspira? n.d.r.] ad annettersi la Riviera dei Fiori, dopo essersi appropriata non proprio legalmente, con la complicità di Vittorio Emanuele II, della Contea di Nizza. Su quest’argomento ci sarebbe parecchio da dire, anche perché mia nonna Telisa era, appunto, profuga di Nizza, ma non è il caso di divagare. Dicevo che la Francia, rancorosa per la (stupida) “pugnalata alle spalle” datale da Mussolini nel 1940, e da sempre desiderosa di rosicchiare terre al confine con la Liguria, aveva pianificato l’occupazione di parte della provincia di Imperia (o magari, se ci fosse riuscita, anche di tutta). Appena saputo che le camionette militari francesi erano già arrivate fino al ponte sull’Impero, ci riunimmo come comando e decidemmo di mandare immediatamente una persona di fiducia a Roma, a segnalare i movimenti dell’esercito francese sul nostro territorio. Scegliemmo Kahnemann, poliglotta e uomo di mondo, che eseguì perfettamente la sua missione: appena messi al corrente dell’avanzata francese, gli alleati la bloccarono subito e le camionette furono fatte tornare indietro. Per tutta una serie di motivi diplomatici di carattere più ampio, in seguito non fu invece possibile evitare di cedere alla Francia Briga, Tenda e la centrale elettrica della val Roja [e varie dighe per la produzione di elettricità sulle Alpi piemontesi, n.d.r.].

Venne il 25 aprile con il “cessate il fuoco”, e tutti i reparti partigiani della zona sfilarono armati per le vie di San Remo, ultimo momento di gloria prima di dover consegnare le armi agli alleati. Durante quella sfilata, a un certo punto, dal terrazzino all’ultimo piano di un palazzo un solitario cecchino kamikaze sparò un colpo su di noi. Subito parecchi mitra si alzarono verso di lui, che morì crivellato di colpi. Il suo sangue gocciolò fin sulla strada. Povero giovane donchisciotte, era andato volontariamente incontro a morte sicura per ciò in cui credeva.

L’obbligo, che ci era stato imposto dagli alleati, di consegnare le armi non ci garbava proprio, perché non sapevamo bene cosa avrebbe portato il futuro, e se il nuovo padrone non sarebbe stato peggio di quello vecchio. Qualcuno, illuso e assai poco informato, sperava addirittura nell’arrivo dell’Armata Rossa. Così molti nascosero qualcosa nei posti più impensati. Alcuni delinquenti, invece, già dopo il “cessate il fuoco” le armi le usarono subito, per attuare le loro vendette ideologiche o personali, anche su persone inermi o innocenti, o per estorcere denaro, e questo capitò anche a Taggia, con le uccisioni di una persona all’Albaréu e di due coniugi accusati di delazione presso l’èrbuu du barì (sulla strada per Bèuzi), ma soprattutto a Oneglia i casi furono numerosi. Lì la tecnica era la seguente: il sicario bussava alla porta, chiedeva della persona XY, se chi aveva aperto diceva “sono io”, gli sparava subito, altrimenti aspettava che lo chiamassero, e quando si presentava gli sparava. [Vi risparmio il racconto delle gesta di un certo notaio a Taggia, o della faccenda del fegato, o di quanto capitò a Villa Noyosa e al Castagnéu, per non guastarvi la giornata. Tutti questi fattacci sono successi quando il “cessate il fuoco” era già in vigore da molti giorni. n.d.r.]

