Tutti giù per terra

di Bruno Santini

Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.” si dice nel Vangelo di Matteo (12, 30). Ora, si compie un azzardo nel citare un passo del Vangelo per affiancarlo a un’altra citazione (“Il nemico del mio nemico è il mio amico.”) di Valeriu Butulescu al fine di commentare, ancora una volta, forse l’ennesima, il referendum “spacca Italia”.
Ma, siccome la retorica e il buon gusto di far critica sembrano alquanto superati nella mentalità comune che non vuole saperne di contenuti e analisi, allora ci si adegua, ci si comporta in egual modo, e si fa un passo avanti.
Si giunge direttamente al post-referendum, ciò che, per chiarirci, è successo nelle immediatamente successive ore alla votazione.

23, seggi chiusi, chi ha votato ha – in qualche modo – la sua coscienza pulita, chi non l’ha fatto ha le sue ragioni, ma sono tutte ciarle e considerazione da salotti e da piazze. L’importante, il pratico, è fare con regolarità uno spoglio che, prima ancora di iniziare, sembra già essere preda di irregolarità. Ecco, punto primo: nel gergo comune questo fenomeno si chiama “mettere le mani avanti”. Insomma, buttiamo qualche bella e succulenta castagna sul fuoco, dato che ce n’è necessità; poi, che ci siano o meno irregolarità, questo è un altro discorso. E’ un fenomeno che, magari, nelle singole realtà neanche c’è stato, ma, vedi la gomma di Piero Pelù, vedi gli scrutinatori con sorriso beffardo, vedi le schede all’estero arrivate già compilate… già sembra andare oltre un naturale limite di sopportazione. Sia chiaro, qui nessuno fa pedagogia, qui nessuno è sociologo: ma potrebbe essere un crearsi, ben formata, una giustificazione che – all’occorrenza – potrebbe essere utilizzata? Andiamo avanti.

Prima gli exit poll, poi le prime proiezioni, danno un risultato abbastanza chiaro: il No ha vinto, il Sì – di conseguenza – perde. Ed è qui che ci si chiede: perché la prima reazione è scendere in piazza, armati di bandiere e megafoni, ad invocare veementi il farsi da parte – certo, le parole non son state mica queste! – di un premier? Perché, contemporaneamente, in qualsiasi programma televisivo c’è un Toti di turno che minaccia di mostrare il video in cui Matteo Renzi affermava di dimettersi in caso di sconfitta? Qual è, dunque, la vera vittoria? L’aver visto vincere quel monosillabo che si è portato avanti per mesi e mesi, o veder andar via, in malo modo, il premier di turno? O entrambe?

Renzi si dimette, involontariamente – forse – li accontenta tutti, altro delirio. Qui non ci si esprime. Notte di festeggiamenti, il giorno dopo inizia la valanga dei commenti delirio. Li si chiama così perché di delirio puro (delirio negativo, attenzione) si tratta.
Le uniche manifestazioni di critica e commento sono da ricercare nell’imparzialità di un giornale, di un commento televisivo o di chi decide di affrontare una discussione portando a sua difesa dei dati concreti, non solo parole da tastiera o urla da agit prop.
Urge fare una leggera pausa: non si sta parlando dato il risultato, o meglio, non si parla per delusione. Lo dimostra il fatto che chi scrive non poteva votare e, avesse potuto farlo, si sarebbe trovato in sincera difficoltà. Andiamo avanti.

Alla fine di tutto, ciò che veramente urge sapere è quanto di buono proposto o mostrato in campagna elettorale sia attuabile. E’ l’auspicio. Bene, dopo poche ore si assiste alle peggio divisioni. Da un lato, emerge quanto si temeva: parte di partito che non supporta l’immagine del partito stesso attraverso il suo rappresentante. Dall’altro, un centro-destra non scisso a parole ma nell’intenzioni. Si vota? Proporzionale? Governo tecnico? Chi va a casa adesso?

Da un lato, personalmente, dispiace anche dover affrontare una certa tematica con un modus dicendi anche elementare – se vogliamo – ma sembra si stia andando incontro ad un grande gioco per infanti, che a tutti interessa. E, ci mancherebbe, il gioco è anche bello, ma a giocarci si dovrebbe avere la percezione di ciò che si sta facendo. La prima impressione è un’Italia che non ha capito cos’è successo se non l’attimo in cui ha sentito “carta d’identità e tessera elettorale”. Un’Italia che accoglie un risultato con una certa indifferenza perché, guardiamoci intorno, il Sole è ancora una stella e la Terra ancora un geoide. Un’Italia che assiste alle manovre e ai teatrini, ne prende atto, ma non sa cos’altro fare. E ci si ricollega alle due frasi iniziali, che sembrano quanto mai centrate. Felice di non aver potuto votare? Assolutamente sì, se questo è il prospetto.

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