UNA RIFLESSIONE SULLA TRASCORSA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Domenica 25 novembre il nostro Paese si è impegnato a celebrare la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, attraverso manifestazioni e campagne mediatiche di vario genere. 

È questo un tema spinoso e purtroppo spaventosamente attuale, il quale – anche se andrebbe circoscritto entro ogni forma di violenza, mentale o fisica che sia, contro l’essere umano in generale – è di fondamentale importanza e delicatezza, nel rispetto delle conquiste raggiunte nel corso dei secoli, e come forma di denuncia per ciò che invece capita ancora quotidianamente.

Una tale pressione mediatica consente sicuramente un esponenziale aumento della sensibilizzazione e della consapevolezza generale verso ciò che non è assolutamente tollerabile e che necessita di essere condannato, che si tratti di violenza domestica (fisica o mentale), di abusi sul lavoro, stupri, sino a spingerci ai delicatissimi confini geografici e morali di alcuni totalitarismi nei quali alle donne non è consentito guidare, divorziare, mostrarsi in pubblico senza un uomo, o semplicemente la libertà di scegliere – pena la condanna, e a volte, la vita. 

Una riflessione nasce però spontanea: di fronte a poli così estremi e a manifestazioni talmente diverse di un fenomeno considerato unicamente, cosa può essere definito violenza, e cosa no?

È davvero giusto che non esista una legge effettivamente equa e che molti, troppi casi, siano contestabili e opinabili a seconda non solo delle circostanze, ma anche di tantissime e diversissime sfumature? 

Alcuni esempi: 

Senza andare troppo lontano o indietro nel tempo, soltanto il 6 di novembre a Cork, in Irlanda, una sentenza del Tribunale avrebbe scagionato un 27enne accusato di aver stuprato una ragazza di 17 anni. Secondo il giudice il rapporto non consensuale avvenuto fra i due sarebbe stato giustificato dalla biancheria troppo sexy indossata dalla giovane. 

Chiaramente la sentenza ha suscitato immediatamente la reazione dell’opinione pubblica, che non ha tardato a farsi sentire attraverso manifestazioni e campagne, e ha avuto un effetto a catena in tutto il mondo. 

Per tornare alla nostra realtà, in Italia il numero delle denunce è aumentato notevolmente nel corso di questo stesso anno 2018, dato che non significherebbe per forza un aumento delle violenze, bensì della forza di reagire ad esse. 

Tuttavia molte accuse, una volta raccolte, sono destinate a cadere nel vuoto, e le donne coinvolte non solo non ricevono l’assistenza e la protezione necessaria, ma vengono sottoposte ad un pericolo crescente. 

Viene quasi naturale chiedersi, allora, come possiamo credere di trasformare il progresso in traguardo, il percorso in punto d’arrivo, se nemmeno di fronte all’evidenza di uno stupro o a denunce disperate vengono prese misure precise ed effettive, senza ombra di discussione. 

Le abitudini sono difficili da sradicare, una mentalità da cambiare ancora di più.

È necessario rendersi conto- e le donne istintivamente per prime- di cosa sia normale e cosa no. 

Quest’anno le maggiori campagne pubblicitarie, in occasione della ricorrenza, hanno deciso di proporre come immagine simbolo una donna (con successive reinterpretazioni personali, ma anche caricature di dipinti artistici o di film d’animazione) con un occhio cerchiato, a simboleggiare un livido.  Non è tuttavia così inutile sottolineare che si tratti di una metafora volta ad indicare le diverse facce di un stesso fenomeno, il quale trae la sua forza da una storica e ingiustificata supremazia maschile. 

Sotto accusa dunque non solo botte o contesti -sfortunatamente -estremi, ma ogni situazione che faccia sentire una donna istintivamente in pericolo (di ritorno a casa alla sera, sul posto di lavoro, in presenza di uomini o virtualmente). 

Il solo presupposto che il pericolo venga percepito ne dimostra l’esistenza, e il fatto che esso venga ignorato e superato non dovrebbe (più) rappresentare la nostra normalità. 

 

Valentina Villani

I Commenti sono chiusi