I rapporti con gli alleati non furono sempre idilliaci, dopo tutto avevamo perso la guerra. Nel corso delle ostilità le città della costa, a causa della presenza della ferrovia e della via Aurelia, subivano frequenti bombardamenti angloamericani e la popolazione, al suono della sirena di allarme, doveva correre nei rifugi o verso le colline; a Vallecrosia, dove la mia futura moglie si trovava in collegio presso il Don Bosco, al suono dell’allarme le suore portavano di corsa le collegiali verso l’entroterra, attraverso estesi campi di carciofi, in tempi in cui le donne portavano solo la gonna (“sapessi quanto pungevano tutti quei carciofi!”, mi diceva); a San Remo, al suono dell’allarme aereo ci si rifugiava nella galleria di via di Francia, che allora aveva ancora una forma a “L”, non era aperta verso Est, ma solo verso Ovest e verso Sud (la galleria più piccola). [Taggia fu risparmiata dai bombardamenti che, spesso, avevano martoriato Arma e il resto della costa, se si esclude la mitragliata da un aereo sulla giaia, che uccise un cavallo dei Barbìn. Dicono che fosse per la presenza, tra gli ufficiali americani, di un certo Beckman, capo dell’aviazione e figlio di un ricco (e generoso) americano, proprietario di miniere d’oro, sposato con la Scià Rafaèla di Taggia, che pare non volesse danneggiare il paese di sua madre; ma forse non fu bombardata solo perché distante dalla ferrovia e dall’Aurelia, perché ad Arma invece picchiarono duro sui ponti. n.d.r.]

Un giorno, dato che parlo inglese, mi toccò andare a parlamentare col comandante in capo degli inglesi nel loro quartier generale di San Remo. Andai col mio attendente, Gian Alberti, ragazzone di sedici anni che sembrava più grande della sua età. Il comandante inglese, con fare poco cordiale, mi fece sedere davanti alla sua scrivania, Gian rimase in piedi di fianco a me. L’inglese era un omino piccolo e striminzito che non guardava quasi mai dritto negli occhi. Mentre parlavamo, continuava a giocherellare con una grossa penna stilografica. D’un tratto, dalla stilografica parte un colpo che sibila a due dita dal mio orecchio e si va a conficcare in un mobile dietro di me. Non batto ciglio. Gian, con voce tranquilla, mi chiede: “Leo, lo stendo?” Gli rispondo con voce annoiata: “No, aspetta.” Ovvio che non si poteva stenderlo, anche se l’avremmo fatto volentieri: eravamo nel grand hotel dove si era acquartierato il comando degli alleati, e tutto l’esercito anglo-americano lì presente ci sarebbe saltato addosso. Il piccoletto voleva solo metterci paura o provocarci, per far vedere chi aveva il coltello dalla parte del manico.

[A proposito di alleati, si sa che i rivolgimenti storici provocano, per i motivi più diversi, mutamenti economici di grande portata. Nel caso degli Americani, essi riuscirono a scaricare sull’Italia e gli Italiani, per mezzo di un’inflazione galoppante, provocata dalla stampa in grandi quantità del denaro conosciuto come AMLire (Allied Military Currency), le spese della loro campagna bellica nel nostro Paese iniziata con lo sbarco in Sicilia. n.d.r.]. La svalutazione provocata dalla messa in circolazione delle AMLire azzerò il benemerito Lascito Soleri, che aveva permesso fino ad allora a molte generazioni di giovani taggiaschi, anche a me, di pagarsi gli studi, e che tempo prima era stato abusivamente convertito dal governo allora in carica in titoli di stato. I quali, con l’inflazione, divennero carta straccia. [Questi cambiamenti di fortuna rovinarono molti, ma arricchirono qualcuno. Durante e soprattutto dopo la guerra, in mezzo alla miseria generale, qualche abitante del luogo notoriamente privo di mezzi iniziò ad avere notevoli disponibilità di denaro di origine sconosciuta e insondabile. Si verificarono anche casi, rimasti impuniti, di estorsioni nei confronti di chi si sapeva possedere una qualche agiatezza, da parte di elementi che avevano buone entrature politiche e pochi scrupoli. n.d.r.]

