Uomini o animali?

Buona domenica a tutti!

Con l’articolo di oggi voglio introdurre un argomento che mi sta molto a cuore: lo sfruttamento e l’uccisione degli animali a vantaggio dell’industria della moda, dell’abbigliamento e della ricerca “scientifica”. Premetto che il mio discorso è quanto di più lontano possa esserci dall’inquadrare la questione dal punto di vista dell’alimentazione, che è tutto un altro paio di maniche. Nonostante, infatti, io stessa abbia eliminato la carne dalla mia dieta, non mi permetterei mai e poi mai di giudicare negativamente chi non condivide la mia scelta, in quanto sono una sostenitrice convinta della libertà di pensiero e di opinione. Tuttavia, mentre posso comprendere perfettamente l’utilizzo degli animali a scopo alimentare, non mi sento di giustificare i massacri che ogni giorno vengono portati a termine al solo scopo di “abbellire” (siamo sicuri?) un cappotto o una borsa.

Di recente, su più di un social network è scoppiato lo scandalo legato alle famose O Bag, le coloratissime borse di Fullspot che ormai sono esposte in bella vista sulla spalla di tutte, o quasi.

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In silicone, e con la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di colori, le O Bag spopolano dal 2009. Peccato, però, che in questo caso la moda non abbia per nulla guardato all’etica: tra le tante possibilità di personalizzazione offerte dalle O Bag, infatti, c’è anche quella che prevede un bordo in pelliccia vera.

Di questo particolare si poteva benissimo fare a meno, dato che anche i modelli senza pelliccia hanno da subito riscontrato l’entusiasmo del grande pubblico femminile; tuttavia, probabilmente questa giovane azienda ha pensato di accontentare anche chi ancora vede nella pelliccia qualcosa di fashion. E così, ad arricchire le borse sono le pellicce dei conigli (di razz lapin, come indica la stessa Fullspot). Per chi ancora avesse dubbi, l’azienda scrive:

Bordo in vera pelliccia di lapin, per rivestire O Bag, in versione invernale. La scocca si ricopre di morbido pelo per la fredda stagione.

Morbido pelo, ottenuto attraverso macabri interventi che vedono il manto dei conigli letteralmente strappato, ogni tre mesi, tra le grida di dolore e di paura dei poveri animali. Anche i conigli che vengono tosati soffrono: durante il processo di taglio, le zampe anteriori e quelle posteriori vengono strettamente legate a delle assi di legno. Un’esperienza terrificante per gli animali, che si dimenano con tutte le loro forze, finendo irrimediabilmente per essere feriti dalle lame affilate mentre lottano disperatamente per fuggire.

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Un altro animale che nel tempo è finito ad adornare le O Bag è il murmasky, conosciuto anche come “cane-procione”, data la sua somiglianza ad entrambi gli animali. La pelliccia di murmasky, nel 90% dei casi, proviene dalla Cina, dove, a causa dello scarso controllo da parte di associazioni animaliste pressoché inesistenti, vengono utilizzati allo stesso scopo anche cani e gatti.

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Da anni ormai si conoscono le condizioni orribili degli allevamenti all’interno dei quali questi animali vengono barbaramente torturati in Cina: secondo quanto accertato da numerosi filmati girati clandestinamente, i murmasky vengono storditi sbattendoli al suolo o colpendoli sul muso, e mentre sono ancora vivi, vengono tagliate loro le zampe, per poi appenderli agonizzanti prima di scuoiarli. Inoltre, spesso si spacciano pelli di pastore tedesco per murmasky ed è molto difficile riuscire a distinguere i due tipi di pelo, a meno di effettuare il test del DNA su ogni singolo inserto.

Ritornando alle O Bag, va detto che, a seguito di numerose rimostranze da parte dei clienti e delle associazioni animaliste, a partire dalla collezione autunno-inverno 2016/17 i prodotti della Fullspot non conterranno più vera pelliccia animale. L’azienda infatti, nel luglio scorso, ha finalmente deciso di integrare le politiche di responsabilità sociale adottando nuove strategie commerciali nel rispetto degli animali, nell’ambito di un impegno intrapreso in collaborazione con la LAV (Lega Anti Vivisezione). Al fine di assicurare il rispetto dei propositi assunti, l’azienda si impegna quindi a richiedere ai propri fornitori adeguate certificazioni che assicurino l’assenza di materiali di origine animale. Tuttavia, gli articoli delle collezioni precedenti all’autunno-inverno 2016/17 non sono stati ritirati e, pertanto, saranno ancora in commercio fino a esaurimento. Come a dire che, purtroppo, vedremo ancora vere pellicce sulle O Bag per un bel po’.

Spostiamo ora la nostra attenzione dagli accessori di tendenza all’abbigliamento vero e proprio. Questa mattina stessa, chiacchierando con mia mamma al telefono, lei mi faceva notare come ormai in giro si vedano pochissime pellicce, il che fa pensare che ormai queste ultime facciano parte di uno stile ormai superato, che appartiene al passato. Ma è davvero così?

Sul sito della LAV, si legge che almeno 70 milioni di animali nel mondo sono tutt’ora allevati per la loro pelliccia. Visoni e cani-procione, conigli, ermellini e volpi, zibellini e scoiattoli; ma anche cani, gatti e agnellini. L’85% della produzione mondiale di pellicce deriva da allevamenti intensivi, all’interno dei quali le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati. Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi di infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno anche tra le specie in natura più mansuete.

Se in Europa già diversi Paesi stanno vietando l’allevamento di animali per la produzione di pellicce o promuovono forti restrizioni che portano alla naturale dismissione di questa attività, in Italia gli allevamenti stanno aumentando!

