XXV SACERDOZIO DI P. GIANLUIGI PASQUALE

Chiesa parrocchiale di «San Martino» in Lerino (VI) – 23 SETTEMBRE 2018

Venticinquesimo di sacerdozio Gianluigi 054

Gesù: l’essere da Dio, è l’essere per noi

«Chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37). Carissimi fratelli e sorelle, cari parenti e amici tutti, è questo il rincuorante messaggio che la Chiesa, con la sua liturgia, ci affida oggi per bocca dell’evangelista Marco, quale Parola di Dio in questa XXV domenica del tempo ordinario. Dopo il luminoso racconto della trasfigurazione (Mc 9,2-8) e quello oltremodo confortante della guarigione dell’epilettico (Mc 9,14-29), ascoltati nelle domeniche precedenti, il primo vangelo di Marco mette in bocca a Gesù il secondo «annuncio della passione» (Mc 9,30-17): la morte in Croce del Giusto, del Figlio di Dio a cui chiaramente accenna il Libro della Sapienza nella prima Lettura (Sap 2,17).
Marco, l’evangelista, in maniera molto lineare argomenta in questo modo: più si scopre l’autentica identità di Gesù come «Figlio di Dio», più Gesù è spinto a dire che essa sta nell’essere «consegnato nelle mani degli uomini» e venire «ucciso» (Mc 9,31), ovvero messo a morte per noi, per ciascuno di noi. Il suo essere da Dio, coincide con il suo essere per-noi, anche se questo comporterà il suo «non-essere più» che sarà la sua morte. Venticinquesimo di sacerdozio Gianluigi 037Questo mistero, del resto, viene realizzato e riattualizzato proprio durante la celebrazione dell’eucarestia: quando il sacerdote proclama «questo è il mio corpo», egli utilizza le stesse parole di Gesù, ma sparisce la distinzione tra il primo e il secondo soggetto. In quel momento, dicendo «mio» corpo, sono una sola persona. L’evangelista Marco, tuttavia, innesta in questo secondo annuncio di passione un elemento del tutto nuovo: la metafora dell’innocenza dei bambini. Vediamone il perché.

L’innocenza dell’Innocente crocifisso

Con una certa amarezza, Gesù si era accorto che, cominciando da Pietro (Mc 8,32), già nel primo annuncio i suoi discepoli non avevano compreso affatto che l’incarnazione avrebbe comportato anche la crocifissione. Anzi, oggi il Vangelo dichiara apertamente l’incuriosirsi di Gesù avendo sentito discutere i discepoli su chi tra loro fosse il «più grande». Giacché con il solo sentire la parola «Croce», annota l’evangelista «essi [però] non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo» (Mc 9,34). Ecco, allora, che Gesù prende un bambino e lo colloca nel mezzo. Quando nel Nuovo Testamento si sente l’espressione «essere posto nel mezzo» (Gv 8,3), di solito conviene prestare la massima attenzione, perché Gesù può voler intendere sia il bambino – come in questo caso – ma anche se stesso. Ovviamente, in questo caso si tratta di un bambino.
Credo sia capitato a ciascuno di noi di salire in quel mezzo di trasporto dove tutti siamo obbligati a stare assieme, senza distinzione di classi, religione o titoli: il vagone di una metropolitana o in un autobus. Ugualmente, credo sia capitata a tutti quell’ineffabile esperienza per cui, osservando un bambino, magari assopito in una carrozzella, presente nel vagone affollato, ogni adulto, al di là della sua appartenenza o religione, sia stato attirato dalla tenerezza del fanciullo, chiedendo, magari, alla madre: «come sta?». Perché ogni fanciullo è innocente – il che significa «che non fa danno», non nuoce – e nel suo trovarsi all’inizio della vita è del tutto indifeso: per questo, sorridendogli, tutti lo osservano e lo ammirano.
Eccoci arrivati, dunque, al punto dove l’evangelista Marco voleva condurci in questa buona notizia del suo Vangelo oggi: chi guarda a Gesù, se lo osserva bene con occhi innocenti, vede in lui l’inviato dal Padre e, addirittura, se lo accoglie, accoglie Dio. In Gesù, insomma, il cielo si salda alla terra, tuttavia per la via mediana della Croce. È proprio questo il «segreto dei segreti», peraltro compreso appieno dal Cappuccino San Padre Pio (1887-1968), di cui oggi ricorre la memoria liturgica, e dalla Beata Eurosia Fabris Barban, assai venerata in questa diocesi Berica (1866-1932).