Tornai a Taggia, dove, a guerra ormai conclusa, era iniziata la caccia ai collaborazionisti. Il gruppo partigiano del paese era composto, come ho già detto, di elementi giovani e impulsivi che videro finalmente giunto il momento di riequilibrare i piatti della bilancia coi loro nemici, ovvero di farsi giustizia da sé. Calcarono perciò troppo la mano nelle punizioni, come dimostrano i fatti di Villa Noyosa. In effetti, alcune delle persone barbaramente uccise nelle vicinanze di quella villa non erano affatto innocenti, e avevano causato, anche con la delazione, la morte violenta o il male di altre persone: una di loro era una donna, zelante interprete dei tedeschi, che, con la sua delazione, aveva provocato l’impiccagione di Attilio Pivetta, suo collega, colpevole di aver fatto il doppio gioco passando di nascosto informazioni ai ribelli. Un altro era lo zio acquisito di uno dei partigiani operanti a Taggia. Questo partigiano, Lino, molto giovane, cresciuto senza un padre, era stato allevato amorevolmente dal nonno, poi torturato a lungo proprio dallo zio acquisito. Lino, comprensibilmente, non perdonò mai questo zio, e appena poté vendicò il male fatto a chi, per lui, era stato il padre che non aveva mai avuto.

Purtroppo, il sangue chiama sangue. Bisogna però ricordare che, finita una guerra, la vita deve continuare, e la vita civile non può permettere che si commettano quegli atti che, in guerra, è difficile impedire. Per punire delitti, in tempo di pace, esistono i tribunali, non le fucilazioni sommarie o altri arbitrii, che alimentano odi e rancori inestinguibili tra compatrioti. Arrivai appena in tempo per impedire che rapassero a zero o magari abusassero in modi anche peggiori della bella figlia diciassettenne di una vedova, che, un anno prima, quando aveva sedici anni, aveva avuto un breve filarino (platonico, era ben sorvegliata!) con un giovane ufficiale tedesco, senza che la poveretta avesse mai fatto la spia né danneggiato qualcuno.

Comunque, nel dopoguerra gli animi erano surriscaldati, la gente partecipava con passione ai comizi indetti in vista delle vicine elezioni, e capitava anche che si alzassero le mani. In occasione di un affollato comizio del partito comunista, il sagrestano della Parrocchia, democristiano di ferro, un uomo alto e rosso di capelli, mostrò grande coraggio e notevole sprezzo del pericolo, dato che era solo e che poteva essere sonoramente picchiato da avversari molto numerosi. Si affacciò alla piazza dove si teneva il comizio e, con quanto fiato aveva in gola (ed era molto, infatti cantava in chiesa durante le funzioni perché aveva una bella voce), gridò ripetutamente: “Viva De Gasperi, viva De Gasperi!!”, poi fece subito perdere le sue tracce, prima che qualcuno degli astanti potesse reagire. Qualche secondo dopo, superata la sorpresa, un nutrito gruppetto si lanciò al suo inseguimento, per dargli una bella lezione, ma inutilmente: il contestatore era già scomparso nel nulla. Però, da allora, fu soprannominato: “De Gasperi”.

Ci siamo chiesti spesso, io e i miei ex compagni d’armi, se sia valsa la pena di correre tanti rischi, di andare incontro a tanta fatica e di veder morire tanti giovani, guardando l’Italia dal dopoguerra in poi, la sua corruzione e la sua inconcludenza. E’ per questo tipo di Italia che abbiamo combattuto? A volte ci sarebbe piaciuto riprendere il mitra e fare un po’ di pulizia, ma è evidente che, tra elicotteri e satelliti, non parlando dei telefonini, combattere in montagna ora non è più possibile, saremmo localizzati e sterminati in meno di due giorni. Allora, non esiste più la possibilità di lottare? Esiste, e come! Dobbiamo lottare per difendere e custodire ciò che è stato conquistato a prezzo di tanto sangue: la libertà di parola, il diritto di voto, l’integrità della Costituzione, la salvaguardia dei principi del nostro vivere comune. E non dobbiamo abbandonare mai la lotta più dura e difficile, ma più fruttuosa: quella dentro noi stessi, per essere cittadini migliori.

Vittorio Curlo [e Vittoria Curlo, tutti i diritti riservati.]

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