L’Olanda, terzo Paese al mondo produttore di pellicce di visone, ha già detto basta, nonostante i forti interessi economici, così come Austria, Danimarca, Inghilterra, Irlanda del Nord, Scozia, Slovenia, Croazia e Bosnia.

E l’Italia? Negli allevamenti di visoni oggi attivi (circa 20 tra Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo) sono detenuti oltre duecentomila animali, senza contare le strutture che stanno per essere avviate. Bisogna tener conto del fatto che nel 2001, il Comitato Scientifico della Commissione dell’Unione Europea aveva denunciato gli allevamenti finalizzati alla produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale: dopo oltre dieci anni, nulla è cambiato.

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Dal punto di vista ambientale, le cose non vanno meglio: per fare un esempio, basti pensare che un chilo di pelliccia di visone ha un impatto sul cambiamento climatico circa 14 volte superiore a quello del pile. In altre parole, produrre un chilo di pelliccia di visone causa un impatto ambientale maggiore rispetto alla stessa quantità di cotone, acrilico o poliestere. Nelle varie fasi del processo di lavorazione della pelliccia animale, infatti, quella con il maggiore impatto ambientale risulta essere la fase di allevamento degli animali stessi. Sono necessarie 11,4 pelli di visone per produrre un chilo di pelliccia, quindi più di 11 animali: considerando che un singolo visone necessita di circa 50 chili di cibo durante la sua breve vita, occorrono più di 560 chili di cibo per la produzione di un solo chilo di pelliccia. Dalla tossicità per l’uomo all’impoverimento dello strato di ozono, tutti questi fattori ambientali si uniscono in un effetto disastroso: la pelliccia è risultata avere impatti da 2 a 28 volte superiori rispetto a prodotti tessili, anche sintetici.

Infine, voglio dedicare l’ultima parte del mio articolo al discusso tema della ricerca sugli animali. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, qualsiasi esperimento eseguito su animali è vivisezione, o sperimentazione “in vivo”. Questo significa che, sebbene non tutti gli esperimenti prevedano la dissezione dal vivo, tutti comportano comunque stress e sofferenze dovute non solo alla procedura, ma anche alla stabulazione (detenzione degli animali in stalle o gabbie), che priva ogni specie delle necessità fisiche e comportamentali. Per questo motivo, nonché per ragioni giuridiche, il termine vivisezione si usa come sinonimo più efficace del generico “sperimentazione animale“. I test su animali si effettuano in risposta ad antiquate prescrizioni di legge e i risultati ottenuti sono spesso aleatori e inutili.

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Al giorno d’oggi, utilizzare animali a scopo sperimentale è antiscientifico, immorale e fuorviante perchè nessuna specie vivente può essere modello sperimentale per altre specie a causa delle enormi differenze genetiche, anatomiche, biologiche, metaboliche, psichiche ed etologiche che le contraddistinguono: in breve, ciò che risulta innocuo per gli animali può essere tossico per l’uomo, e viceversa.

Gli animali “da laboratorio”, spesso frutto di manipolazioni genetiche, frequentemente differiscono perfino dai loro simili in libertà. Anche le malattie indotte sugli animali a fini sperimentali sono diverse dalle patologie che si possono manifestare in natura. I test su animali ostacolano l’impiego di sostanze e di tecniche realmente valide alla sperimentazione. Infatti, dover gestire dati fuorvianti ottenuti dai test è un grosso problema e le statistiche sono allarmanti: a fronte di un investimento che va dai 4 agli 11 milioni di dollari per la ricerca e lo sviluppo di un farmaco, si ha il 95% di fallimenti per sostanze che, nonostante i risultati promettenti riscontrati con gli animali, non riescono a confermare la medesima azione benefica sull’uomo con un 40% di mancanza di efficacia e un 20% di effetti tossici sull’uomo non evidenziati con gli animali (Hartung, T.).

In questo caso, però, va detto che l’Italia si trova un passo avanti a tutti: fin dal 1993, infatti, in collaborazione con la LAV il nostro Paese ha garantito a studenti e ricercatori il diritto all’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. Oggi siamo l’unico Paese al mondo a farlo.

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Concludo dunque con una riflessione. Sono convinta che anche questa battaglia, come tutte le cause che possono definirsi degne di essere combattute, sia in mano a ciascuno di noi. Tutti noi, ognuno nel suo piccolo, possiamo fare qualcosa per opporci alla cattiveria dilagante ed efferata dell’uomo di oggi, che ha perso di vista il proprio ruolo infinitamente piccolo, in un mondo che egli ormai non rispetta più. I limiti che prima erano ben definiti non esistono più, nella mentalità del “tutto e subito” che sta rovinando irrimediabilmente il nostro pianeta, per colpa nostra. Il minimo che possiamo fare, quindi, è informarci sui prodotti che acquistiamo, sulla reale provenienza dei nostri capi di abbigliamento, sugli ingredienti contenuti nei nostri cosmetici e nei nostri farmaci. Non dobbiamo avere paura di opporci al consumismo sfrenato, allo sfruttamento, alla crudeltà che sembrano ormai diventati elementi caratteristici della nostra società fredda e cementificata. Ritengo che sia un nostro preciso dovere, civico e morale, salvaguardare e difendere con ogni mezzo a nostra disposizione l’ambiente che ci circonda (che, ricordiamolo, non è nostro!), con tutti gli esseri viventi che lo popolano, proprio come noi.

Con gli stessi diritti. Con la stessa voglia di vivere.

Chiara 

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