Un inno di ringraziamento

Da questa prospettiva, prende senso anche l’«inno» di ringraziamento che, assieme a questa comunitàVenticinquesimo di sacerdozio Gianluigi 026 cristiana di Lerino (VI), dove sono stato battezzato, desidero oggi rivolgere al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, dopo venticinque anni di sacerdozio vissuti per la Chiesa nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di San Francesco d’Assisi. Nessuno, prima di arrivare a una certa meta, ha la certezza di poterla raggiungere, soprattutto se si tratta del ministero del sacerdozio, non essendo questo una professione scelta tra le altre, ma una vera chiamata di Dio che, per quanto intravista all’orizzonte, risulta, poi, inaspettata al soggetto interessato e agli altri a lui vicini. Venticinque anni fa, volli scegliere un versetto del Salmo 40 che recita «Ecco io vengo, Signore, [perché] nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la Tua volontà».
Tutto quanto è da allora fin qui accaduto, e per cui oggi celebriamo questa eucarestia di ringraziamento, Venticinquesimo di sacerdozio Gianluigi 101va attribuito non certo alla mia persona, bensì alla grazie di Dio che ha operato efficacemente in altri tre soggetti, facilmente circoscrivibili: i miei genitori, innanzitutto, i quali in maniera molto più generosa di me hanno accettato e accolto fino in fondo la volontà di Dio, si potrebbe con lo stile di «Maria Vergine»; i miei Frati, poi, perché senza che me ne accorgessi, Dio nella sua infinita bontà, mi ha posto accanto un nugolo di «fratelli santi», il cui buon esempio mi ha inevitabilmente e positivamente contagiato. Vorrei citarne almeno tre, ora tutti in Cielo: P. Attilio Coltri da Padova (1924-2010), P. Sisto Zarpellon (1931-2017) da San Giuseppe di Cassola (VI) e fra Carmelo Brotto (1926-2015) da Veggiano (PD); infine, la Chiesa, la sposa di Cristo, cominciando dai Parroci qui succedutosi, fino ai miei formatori e Superiori Cappuccini. Non nascondo che in questi anni, soprattutto in taluni momenti di prova, mi sono lasciato guidare dal monito paterno, rivelatomi in fin di vita da mio papà Silvio, di non venire mai meno alla pratica dei sacramenti, soprattutto a quello dell’eucarestia domenicale, e da una frase che San Paolo VI (1897-1978) disse all’iniziatore di in noto movimento ecclesiale, al fine di incoraggiarlo nell’iniziare e partire: «resta con la Chiesa, e la Chiesa resterà con Te».

Conclusione: contemplare il volto in venticinque anni

E poiché è più semplice e gratificante accondiscendere alla volontà di Dio piuttosto che perseguire le chimere della propria autodeterminazione se si resta nella Chiesa, sono profondamente grato alla Santissima Trinità di aver trascorso diciannove anni, dei miei venticinque di sacerdozio, contemplando il mistero del volto di Gesù, attraverso l’insegnamento della teologia e nelle lunghe ore di studio e di ricerca, trascorse in solitudine, nelle Biblioteche delle Università, potendo, così, nel mio piccolo aiutare altri giovani candidati al sacerdozio a diventare ministri di Gesù Cristo nell’annuncio della Parola e nella celebrazione dell’eucarestia, cioè a formarli nell’essere sacerdoti e frati. Per questo, in conclusione, voglio cedere la parola a un Gesuita Canadese (René Latourelle, 1918-2017), salito al Cielo l’anno scorso, di cui ho scovato questo foglietto tra gli scaffali di libri in quella Università dove anch’io ancora oggi mi reco: «Signore, durante le lunghe ore di apparente solitudine, nella mia camera, di fronte al muro, davanti ai miei libri e alla pagina bianca che a fatica cerco di riempire, so di non essere solo, ma che siamo in due. Venticinquesimo di sacerdozio Gianluigi 015So che sei con me, intensamente presente, che mi avvolgi nel Tuo amore, e che leggi dietro alle mie spalle, quello che abbozzo a proposito di te, e sono felice». Sì, essere sacerdoti, rende immensamente felici, soprattutto, quando si è convintamente chiamati, per grazia di Dio, ad esserlo dinnanzi all’innocenza di quell’«ecce homo» crocifisso, Gesù Cristo, la cui ultima parola, dalla morte, rimbalza verso la certezza della risurrezione: allora in quel giorno, anche per, noi, come recita la Bibbia, «sarà la pace» (1Ts 5,3).

Gianluigi Pasquale OFM Cap.

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